Il Veneto voleva cambiare la giustizia e l’Italia gli ha detto di no. Sintesi cruda di un referendum che lascia questa regione in una posizione inedita: quella di chi crede di avere ragione e non riesce a farsi ascoltare. Il dato veneto non è un dettaglio nella cartina del voto. È una dichiarazione d’identità.

Quando quasi sei elettori su dieci scelgono il Sì, con un’affluenza oltre il 63 per cento, non è disciplina di partito. È un territorio che ha un’idea precisa di come dovrebbe funzionare il Paese. Il Veneto ha votato come lavora: con convinzione, con intensità, con la pretesa che il risultato corrisponda allo sforzo. E invece no. Il muro del Centro-Sud ha retto, le città hanno scelto il No, i giovani si sono mobilitati contro la riforma. L’Italia ha deciso che la Costituzione va bene così. Senza appello.

Resta il nodo di chi si ritrova in minoranza pur sentendosi maggioranza. Il Veneto conosce questa sensazione: l’ha sperimentata con l’autonomia, vissuta con la fiscalità, la rivive con la giustizia. È la condizione di chi produce, contribuisce, partecipa più della media e si scontra con un Paese che ha altri tempi e altre priorità. Sarebbe un errore, però, chiudersi nel risentimento. Il voto ha detto anche altro: che dentro lo stesso Veneto le città non la pensano come la provincia, che le nuove generazioni hanno un’agenda diversa, che il consenso non è più granitico. La sfida non è recriminare. È capire che anche in questa nostra regione cos’ solidamente identitaria, ci sono nuovi assetti da considerare.

Spritz

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