I numeri arrivano in fila, e ciascuno racconta una porzione della stessa storia. Nel 2025 le denunce di infortunio mortale in occasione di lavoro presentate all’Inail in Italia sono state settecentonovantadue, leggermente sotto le settecentonovantasette del 2024. La media nazionale tiene, dunque. Ma quando si scende al livello regionale la fotografia cambia drasticamente: il Veneto è la regione che fa segnare il maggiore incremento, ventidue vittime in più, davanti a Piemonte e Puglia (più quattordici ciascuna), Marche (più dodici) e Liguria (più cinque).

Il Nord-Est, complessivamente, passa da centosessantaquattro a centosessantasette decessi denunciati: una crescita modesta, ma tutta concentrata nella nostra regione. L’osservatorio Vega Engineering, che elabora gli stessi dati Inail con un indice di incidenza per milione di occupati, conferma il quadro: il Veneto resta in zona arancione, sopra la media nazionale, dietro solo a Liguria, Sicilia, Friuli-Venezia Giulia e Marche. A scendere nel dettaglio provinciale ci pensa l’osservatorio indipendente di Bologna fondato dopo la strage Thyssenkrupp, che monitora anche i casi sfuggiti alla rete assicurativa Inail. Il primo trimestre del 2026 conta in Veneto ventotto morti sui luoghi di lavoro, trentanove con gli incidenti in itinere. Padova guida con sette vittime, affiancata da Treviso anch’essa a sette, poi Verona con cinque, Vicenza con tre, Venezia e Belluno con due ciascuna, Rovigo con una. Una distribuzione che non risparmia nessun territorio e che si accompagna a una concentrazione settoriale eloquente: il manifatturiero veneto è in netto aumento sui dati nazionali (da centouno a centodiciassette decessi denunciati nel comparto), insieme al commercio (da cinquantotto a sessantotto). Costruzioni, agricoltura, logistica restano i nodi strutturali di sempre.

L’anagrafica delle vittime racconta un’altra dimensione del fenomeno. Le fasce più colpite sono quella fra i cinquantacinque e i sessantaquattro anni e quella fra i quarantacinque e i cinquantaquattro: lavoratori adulti, spesso con decenni di mestiere alle spalle, che muoiono in mansioni dove l’esperienza dovrebbe essere garanzia di sicurezza. E poi il dato che più di ogni altro segnala una trasformazione strutturale: nel 2025 sono stati trentacinque i lavoratori stranieri morti in Veneto, e siamo già a cinque nei primi tre mesi del 2026. Una quota crescente, concentrata nei segmenti più precari, dove le barriere linguistiche rendono la formazione un esercizio poco concreto e dove il lavoro sommerso sottrae intere fasce alla rete della tutela.

Le sigle sindacali leggono il fenomeno con preoccupazione crescente. Massimiliano Paglini, segretario generale di Cisl Veneto, parla di un tema complesso, che non può essere risolto con semplificazioni mediatiche od organizzative, e indica nella formazione partecipata e nel contrasto al lavoro sommerso le due leve essenziali. La Uil ricorda il venerdì di passione che in Veneto si ripete oltre cento volte l’anno fra morti e infortuni gravi. La Cgil rilancia la richiesta di controlli più capillari e di maggiori risorse agli Spisal. Tutti convergono su un punto: la stabilità del dato nazionale non deve trarre in inganno, perché in Veneto la curva sta tornando a salire. Il primato che ci troviamo addosso non è frutto di un anno storto: è il sintomo di un modello produttivo che, nella sua straordinaria capacità di generare ricchezza, fatica ancora a fare i conti con il prezzo umano che chiede a chi quella ricchezza la produce ogni giorno.