Non ci crederete, ma qualche giorno fa ho parlato con un sondaggio vivente. Un uomo della mia età, si chiama Paolo, bazzicava sezioni di partito e manifestazioni in un’altra era geologica. La settimana scorsa ci siamo visti in una metro poco affollata e ci siamo fermati a chiacchierare. Lui sapeva molto di me (anche cose non vere, frequenta i social, e pure parecchio), io di lui proprio poco. Ma quello che ha fatto di Paolo ai miei occhi un prototipo interessantissimo è che aveva sotto il braccio due giornali di carta, cosa rarissima di questi tempi. E i due giornali erano il Fatto Quotidiano e il Corriere della Sera.
La domanda non potevo non fargliela. Non tanto su quei due oggetti di carta, ormai da collezionisti, quanto sulla scelta. Perché proprio il Fatto e il Corriere? E lui mi ha risposto senza indugi. Il Fatto gli racconta le cose come stanno, gli svela i misfatti di chi comanda. Perché lui è rimasto di quell’idea, che quelli che comandano sono dei fetenti, nascondono magagne, vanno combattuti per principio. Avete presente quel detto? “Picchia tua moglie tutti i giorni. Tu non sai perché, ma lei lo sa”. Ecco, quelli come Paolo questo pensano di chi governa. E il Fatto è perfetto allo scopo. Il Corriere invece mette in bella copia quello che dice il Fatto. Smussa gli angoli, fornisce una cornice per interpretare gli avvenimenti.

In poche frasi Paolo mi ha consegnato un identikit del lettore di sinistra di oggi più preciso di tante ricerche. Quarant’anni fa sotto quel braccio c’era un giornale solo, l’Unità, che gli diceva che cosa era successo e come metterlo in fila. Si può pensare tutto il male possibile di quella pedagogia, e io ne ho pensato parecchio. Però era un giornale suo. Poi Paolo (non me l’ha detto, ma non ho dubbi) è diventato un fedele lettore di Repubblica. Oggi è andato oltre, in due direzioni apparentemente opposte, ma che come vedremo sono molto più vicine di quanto si immagini.
La domanda che avevamo lasciato aperta la volta scorsa era “dove sono finiti i lettori di sinistra”. Paolo ha già risposto. Ma per capire bene la sua risposta bisogna prima guardare il paese intorno a lui.
Lo fotografa ogni anno il Reuters Institute dell’Università di Oxford, che misura come si informano i cittadini di 48 paesi, e il Master in giornalismo di Torino ne ricava un’edizione italiana. L’ultima, uscita a giugno, dice che il 57 per cento degli italiani consulta le notizie più volte al giorno. Ma solo il 32 per cento se ne fida, quattro punti meno dell’anno scorso. E nel 2016 si diceva molto interessato alle notizie il 74 per cento degli italiani, oggi solo il 34. In dieci anni, meno della metà. Si consultano continuamente le notizie, ci si appassiona sempre meno e non si sa più a chi credere.
Paolo si appassiona, eccome, e sa benissimo a chi credere. Solo che la sua fiducia, che una volta andava a un giornale di partito, oggi si divide tra due giornali che con la sinistra non hanno niente a che fare. La frattura ha una data, la conosciamo tutti. Mani Pulite. Fu allora che la questione morale invase la scena pubblica attraverso i giornali, si emancipò dalla politica e ne diventò un surrogato. Non contavano più i rapporti di forza, le alleanze, la capacità di governare. Contava chi era onesto e chi rubava. A destra quel terremoto produsse un partito e poi un governo. A sinistra produsse una mutazione più profonda. Un popolo abituato a fare politica cominciò a emettere sentenze. E per le sentenze i vecchi giornali non bastavano più. Un giornale di partito è fatto per spiegare la linea, difendere le alleanze, giustificare i compromessi, e non può condannare nessuno, perché il partito stesso è sempre un imputato possibile. Servivano giornali senza tessera e senza alleati da difendere, liberi di condannare chiunque. Anche la sinistra.
Il giudizio morale non produce una linea, produce indignazione. E in trent’anni l’indignazione ha preso due forme. C’è chi si indigna a voce alta e vuole un colpevole. E c’è chi si indigna arricciando il naso, dall’alto della propria rispettabilità, e non vuole essere confuso con gli altri. Gli indignati e i benpensanti. Ciascuno ha il suo giornale, e Paolo li porta tutti e due.
Il giornale degli indignati è il Fatto Quotidiano. È nato nel 2009 con un’idea chiara, il controllo del potere, e una grande attenzione al lavoro delle procure. Fa inchieste, produce notizie, spesso notizie che gli altri non danno. Ma la sua identità pubblica è costruita soprattutto sulla denuncia e sulla diffidenza verso chi comanda. Qualunque potere, almeno in teoria. E i lettori lo premiano. Mentre quasi tutti perdono copie, il Fatto cresce, e a due cifre, unico tra i quotidiani importanti. Anche se era nato con le code in edicola il primo giorno, oggi la carta arretra come per tutti e la crescita arriva dal digitale, in buona parte con abbonamenti scontati. È la strada che stanno tentando tutti, il Fatto la percorre meglio degli altri, intercettando un sentimento preoccupante che la ricerca di Oxford mette in evidenza. A parole il 55 per cento degli italiani dice di preferire testate imparziali. Ma solo il 15 per cento cerca davvero fonti che mettano in discussione le sue idee. Vogliamo conferme di quello che pensiamo, vogliamo appartenenza. E questo il Fatto lo interpreta meglio di altri, parlando essenzialmente a chi è già convinto.
Il Corriere della Sera è invece, per una parte importante del suo pubblico, il giornale dei benpensanti. Resta il primo quotidiano italiano, ma perde copie e cambia identità. Per un secolo lo si leggeva per sapere che cosa pensava chi decideva. Oggi una parte della sua fortuna si riconosce nel tono.
Qui non si grida, si storce il naso. Chiamatelo gramellinismo, cazzullismo (o forse veltronismo, a volte si annusa che il vero ispiratore è Walter). Non voglio ridurre a questo un giornale, con voci diverse e spesso lontane tra loro. Ma nel suo linguaggio più riconoscibile si è affermata una grammatica. La riflessione morale del mattino in poche righe, l’Italia raccontata come un vecchio album di famiglia, la decenza come programma politico. Paolo l’ha detto con parole sue, è la bella copia. L’indignazione arriva con un premio incorporato, la certezza di stare un gradino sopra. Il che non significa disdegnare le onde di rabbia. Nel 2007 La Casta, il libro che diede un nome all’antipolitica, lo scrissero due grandi firme del Corriere, Rizzo e Stella, e quello stesso anno Grillo riempiva le piazze.
Due giornali opposti, uno che grida e uno che arriccia il naso. Ma la sera si incontrano, in televisione. Lo stesso editore che possiede il Corriere possiede La7, che ha appena chiuso la stagione migliore della sua storia, terza rete in prima serata e seconda tra i laureati, con Otto e mezzo che supera abitualmente il milione e mezzo di spettatori. In quegli studi le firme del Corriere e le voci del Fatto sono di casa, e le due indignazioni si legittimano a vicenda. Una fornisce l’accusa, l’altra la consacrazione. Una dice chi sono i cattivi, l’altra spiega perché noi siamo diversi da loro. È una rappresentazione del mondo che il pubblico riconosce, condivide e torna a cercare la sera dopo. Paolo porta i due giornali sotto il braccio la mattina, e scommetto che alle otto e mezza è davanti a quello schermo.
Ormai la tv non è un mondo a parte, anzi è il modo in cui i giornali sono cambiati. Un giornale oggi non ha più lettori, ha un pubblico, e vuole tenerlo con sé tutto il giorno. Il telefono a colazione, lo studio televisivo a cena, poi il podcast, il libro, il festival. Il giornale da solo non regge più l’industria che lo produce, ha scritto Lelio Simi su Mediastorm, e diventa il cuore di un sistema più largo. Il lettore non sceglie più un giornale, sceglie una comunità multimediale. Finisce il giornale che provava a dare una linea, stravince un sistema che somministra emozioni identitarie.
E dove va a finire irrimediabilmente questa voglia di identità? Nella nostalgia del passato. Indignati e benpensanti hanno gli uni e gli altri la testa rivolta all’indietro. I primi sognano una politica pulita, prima che arrivasse l’orrida casta. I secondi un’Italia di galantuomini, prima della volgarità. Mitizzano un’età dell’oro che non è mai esistita, con un santo patrono comune, il Berlinguer della questione morale, ma staccato dalla visione che dava senso politico a un progetto. È qui che i due pubblici si saldano con un certo modo di essere di sinistra, che al progetto ha rinunciato per rifugiarsi nella rendita di una presunta superiorità morale.
L’ultimo numero che ci dà Oxford è il più spiazzante, e tiene insieme tutto. Solo il 16 per cento degli italiani si dice davvero interessato alla politica, siamo all’ultimo posto su 48 paesi. Eppure più della metà, l’abbiamo visto, consulta le notizie più volte al giorno. Sembra una contraddizione, ma non lo è. Le notizie che si consumano ogni giorno non parlano di politica nel senso vero, cioè di scelte da fare, di interessi da comporre, di un paese da cambiare. Parlano di chi ha sbagliato, di chi ha rubato, di chi si è comportato male. Sono materia per giudizi sulle persone, non per decisioni da prendere. E infatti chi guarda all’indietro di decisioni non ne deve prendere. La politica serve a costruire il futuro, e a lui il futuro interessa poco, perché il meglio, pensa, è già avvenuto. Gli basta indignarsi ogni giorno per quello che si è perso, o storcere il naso davanti a quello che è rimasto.
E dunque Paolo non è confuso, anzi ha le idee chiarissime. Ha un giornale che gli indica i fetenti e un altro che gli conferma di essere una persona per bene. Gli manca solo quello che una volta stava sotto lo stesso braccio, un giornale che gli dicesse che cosa fare. La sinistra parla ancora a Paolo tutte le mattine con le voci degli altri. Ma non ha più un giornale da mettergli in mano.
Qualcuno mi farà notare che in queste puntate ho parlato molto di sinistra. Forse sì, perché è la storia che conosco da dentro. Ma dalla prossima settimana guardiamo dall’altra parte. La destra ha vinto le elezioni quasi senza giornali d’opinione, e i suoi lettori le copie le comprano sempre meno. Eppure, a destra, c’è un gran movimento sulle proprietà dei giornali.
Alla prossima.
C.V.

Direttore de Il Riformista