E oggi veniamo alla puntata annunciata sulla sinistra e i giornali. C’è un vecchio aneddoto che gira da sempre tra chi frequentava – parliamo della seconda metà degli anni Settanta – Botteghe Oscure, la mitica sede del PCI. Repubblica è da poco sbarcata in edicola. Giorgio Amendola incrocia al quinto piano, fuori del salone del Comitato Centrale, Gian Carlo Pajetta e gli fa, con il suo vocione imperioso: “Gian Carlo, Repubblica sarà la morte dell’Unità“.
La frase è maliziosa, perché la compagna di Pajetta, Miriam Mafai, comunista cresciuta nel giornalismo di partito, è entrata nella redazione che ha fondato Repubblica. E dietro il giornale nuovo non c’è solo Scalfari: c’è Carlo Caracciolo con l’Espresso, c’è la Mondadori con metà del capitale, c’è insomma un pezzo importante della grande editoria borghese, laica e illuminata. È l’inizio di una grande rivincita, quasi una vendetta storica sul togliattismo. I figliocci del Partito d’Azione, nano elettorale schiacciato dal PCI nel dopoguerra, aggrediscono la sinistra comunista sul terreno per lei più prezioso, l’egemonia culturale.

Ecco la storia che vi racconto oggi, e non ne parlo da osservatore neutrale. Quando mollai la politica attiva, dovevo andare a lavorare all’Unità. Il giornalismo era la mia vocazione. Ma Emanuele Macaluso, direttore all’epoca, non volle: ero un “migliorista” che aveva tradito la corrente per seguire Massimo D’Alema. Da allora ho incrociato molte volte quel giornale, fino alla conclusione della sua vicenda politica e societaria originaria.
Per capire che cosa è successo bisogna ricordare che cosa era l’Unità. Non semplicemente un giornale: era il Verbo. Il PCI aveva costruito attorno alla stampa un’industria editoriale vera, con tipografie, edizioni locali, diffusione militante. Nella prima metà degli anni Settanta l’Unità vendeva circa duecentomila copie al giorno, la domenica molte di più, e nelle grandi giornate di mobilitazione poteva superare il milione. Ma soprattutto non serviva soltanto a informare: serviva a formare. Ti raccontava che cosa era successo e insieme ti offriva la chiave politica per interpretare il mondo.
Il PCI sapeva che l’Unità da sola non bastava. Fin dal dopoguerra aveva costruito intorno all’organo una rete di giornali fiancheggiatori – Paese Sera, L’Ora, il Nuovo Corriere e altri – più popolari, meno legati alla linea. Era come ammettere che per parlare oltre il partito serviva qualcosa di diverso. Ma la libertà, in quei giornali, restava controllata, asfittica. Il quotidiano spuntato fuori nel gennaio del 1976 faceva invece esplicitamente l’occhiolino a un mondo di sinistra più moderno, meno ingessato, postsessantottino, e conquistò rapidamente i militanti del PCI, innervosendo i dirigenti. Diventò una spina nel fianco del partito, più che dell’Unità. E cominciò a smantellare l’egemonia culturale che la sinistra comunista aveva costruito in decenni. Come? Essenzialmente in tre modi.
Il primo, il più semplice, fu naturalmente la libertà. Repubblica poteva raccontare quello che il giornale di partito non poteva. Il PCI ufficialmente non aveva correnti; Repubblica descriveva miglioristi, ingraiani e berlingueriani con nomi, cognomi e retroscena. Il militante che voleva sapere non soltanto che cosa il partito aveva deciso, ma come e perché ci fosse arrivato, spesso doveva comprare il giornale degli altri. E chi poteva raccontarglielo meglio di Miriam Mafai, che conosceva quel mondo dall’interno ma ormai ne scriveva dall’esterno?
La libertà editoriale valeva innanzitutto in politica internazionale. Berlinguer aveva compiuto rotture importanti – l’ombrello Nato, l’Afghanistan, la Polonia, fino all’esaurimento della “spinta propulsiva” della Rivoluzione d’Ottobre – ma doveva farle con cautela, pesando le parole, portandosi dietro la propria storia e migliaia di militanti cresciuti nel mito sovietico. Repubblica no. Poteva prendere quelle contraddizioni e spingerle fino in fondo, con il vantaggio di non dover rispondere della storia del PCI.
Quanto alla politica nazionale, bastarono pochi anni perché Repubblica diventasse uno dei principali veicoli attraverso i quali il PCI parlava al paese. Nel 1981 Berlinguer aveva già posto il tema della questione morale, ma quando decide di trasformarlo in una grande questione nazionale si fa intervistare da Scalfari, in prima pagina. La faccenda è sottile: per parlare ai comunisti gli bastava ancora l’Unità; per parlare attraverso i comunisti all’intera società italiana aveva ormai bisogno di Repubblica. L’interlocutore fondamentale non era più soltanto la classe operaia o il Comitato Centrale. Era diventata la borghesia progressista e illuminata che leggeva il giornale di Scalfari.
Scalfari, anni dopo, lo disse quasi apertamente. Rispondendo a chi accusava Repubblica di essere un “giornale-partito“, riconobbe che un grande giornale può influenzare l’opinione pubblica, formare il modo di sentire dei lettori, orientarne le scelte. La chiamava “struttura d’opinione“. Era una parte del mestiere che per decenni aveva fatto il PCI. Adesso la esercitava un giornale che non apparteneva ad alcun partito.
E qui veniamo al secondo movimento, forse quello decisivo: il lavorio culturale. Il PCI era stato il grande luogo di legittimazione della cultura di sinistra, con i suoi intellettuali, le case editrici, Rinascita, le Feste. Non decideva soltanto la linea politica: stabiliva gerarchie culturali, che cosa era moderno o arretrato, progressista o conservatore. Repubblica costruì progressivamente un luogo alternativo, dove gli intellettuali di sinistra scrivevano con piacere perché trovavano spazio, libertà, visibilità e un pubblico che cresceva. E accadde qualcosa di più importante del successo di un giornale: la sinistra cominciò a discutere di sé stessa fuori dai propri luoghi.
Poi c’è il terzo movimento, il più interessante e innovativo: la pop-izzazione dell’egemonia culturale. La cultura militante degli anni Settanta aveva avuto un rapporto tormentato con la cultura popolare, sempre bisognosa di essere interpretata, giudicata, ricondotta a qualche categoria politica. Repubblica fece una cosa più semplice: prese cantautori, cinema, teatro, televisione, consumi, comportamenti e disse che anche quella era cultura. De Gregori, Dalla, Guccini non avevano bisogno di timbri ideologici. Moretti e Troisi potevano diventare icone senza che nessuno chiedesse loro se fossero compatibili con la linea. Fu un ruolo davvero liberatorio. Repubblica disse al lettore di sinistra: puoi essere di sinistra senza trasformare la tua vita in un catechismo. Puoi divertirti, consumare, ascoltare, ridere e contraddirti.
Lo disse anche con la satira. Dopo la manifestazione dei metalmeccanici del 2 dicembre 1977, mentre il PCI sosteneva dall’esterno il governo Andreotti, Forattini disegna Berlinguer in vestaglia e pantofole, il tè in mano, chiuso in casa mentre da fuori arriva il rumore del corteo. Il segretario del partito operaio trasformato in un borghese da salotto infastidito dagli operai. Una vignetta così sull’Unità era inconcepibile: un organo di partito non poteva desacralizzare il proprio capo. Repubblica poteva. Dieci anni dopo, tra mille polemiche, la satira arrivò anche sull’Unità con il Tango di Sergio Staino. Ma era ormai tardi.
Il primato Repubblica l’aveva conquistato da tempo: nel dicembre 1986 vende 515mila copie contro le 487mila del Corriere. Il giornale nato dieci anni prima è il quotidiano più diffuso d’Italia, ed è egemone dentro il mondo della sinistra. Ormai la rappresenta, mentre l’Unità vive una crisi strutturale, parallela e intrecciata a quella del PCI. Tanto più che è sempre diretta da dirigenti politici di prima fascia, da Ingrao a Reichlin, da Tortorella a Chiaromonte, ed è questo il suo limite invalicabile. Quando nel 1990 si tentò l’operazione inversa affidandola a un giornalista, Renzo Foa, era ormai tardi, e l’ambiguità restava: poco dopo dalla testata scompariva il riferimento al PCI, restava l’omaggio a Gramsci, ma il giornale non divenne mai davvero altro dal partito che lo aveva generato.
C’è un ultimo tentativo di salvataggio, quello di Walter Veltroni, dal 1992 al 1996: libri, film, videocassette, figurine, allegati, operazioni che danno un po’ di fiato al giornale. Era la lezione di Repubblica applicata con quindici anni di ritardo. Ma l’operazione costava molto e i conti non tornavano più: le copie crollano, in quell’universo politico e sociale ormai dissolto. Nel 2000 l’Unità interrompe le pubblicazioni, poi ritorna, poi chiude di nuovo nel 2014. Renzi ci riprova nel 2015, ma tra stipendi non pagati, pignoramenti e un’altra chiusura nel 2017, nel 2022 si arriva al fallimento definitivo della società editrice, con la testata all’asta al tribunale fallimentare di Roma. Se l’aggiudica Alfredo Romeo, mio editore al Riformista, che nel maggio 2023 la riporta in edicola e ne mette in ordine i conti, con l’obiettivo nobile e generoso di restituirla agli eredi di chi l’aveva creata. E, in cuor suo, con l’auspicio che potesse diventare la voce di una sinistra moderna, laica, ricca di contenuti e non di ideologia.
Ma il PD non ha voluto, perché non considera più un giornale come una funzione vitale del partito. Una volta la sinistra usava i giornali per organizzare ogni giorno un pezzo di società: scegliere le parole, mettere in ordine i fatti, stabilire gerarchie, formare quadri, costruire appartenenza. Si poteva discutere quella funzione, contestarla. Ma nessuno immaginava di farne a meno.
Oggi sì, ne fanno a meno. E non è stato un incidente: è stato un cedimento strutturale. Quando l’Unità e i fiancheggiatori morivano, la sinistra fece il calcolo apparentemente più razionale del mondo: perché sobbarcarsi tipografie, redazioni, bilanci in rosso, quando c’era un grande giornale amico che faceva quel lavoro meglio, con più lettori e senza costare una lira al partito? Era un affare. Solo che chi delega la propria voce accetta, senza dirselo, che un altro decida quando dargli ragione, quando bacchettarlo e quando scaricarlo. La sinistra smise di parlare e cominciò a essere parlata. Si abituò a leggere ogni mattina sul giornale degli altri che cosa doveva pensare di sé.
Giorgio Amendola, quasi cinquant’anni fa, aveva visto giusto, anche se quella profezia apparteneva a un mondo in cui i giornali erano ancora al centro della battaglia politica e culturale. Quel mondo è finito. L’Unità è morta, almeno al momento, nell’indifferenza dei suoi eredi. Repubblica, passata negli anni dalla coppia Caracciolo-Mondadori a De Benedetti e poi agli Agnelli-Elkann, dal marzo di quest’anno appartiene al gruppo greco Antenna della famiglia Kyriakou: un padrone che con quella storia non c’entra nulla, per un giornale che si avvia a diventare un’altra cosa. I due duellanti di Botteghe Oscure sono usciti di scena insieme, e il mondo nuovo è già qui.
Resta allora la domanda vera: chi svolge oggi quella funzione, nel mondo dei giornali e dell’editoria? Chi parla alla sinistra, da dove e per conto di chi? Di questo parliamo la prossima volta.
Alla prossima, quindi.
C.V.

Direttore de Il Riformista