Appunti sui giornali che cambiano
L’edicola dei decisori – 5
Vi avevo anticipato che questo venerdì avrei parlato di giornali e sinistra, ma lo facciamo la prossima volta. Preferisco parlarvi prima di dati, freschi freschi, appena sfornati. Dati che dimostrano meglio di qualunque chiacchiera che cosa sono oggi i giornali e qual è la loro funzione.
Partiamo. Ogni mattina, al Riformista, facciamo una piccola gara. Appena escono le rassegne stampa contiamo quanti nostri articoli sono stati ripresi, chi abbiamo battuto, con quali pezzi. Sembra un gioco, ed è un gioco, ci divertiamo come ragazzini. Ma è anche il modo più serio per capire come deve funzionare un giornale oggi. Perché la partita vera, come cerco di dirvi in questi Appunti, non si gioca in edicola. Ma si gioca nei pdf che circolano all’alba e che il lettore comune non vedrà mai.
Così, per andare al di là del gioco, ho pensato di fare un’indagine scientifica, statisticamente probante, delle rassegne. Ho preso una settimana campione, dal 15 al 19 settembre (l’ultima a disposizione), nei cinque giorni in cui il Riformista esce, e ho contato i pezzi che abbiamo pubblicato, quelli entrati nelle rassegne della Camera dei deputati, quelli sopravvissuti al filtro successivo. I numeri li vedrete tra poco, e vi anticipo che hanno sorpreso anche me.
Nelle puntate precedenti ho raccontato che i giornali non vendono più copie e che chi ne compra la proprietà, ormai, compra altro. Oggi vi mostro il canale attraverso cui questo “altro” passa, e perché è vero che le copie sono crollate, ma gli articoli dei giornali non sono mai circolati tanto. Rimbalzano nelle rassegne di radio e tv del mattino, girano nelle chat e sui social, e soprattutto finiscono ogni giorno, selezionati e impaginati, sulle scrivanie di chi decide.
Cominciamo dalla base di tutto. Ci sono edicole che aprono all’alba e non hanno vetrine. Sono le rassegne stampa delle istituzioni, le più influenti d’Italia. Fino al 2013 erano fatte da archivisti che mettevano in rete, a disposizione di tutti i cittadini, un centinaio di articoli al giorno tratti dai quotidiani, scansionati e divisi per argomento. Poi, dal gennaio 2013, dopo un braccio di ferro con gli editori in nome del diritto d’autore, quelle rassegne sono diventate riservate. Password, intranet, accesso per parlamentari e dipendenti. Sono le rassegne che deputati, senatori, manager, grand commis di Stato aprono quando vanno al lavoro.
La più solida e autorevole, che fa un po’ da benchmark per tutte, è la rassegna stampa della Camera dei deputati. Poi c’è quella del Senato, certo; ovviamente c’è Palazzo Chigi, che oltre alla propria rassegna gestisce un accordo quadro per i servizi di rassegna stampa, web e radio-tv destinato alle pubbliche amministrazioni. In pratica la centrale d’acquisto delle rassegne di mezzo Stato. Poi il Quirinale, dove la rassegna dell’ufficio stampa del Presidente è una tradizione che gli archivi documentano dal 1948. Poi i ministeri, uno per uno, ciascuno con la sua rassegna tagliata sul ministro. E poi le autorità indipendenti, che il servizio lo comprano con gare da poche decine di migliaia di euro l’anno. Le regioni, con capitolati che pretendono quotidiani, radio, tv e web. E infine il cerchio largo, le grandi partecipate, Eni, Enel, Ferrovie, Cassa Depositi e Prestiti, dove ogni mattina migliaia di dirigenti aprono la rassegna interna prima delle otto.
Chi confeziona tutto questo? Lo fanno poche aziende specializzate che quasi nessuno conosce. Data Stampa, lo storico rassegnista dei palazzi romani. Telpress, che automatizzò le rassegne già alla fine degli anni Ottanta. Mimesi, L’Eco della Stampa, che esiste dal 1901, quando i giornali si ritagliavano con le forbici. Redazioni notturne che tra le quattro e le otto del mattino leggono, ritagliano, indicizzano. Nei capitolati pubblici vengono chiamati “lettori esperti”. Io li chiamerei con il loro nome vero, sono i selezionatori invisibili.
E qui la faccenda si fa interessante. Prendiamo la rassegna della Camera, e i suoi due piani di selezione. Il primo è la scrematura larga, il ritaglio quasi industriale di tutto ciò che riguarda il Parlamento e la politica, la politica internazionale, l’economia ecc: quattrocento e più articoli al giorno. Il secondo è la selezione vera, quella che un parlamentare legge davvero. Al primo piano entrano in tanti. Al secondo piano si sale per merito, perché qualcuno, all’alba, sceglie il tuo pezzo tra i mille usciti quella mattina in tutti i giornali d’Italia.
Fermatevi un momento su questo punto, perché è il cuore di tutto. Certo, il giornalista firma l’articolo, il direttore titola, l’editore paga. Ma l’ultimo gatekeeper, quello che decide se un articolo arriva davvero sotto gli occhi di un ministro, di un capo di gabinetto, di un direttore generale, è un rassegnista anonimo delle cinque del mattino, dipendente di un’azienda terza, che ha vinto un appalto al ribasso. Un mestiere senza albo, senza responsabilità editoriale dichiarata, con un potere di agenda enorme e perfettamente invisibile. E sia chiaro, senza nessun complotto dietro. Perché la terzietà di questi signori è il loro capitale. Un rassegnista – poniamo – che favorisse sistematicamente qualcuno perderebbe gli appalti. È proprio questo a rendere il meccanismo interessante. Questi signori non sono manipolatori occulti, ma sono dei filtri effettivi, funzionanti, affidabili.
E ora, se questa lunga premessa ha chiarito di cosa stiamo parlando, possiamo andare ai numeri della settimana che abbiamo esaminato. Nei cinque giorni la rassegna completa della Camera ha ripreso circa 2.100 articoli, la selezionata circa 1.400. Il filtro, in media, lascia passare due pezzi su tre. Ma non è uguale per tutti, ed è lì la notizia.
Il Riformista ha pubblicato in quella settimana circa 110 pezzi, su otto pagine al giorno. Di questi, 94 sono entrati nella rassegna completa della Camera. Sei su sette. E 76 hanno passato anche il secondo filtro, quello della selezionata. Sette pezzi su dieci che abbiamo messo in pagina sono finiti nella rassegna ristretta che un parlamentare legge davvero. Sabato 19 abbiamo fatto il pieno assoluto, venti pezzi pubblicati, venti in rassegna, venti promossi. Tutto il giornale, dalla prima all’ultima pagina, sulla scrivania dei deputati. (Non sempre è così: per esempio, giovedì 17 abbiamo fatto un’inchiesta molto lunga e dettagliata sulle spie russe, e la selezionata ci ha preso solo sei pezzi).
Ora guardiamo il filtro del secondo piano, testata per testata. Il Manifesto è promosso nell’83 per cento dei casi, il Corriere nell’82, il Riformista nell’81, davanti a Repubblica, Giornale, Fatto, Stampa. In coda, sotto il 60 per cento, Tempo, Foglio e Italia Oggi. Le edizioni locali dei grandi quasi non passano la selezione più severa, Repubblica locale al 15 per cento, i dorsi del Corriere al 21.
E in valore assoluto? Nella selezionata della settimana il Corriere piazza 133 pezzi, Repubblica 124, il Giornale 108. Il Riformista 76, quanto il Tempo, sopra Verità e Libero, poco sotto il Sole 24 Ore. Solo che per mettere 133 pezzi in rassegna il Corriere ne stampa, in cinque giorni, quattro o cinquecento, con le redazioni, i costi industriali e la logistica che ne derivano, noi ne stampiamo 110. Non è un miracolo, è che il rassegnista delle cinque del mattino non cerca il ventesimo resoconto della stessa conferenza stampa, ne ha già diciannove identici. Cerca il pezzo che fa opinione, la firma riconoscibile, lo sguardo che gli altri non hanno.
E ora facciamo le medie quotidiane, che è il modo più semplice di vedere le cose. Il Corriere pubblica ogni giorno un centinaio di pezzi e ne porta 27 nella selezionata. Repubblica, sui 90, ne porta 25. La Stampa, sugli 80, ne porta 21. Il Sole, con altri 90 pezzi al giorno, si ferma a 15. Noi ne pubblichiamo 22 e ne portiamo 15, gli stessi del Sole, con un quarto della produzione. Tradotto in resa, al Corriere arriva al secondo piano un pezzo su quattro di quelli che stampa, a noi sette su dieci. E va detto per onestà che l’unico altro giornale che gioca la nostra stessa partita è il Foglio, una trentina di pezzi al giorno e una resa alta. Non è un caso, è la conferma della regola. In rassegna non vince chi produce di più, vince chi sceglie.
E poi c’è un ultimo livello, il più brutale, quello che chiunque abbia mai comprato pubblicità conosce bene: il costo contatto. Nel marketing è la misura di tutto, quanto spendo per raggiungere una persona. Applichiamola ai giornali, con una differenza decisiva: qui il contatto che conta non è un lettore qualsiasi, è un decisore. Ogni pezzo che entra nella rassegna selezionata della Camera è un contatto con chi decide, il più pregiato del mercato. Quanto costa produrlo? Il Corriere schiera oltre trecento giornalisti (alle elezioni del suo Cdr, nel 2025, gli aventi diritto erano 291 nelle sole sedi lombarde), Repubblica più di duecento, il Sole circa centosettanta. La redazione del Riformista è fatta di tre giornalisti. Tre. Provate a dividere: ogni settimana un giornalista del Corriere porta in quella rassegna mezzo pezzo, uno di Repubblica poco più, uno del Riformista venticinque. Cinquanta volte tanto, cioè un costo contatto cinquanta volte più basso, sul contatto che vale di più. Non è un giudizio sulla qualità delle persone, che nei grandi giornali è spesso altissima. È un giudizio sul modello industriale: una macchina da centinaia di persone costruita per comprare contatti in un’edicola che non c’è più, mentre i contatti che valgono, quelli con chi decide, si conquistano con venti pezzi scelti bene.
E come fanno tre giornalisti a produrre un giornale? Ecco il segreto, che poi è la conferma finale della tesi. Intorno a quei tre c’è una rete di collaboratori che scrivono volentieri, e scrivono gratis (amici, quanto vi vogliamo bene!). Non per beneficenza. Ma perché sanno che quella vetrina funziona, che il pezzo pubblicato lì la mattina dopo sta nella rassegna di un ministero, rimbalza in una trasmissione, gira nelle chat che contano. Il compenso non è la firma pagata, è l’ingresso nel circuito.
Ed eccoci al punto. I giornali continuano a raccontarsi come prodotti da vendere, e su quel racconto misurano la propria crisi. Ma la loro funzione, ormai, è un’altra. Sono vetrine. Espongono pezzi, autori, riflessioni che vivono altrove, nelle rassegne radiofoniche e televisive, nelle chat, sui social, e soprattutto in quell’edicola riservata che apre all’alba sulle scrivanie del potere. Il giornale che non vende copie vende presenza. E la presenza, a differenza delle copie, non è mai stata così richiesta.
Alla prossima.
C.V.
Nota di metodo. I dati sono un conteggio diretto sulla settimana 15-19 settembre 2026, condotto sulle rassegne stampa della Camera dei deputati (livello completo e livello selezionato) e sulle edizioni del Riformista degli stessi giorni. Sono esclusi i richiami di prima pagina, le testate sono contate per marchio accorpando inserti e dorsi locali. I conteggi dei pezzi pubblicati hanno un margine di uno o due articoli al giorno; il volume dei grandi quotidiani è una stima da foliazione. Gli organici delle redazioni sono ordini di grandezza da fonti pubbliche e di settore (per il Corriere, gli aventi diritto al voto del Cdr 2025); quello del Riformista è il dato reale.
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