Il cinema di Daniele Vicari ha un marchio socio-politico facilmente riconoscibile. La sua non è una denuncia esplicita, lascia che siano le storie a raccontarsi. Resistenza, licenziamenti Fiat, cronaca, quotidianità di categorie svantaggiate e discriminate; un occhio attento ai particolari, dotato di una sensibilità che non inquina. Con Velocità massima (2002), lungometraggio d’esordio, vinse una serie di premi tra i quali il Pasinetti e il David di Donatello. L’anno successivo con Il mio paese si guadagnò un secondo premio Pasinetti per l’attualità giornalistica. Tanti i lavori fino ad arrivare al 2012 e alla pellicola Diaz – Non pulire questo sangue (vincitrice tra gli altri di tre Nastri D’Argento e quattro David di Donatello), dove raccontò i fatti del G8 di Genova.

Il prossimo 15 luglio uscirà per Fandango il libro fotografico omonimo che ripercorre i giorni del set, la sceneggiatura originale e i ricordi dei protagonisti. Vicari sempre nel 2012 con La nave dolce rivelò la sventurata sorte di poveri disperati “accolti” dall’esercito italiano. Prima che arrivasse lo tsunami covid si è aggiudicato altri due Nastri d’Argento per la legalità rispettivamente con Sole cuore amore e Prima che la notte e si è concesso un’incursione nel mondo letterario col romanzo Emanuele nella battaglia (Einaudi, 2019), finalista al Premio Severino Cesari 2020. Non accettando l’immobilità alla quale la pandemia voleva consegnarlo ha girato il film Il giorno e la notte, uscito di recente, coordinando il lavoro degli attori da casa, usando la fantasia e la tecnologia per creare nonostante tutto. Nella pellicola racconta quello che tutti abbiamo vissuto: a causa di un attentato terroristico alla popolazione viene imposto di non uscire di casa, così le coppie protagoniste, costrette dentro le pareti domestiche, non possono più sfuggirsi.

Cosa l’ha spinta a realizzare “Il giorno e la notte”, uno tra i primi esempi di smart filming?
Quando è scattato il lockdown sono rimasto colpito da come molte persone abbiano accettato di ridurre drasticamente le loro attività umane, mi sono chiesto come fosse possibile e ho avuto la sensazione che fossimo già pronti a un processo di questo tipo. Nel ventennio precedente infatti abbiamo mutato il nostro rapporto con la libertà illudendoci che i social la arricchissero anche stando a casa, soli e isolati. Allora mi sono detto che bisognava reagire. I cineasti italiani non si sono fermati neppure sotto le bombe e non era tollerabile che lo facessimo noi.

Il cinema secondo lei è all’altezza delle nuove sfide sociali e tecnologiche?
Il cinema deve esserlo, non ha scelta. Il cinema è nato nell’era meccanica ed è sempre stato influenzato dagli avanzamenti tecnologici. Oggi sta vivendo una delle sue più grandi trasformazioni, quella dall’analogico al digitale, con le immagini numeriche noi abbiamo una libertà pressoché assoluta nella manipolazione delle immagini e questa è una grande responsabilità perché possiamo produrre immagini che non hanno alcun referente reale. Oggi più di ieri è importante chiederci cosa succeda intorno, la tecnologia è espressione di una organizzazione sociale e viceversa.

Lei cosa farebbe per rilanciare il cinema nelle sale?
Le sale propongono lo stesso film pomeriggio e sera, credo che questo non basti. Dovrebbero avere una multiprogrammazione per individuare più pubblici e permettere a un numero più ampio di accedervi, per esempio di mattina. Questo può avvenire solo col cambiamento del paradigma industriale e serve una politica nazionale a riguardo. C’è da gestire inoltre il rapporto tra le sale e le piattaforme web, se le sale non verranno dinamizzate e non torneranno in modo capillare sul territorio, le piattaforme se le mangeranno. Nell’attesa va trovato un compromesso per promuovere un film: nei territori dove ci sono delle sale le piattaforme possono essere oscurate, dove non ci solo le sale lo spettatore paga un biglietto e lo vede sulla piattaforma.

Le sembrano adeguate le misure prese dal ministro?
Il ministro in questo momento di emergenza secondo me ha fatto quello che poteva, chi aveva redditi bassi ha avuto ristori adeguati, chi percepiva redditi medio alti non ha avuto una giusta compensazione. È una situazione complessa e non mi sento di prendermela col ministro, ma ora che la situazione sta evolvendo bisogna analizzare i problemi in maniera più dialettica e dialogica, per non far prevalere gli interessi di pochi, piuttosto una logica di sistema. Altrimenti arriveranno i soldi e li investiremo in modo sbagliato.

Tra i suoi lavori “Morto che parla” dedicato all’attore pasoliniano Mario Cipriani. Che ne pensa del Ddl Zan?
Sono un fermo sostenitore del Ddl Zan, però ho la sensazione che sia davvero insufficiente il dibattito pubblico sul tema. È tutto concentrato in una lotta politica in un momento in cui c’è un distacco totale della popolazione dalla politica. Questo è pericoloso perché il cittadino comune, non toccato in prima persona, non percepisce l’urgenza e la necessità di una tale normativa. Dovremmo essere grati al Vaticano perché il suo intervento, di certo una forzatura, ci obbliga a chiarirci e a parlarci e ha costretto il presidente del Consiglio a ribadire che siamo uno stato laico. Dovrebbe esserci una reazione collettiva, le soluzioni calate dall’alto saranno sempre sbagliate perché parziali. Bisogna risocializzare la discussione politica che negli ultimi vent’anni è stata azzerata da parole d’ordine violentissime che hanno spostato tutto il dibattito politico sociale sulla giustizia intesa in senso astratto e giustizialista.

A tal riguardo sono trascorsi venti anni dai fatti di Genova a cui lei dedicò “Diaz”.
Diaz uscì nel 2012, come anche La nave dolce. Credo che le due pellicole siano intimamente legate. Con La nave dolce ho raccontato l’arrivo degli albanesi nel porto di Bari nel 1991. La Democrazia Cristiana stava perdendo voti che le venivano strappati dalle varie leghe, quindi le istituzioni decisero, terrorizzate dalla perdita di elettorato, di trasformare una questione di ordine pubblico in un’azione di guerra. Ad accogliere quei ventimila disperati fu mandato l’esercito, che ne chiuse una parte dentro uno stadio rievocando l’inferno cileno, nutrendoli come cani, buttandogli cibo dagli elicotteri mentre le telecamere li riprendevano per far vedere quanto erano brutti, sporchi e cattivi. Lo stadio di Bari è stato il primo campo di concentramento dell’era contemporanea, a cui negli anni sono seguiti i Cpt o i Cie. Questi orrori si è pensato a lungo riguardassero solo gli stranieri. Però nel 2001 al G8 di Genova ci si è resi conto che la polizia non faceva sconti neppure agli italiani. Credo che ancora oggi molti non abbiamo capito questa involuzione che ha portato a rispondere militarmente al dissenso. La funzione dello stato è totalmente cambiata e lo hanno pagato sulla loro pelle le persone andate a manifestare a Genova o i Cucchi di turno. Non dobbiamo assopirci e dare per scontata la libertà, questa deve essere frutto di un conflitto/confronto che in una società democratica deve essere sempre vivo.

E' autore di romanzi sulla discriminazione e i diritti civili. Ha scritto la trilogia di Bambi, prima trilogia italiana incentrata sull'identità di genere e l'orientamento sessuale. Il primo volume della saga è stato tradotto in spagnolo per la Spagna, il Messico e l'Argentina. La sua raccolta di racconti Sul ciglio del dirupo, dove sono protagoniste le minoranze (etniche, religiose, persone diversamente abili), invece, è stata pubblicata anche in America. La sua produzione letteraria comprende inoltre testi per ragazzi utilizzati nelle scuole come Il seme della speranza. Reali scrive sulla pagina cultura de Il Mattino e cura una rubrica di libri sull'HuffPost Italia.