Legare lucidità di analisi a sentimenti forti, non è cosa facile. C’è bisogno di un ricco baglio culturale, di onestà e sensibilità intellettuale, di capacità autocritica, cose che a Gianni Cuperlo, presidente della Fondazione Pd non difettano.

La nostalgia come spinta al cambiamento. Ha affermato Goffredo Bettini in un’intervista a questo giornale: «Qualcuno mi ha definito nostalgico pensando di offendermi. Non credo di esserlo, perché non mi rifugio nel passato come consolazione rispetto a un presente che non mi soddisfa. Piuttosto, considero la nostalgia una carica enorme di cambiamento se si avverte come la speranza, l’anelito, la passione che un tempo ti ha attraversato”». In questa chiave, si offende se la definiscono un “nostalgico”?
Non mi offendo quasi mai, in questo caso tutto sta a capire per cosa è sano provare nostalgia. Presa in sé non è un sentimento irrazionale. La notte dell’Epifania mentre sulle tivù scorrevano le immagini dei “patrioti” di Trump assaltare Capitol Hill ho provato l’angoscia di tanti e assieme la nostalgia di stagioni, neppure lontane, dove la transizione presidenziale non aveva nulla di traumatico, tanto meno violento.

Va bene, partiamo da quell’episodio che è destinato a lasciare una ferita nell’orgoglio della nazione americana con conseguenze tutte da valutare. In fondo nonostante una presidenza, quella di George Bush Jr, tutt’altro che brillante l’attacco dell’11 settembre aveva unito gli americani. Questo inizio del 2021 con l’assalto al Congresso il paese sembra dividerlo. Ma in questo caso non è tanto la nostalgia a manifestarsi, piuttosto la domanda su quali ricadute avranno le violenze incitate da Trump.
Certo, il tema è quello che pone lei, io mi riferivo alla nostalgia solo come sentimento che ti fa rimpiangere contesti meno drammatici. Poi è giusto scavare e non fermarsi alla cronaca nel senso che la fine della presidenza di Trump appare coerente al suo insediamento. Se le capita provi a risentire il discorso che pronunciò al giuramento di quattro anni fa, gennaio 2017, ascoltato oggi fa impressione se non altro perché fin dal primo giorno il futuro Presidente non aveva dissimulato né lo spirito né le intenzioni. Furono poche frasi di un cannoneggiamento sui pilastri della tradizione: «Oggi non stiamo facendo il passaggio da un’amministrazione all’altra. Stiamo restituendo il potere da Washington al popolo». E subito dopo: «I politici hanno prosperato, le fabbriche hanno chiuso. L’establishment ha protetto sé stesso. I loro trionfi non erano i vostri. Questo cambierà, ora e adesso».

Ma cosa la colpisce di quelle parole? In fondo, negli anni successivi, a quel linguaggio ci siamo dovuti abituare.
Mi colpisce il sottotesto, la triade, popolo, patria, protezionismo, in una cornice dove a finire in archivio è stata la dialettica tra parti divise nelle urne, ma accomunate da eguali principi. Reagan o i Bush quelle espressioni le avrebbero evitate, un po’ per stile, ma soprattutto per un’idea opposta sul compito dell’istituzione, tenere la nazione compatta rinnovandone la funzione sulla scena globale. Da questo punto di vista “America First”, al pari del goffo “prima gli italiani”, riflette per intero la frattura.

Intende dire che dietro il folklore dei copricapi vichinghi e dei gruppi complottisti c’era e c’è un disegno di aggressione agli istituti della democrazia?
Voglio dire che a sfuocarsi è il confine tra modelli dispotici e autorevolezza della rappresentanza. Si tende a ibridare soluzioni sino a ieri inconciliabili, perché poteva capitare un Tycoon alle redini di una democrazia, seppure a costi elevati erano eccezioni tollerabili. La novità è quando un evento imprevisto rovescia assetti consolidati e per via diretta e legale insedia un potere proto autoritario trovando nella collettività più fragile il combustibile necessario. Dopo Obama, la Casa Bianca ha riservato questa svolta che oggi speriamo archiviata dal successo di Biden. Da questo punto di vista, lo ha notato Mario Del Pero, il nodo delle ultime elezioni non è stata la querelle sul riconteggio dei voti negli Stati in bilico, ma gli effetti di una polarizzazione stressata del conflitto nella nazione più influente sugli equilibri dell’Occidente. «Quattro anni di tossica pedagogia presidenziale sono destinati a lasciare scorie profonde», lo ha scritto in tempi non sospetti, è una sintesi brusca e in un certo modo definitiva sui guasti creati in un pugno di anni.

Non pensa che la svolta Biden-Harris avrà proprio il compito di sotterrare quelle scorie?
Lo spero come tutti. Peraltro adesso dopo la notte brava di Washington può persino darsi che l’ortodossia repubblicana trovi forza per liberarsi dall’ipoteca di un marziano sbarcato alla casa Bianca. Neppure quello però potrebbe bastare ad annullare lo sbrego prodotto da chi per gesti e linguaggio è sembrato più simile a un autocrate che all’erede di Lincoln. Il problema a questo punto è la sopravvivenza del trumpismo nel senso di fronteggiare gli epigoni di una regressione tutt’altro che sconfitta. Ricordiamoci che Biden ha raccolto 80 milioni di voti, un numero pazzesco, ma l’impresentabile uscente ne ha rastrellati quasi 74 di milioni a consuntivo di un mandato odioso agli occhi di tanti, ma non così odiato da un pezzo consistente dell’America più o meno profonda. Sul punto credo conti parecchio una tabellina ripresa dal Financial Times nei giorni caldi dello scontro, certificava come il quartile più povero della popolazione americana, per capirci il 25 per cento, durante i quattro anni dell’ultima presidenza avesse visto il proprio reddito incrementato, magari di poco ma incrementato. Il tema riguarda l’America e insieme l’Occidente nei suoi ancoraggi liberali. Mi pare lecito chiedersi perché accade, anche se l’interrogativo di fondo è l’altro: perché è accaduto proprio adesso?

E lei che risposta si dà?
Penso che la risposta percorra la crisi del decennio e affondi anche da prima. Nasce da tattiche irragionevoli su lavoro, sviluppo, protezione sociale. Strategie pigre, orfane di risorse, impotenti a rinnovare i benefici del ruolo pubblico per una platea universale. La democrazia non si nutre di nostalgia, ma deve sempre trovare alimento nella capacità di offrire soluzioni all’esistenza delle persone. Una democrazia è vitale quando “serve”, quando è percepita come un bene necessario, insostituibile, nel senso che da quella derivano le possibilità di emanciparsi, di affrancarsi da una condizione di bisogno, materiale e non solo. Togli questo ancoraggio alla vita delle persone, la convinzione che domani potranno campare meglio di oggi, e può capitarti di fare i conti con un miliardario eticamente bugiardo e corrotto capace di convincere un pezzo di società che la democrazia li ha traditi e lui, solo lui, può restituire a ciascuno non già un accesso a diritti negati, ma una chance di vendetta.

Tornando al tema, quindi nostalgia solo come rimpianto di un tempo meno complicato?
Non so dirle se è solo quello, racchiudere i sentimenti in una scatola è sempre un’operazione complicata. Però se la prendi dal lato della politica, di una dimensione pubblica, in parte è così. Quando anni fa con poche altre e altri non votai l’abrogazione dell’articolo 18 sentii una punta di nostalgia pensando al discorso potente, a modo suo visionario, tenuto da Bruno Trentin a Venezia in occasione di una laurea honoris causa dove ragionava di mercato, tecnologie e forme sconosciute di protagonismo dei lavoratori. Potrei annoiarla con decine di esempi, ma a farla breve sa l’errore dove affonda?

Dove?
In quel ribaltamento dello schema, l’idea che la distinzione nella modernità non fosse più tra Destra e Sinistra, ma tra Innovazione e Cone la distinzione nella modernità non fosse più tra Destra e Sinistra, ma tra Innovazione e Conservazione.servazione. In quella lettura si sosteneva come la sinistra fosse nata per innovare, sempre, comunque, a prescindere, mentre la destra conserva, riproduce la società per com’è e ne cristallizza i privilegi. Ma se risaliamo la corrente degli ultimi anni è una lettura che perde quasi tutta la sua coerenza.

Perché?
Perché in campo è scesa una destra assai poco conservatrice, direi piuttosto eversiva al punto da aggredire i presupposti delle libertà politiche e civili, e assieme a quello gli istituti di garanzia, l’equilibrio dei poteri. A quel punto preservare, se preferisci, conservare, un corpo di principi frutto delle costituzioni liberali della seconda metà del ‘900 è diventato per la sinistra un tratto della sua identità di ora. Naturalmente in quel caso la reazione non può limitarsi alla nostalgia. La risposta vive in un conflitto aperto, esplicito, per rinnovare i valori cardine della convivenza abbattendo ogni tentativo di distruggerli. «La tradizione è custodire il fuoco, non adorare le ceneri» è un aforisma suggestivo di Gustav Mahler, ma è anche vero che senza cenere il fuoco non può rinnovarsi, e questa è cultura contadina. Forse in parte vale anche per la nostalgia se la pensiamo come memoria che sa proteggere il futuro quando ci aiuta a trasmettere un patrimonio ereditato a quelli che lo rinnoveranno dopo di noi.

Nel raccontare il suo diventare un comunista italiano a 14 anni, sempre nell’intervista, Bettini ricorda: «Sono diventato del tutto casualmente un comunista italiano a 14 anni… Il Pci diventò la mia nuova casa interiore. Fu un’attrazione fortissima: un fattore d’ordine, di disciplina, di sentimenti alti e disinteressati, di continuo apprendimento dal presente e dalla storia.» E per lei cosa ha significato essere un comunista italiano?
Ho letto Goffredo e apprezzato la sua capacità di scavare nelle pieghe di una appartenenza nata in un’età acerba. Potrei dirle, ma lo sa quanto me, che capitava spesso. Pesava il clima, il contesto di un tempo segnato da spinte assai più intense di ora, parlo di movimenti nella scuola e nella società destinati a imprimere una svolta profonda nella vita del paese. Tra la fine degli anni sessanta e il decennio che segue cambiò la nostra costituzione materiale perché è vero che ci fu la stagione tragica delle stragi, del terrorismo brigatista e nero, ma crebbe anche la pressione di quei movimenti giovanili, del sindacato, del femminismo, e tutto questo impose un corpo di nuovi diritti della persona in una chiave che non aveva precedenti. Anche qui, non per nostalgia ma prova a mettere in fila anche solo una parte di quelle riforme e avrai il quadro di un’Italia tutt’altro che inchiodata al passato. Statuto dei lavoratori, abbassamento della maggiore età, nuovo diritto di famiglia, aperture sul fronte delle garanzie in campo penale, il divorzio, la legge sulle lavoratrici madri e quella sugli asili nido, la fine della Rai di Bernabei, l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale, la legge sull’aborto e la riforma di Franco Basaglia, nella passione politica si riversavano traguardi percepiti come realistici ed era qualcosa che contava. In questo la scelta del Pci conteneva una doppia chiave. La consapevolezza che l’obiettivo del governo era precluso, ma a compensare una democrazia bloccata c’era la convinzione di conquiste possibili e non per caso una parte di quelle riforme trovò in Parlamento una maggioranza più ampia di quella a sostegno dei vari governi che si succedettero lungo quella stagione.

Sì, tutto vero, ma se torniamo ai 14 anni di Bettini o ai suoi forse la scelta di quel partito aveva soprattutto una motivazione d’istinto, la ricerca di una comunità o sbaglio?
No, non sbaglia e questo elemento nella conversazione con Goffredo emerge con forza. Nel mio caso ero più vecchio, di anni ne avevo ben 15 e incrocio i giovani comunisti alla fine del ginnasio. Comunque l’elemento che ricorda lui esisteva, entravi in una dimensione che conservava tutti i tratti caotici dell’adolescenza però a contatto diretto con un mondo adulto – un partito – che trasmetteva invece un senso dell’ordine, persino una disciplina che a mano a mano scoprivamo dal di dentro. L’idea che ogni eletto versasse al partito del suo territorio metà dello stipendio, la militanza vissuta come un impegno dovuto a te stesso prima che agli altri o gli operai che sacrificavano le ferie per montare gli stand in tubi Innocenti alle feste de l’Unità. Erano riti, pratiche, coerenze quotidiane che davano vita a una palestra di civismo e correttezza. Si ricorda la procedura per iscriversi al Pci?

Beh, più o meno
Non è che uno andava in sezione e prendeva la tessera. Dovevi essere introdotto da due iscritti che garantivano per te e a quel punto la domanda di adesione veniva esaminata. Una volta, ma ero già segretario della Fgci, a margine di un congresso all’Eur Pajetta mi spiegò perché fosse un errore fare come i socialisti che eleggevano il segretario direttamente nel congresso. Per lui era un rischio e bisognava mantenere la regola del voto nel Comitato Centrale. Ecco, qualche anno più tardi gli è stata almeno risparmiata l’amarezza di scoprire che il segretario sarebbe stato scelto da tre o quattro milioni di italiani che passando per strada versano un obolo e manco puoi star certo che alle elezioni ti voteranno. A parte questo, poi c’erano i bollini mensili sulla tessera, la diffusione domenicale del giornale, il venerdì in sezione la lettura di Rinascita. Da me lassù a Trieste la federazione organizzava anche il Capodanno con lotteria e ballo. Confesso che a quello non ci sono mai andato, ma tutto il resto certo che lo ricordo perché l’ho vissuto.

E qui subentra la nostalgia?
Ma no, oppure sì, ma insomma moderatamente. L’ho raccontato anni fa in un libretto: dopo qualche mese della mia militanza mi avventurai in una discussione con un vecchio compagno sulle regole per partecipare al congresso della federazione che si sarebbe tenuto di lì a poco. Vabbè, io dicevo un sacco di sciocchezze e lui paziente a spiegarmi come funzionavano le cose in un partito serio fino a che si è innervosito e ha troncato la discussione così, «Scolta – mi disse – gavemo un Statuto no?». E io «Sì». «Bon, e te sa perché el se ciama Statuto?». Io, «No». «Perché dentro Sta-Tuto. Basta zercar!». Ecco, dinanzi a quella spiegazione dadaista rimasi spiazzato, però credo anche di aver compreso in quel momento che avevo a che fare con persone talmente immerse dentro una vicenda collettiva, nel senso di condivisa, da difenderla senz’altra cura che non fosse presidiarne la presunta integrità e perfezione. Che poi, e qui ovviamente nostalgia non può esservi, quella è stata al contempo la grandezza e la tragedia di quella forza al pari di altre. Concepire la militanza, l’appartenere a quella comunità, come qualcosa di intangibile, ma rischiando a quel modo di smarrire il senso critico che ti serve a capire e correggere errori e abbagli quando ci sono.

In un recente webinar organizzato da Italianieuropei, Massimo D’Alema ha sostenuto, anche qui cito testualmente: «Serve una nuova forza politica con un progetto di riforma del capitalismo che renda possibile il contenimento delle diseguaglianze e la tutela dell’ambiente».  Servirà pure, ma perché non si è realizzata?
Penso non da ora che la scelta di rompere il Pd pensando di riportare indietro le lancette dell’orologio con una aggregazione a sinistra alternativa alla forza più grande sia stato un errore grave. Nel mio piccolo mi sono battuto affinché non avvenisse, sono rimasto in quel partito facendo con altri una battaglia per ancorarlo a una matrice ideale e all’identità di una sinistra in asse con la nuova agenda del tempo. Potrei dirle che per questa coerenza abbiamo pagato dei prezzi, ma francamente lo rifarei. Adesso dall’interno del Pd mi sento di aggiungere che senza questa forza un’alternativa credibile alla destra semplicemente non la costruisci, ma con la stessa sincerità per tagliare quel traguardo solo il Pd non basta. Per cui certo che serve un campo aperto e più largo. Il documento che abbiamo titolato “Radicalità per Ricostruire” vuole fare questo, tenere assieme idee e persone, dentro e fuori il Pd, e vogliamo farlo con un’area della sinistra che in questo partito sceglie di pesare insistendo sulla necessità di resettare categorie della nostra cultura politica, del pensiero economico, della difesa dei diritti umani a partire da quelli delle donne. Uno spartiacque della storia impone questo e sarebbe bene scansare il rischio di ridurre un disegno tanto ambizioso a un nuovo patto tutto interno al ceto politico, vecchio e recente. La verità è che il Pd non è ancora il partito pensato all’atto della sua nascita, e questo anche perché la riflessione sulla sua identità a lungo è stata ambigua, ma i tentativi pure generosi sorti fuori da quel perimetro si sono risolti in un fallimento. Ecco, forse chi quelle scelte ha perorato dovrebbe riflettere e riconoscere qualche limite di analisi e visione.

Si approssima il centenario della nascita del Pci. Si annuncia una pioggia di libri… Cos’è, una operazione di marketing o il segno di una riflessione che guarda al futuro?
Anche fosse la prima cosa vorrebbe dire che il “prodotto” vende e sarebbe di per sé una buona notizia. Invece mi piace pensare sia il riflesso di una domanda di senso che la politica e le sigle succedute a quella storia hanno riempito solamente in parte. Un po’ per le cose accennate anche in questa chiacchierata, ma soprattutto per la deriva che nell’ultimo mezzo secolo ha sempre di più schiacciato i partiti a ridosso e dentro le istituzioni prosciugando quel terreno fertile dove si formava una coscienza di parte, se vuoi anche di classe. Iscriversi a una di quelle formazioni, non solo il Pci, era l’adesione a una cultura, un corpo di valori e una lettura della storia. Chiamala pure un’ideologia, ma come ci ammoniva quel leader che abbiamo molto amato era qualcosa che poteva riempire degnamente una vita. Io non nutro nostalgia per quella identità, ma conservo integra la forza di un metodo, di una forma specifica della militanza fondata sul rispetto del singolo perché parte di una potenza collettiva. No, guardi, non mi sento un nostalgico e se proprio dovessi definirmi oggi, s’intende da questo punto di vista, mi piace pensare che un po’ tutti noi che veniamo da lì siamo ancora, ciascuno a modo suo, dei comunisti italiani “in clandestinità”.