Leoluca Orlando è l’instancabile animatore di una sinistra apolide, come alcuni dei tanti migranti che Palermo accoglie. Militante dell’Antimafia impegnata, fondatore della Rete, simbolo della Primavera dei sindaci del ’93, oggi è entrato nel Partito Democratico. Si racconta al Riformista senza tacere gli eccessi del giustizialismo e la deriva dell’infatuazione per Tangentopoli: “Ma giudicatemi con indulgenza”.

Che momento storico, la primavera del 1993. Allora fare il Sindaco era una bella sfida, lo è ancora?
È una esperienza unica, per il rapporto umano che crea. Il legislatore ha a che fare con i numeri, noi con le persone: gli effetti delle delibere li vediamo subito e tutto intorno a noi. Ci dobbiamo fare carico delle contraddizioni della città e dei cittadini.

Palermo come è cambiata, in questi 28 anni? 
Nessuna città in Europa è cambiata tanto come Palermo. Ed è stato un cambiamento culturale. Siamo cambiati nella testa, nel cuore e negli stili di vita. È cambiata la consapevolezza di sé del palermitano.

Grazie a cosa?
Anche grazie alla cultura della legalità. Grazie alle vittime della mafia, che hanno risvegliato le coscienze. E grazie ai migranti, che ci hanno fatto passare dalla cultura del diritto a quella dei diritti.

In questo è cambiato anche lei, Orlando?
Sì, c’è stato un mio cambiamento personale anche in questo: sono passato dal diritto ai diritti. Troppe volte ci si accorge che il diritto è contro i diritti. I migranti e il mondo Lgbt ce lo insegnano; l’eutanasia ci conferma che a volte i diritti sono diversi dal diritto. E potrei continuare.

La primavera dei sindaci arrivava a cavallo della stagione di tangentopoli, tra il 1992 e il 1994. Ci furono degli eccessi? Col senno di poi, come rilegge quel periodo?
Assolutamente sì, ci furono degli eccessi di corruzione e di mafia, e ci furono eccessi nella risposta. Mi hanno chiamato a quel tempo giustizialista: è una definizione che non risponde al mio spirito, tanto che sono passato alla cultura dei diritti.

L’hanno chiamata Professionista dell’Antimafia. Parlo di Sciascia.
Io, Piersanti Mattarella, Gaetano Costa, il Cardinale Pappalardo eravamo i professionisti dell’antimafia. Lo siamo diventati perché eravamo isolati. E inevitabilmente eravamo indicati così. Poi i palermitani hanno aperto gli occhi, l’attenzione è cambiata. Io da anni non sono più in prima fila ai cortei antimafia, significa che è cambiata la mia posizione? No di certo, è cambiato il contesto. È diventata una scelta di opportunità. Ai tempi di Sciascia si doveva fare professione di antimafia, oggi se ne può fare a meno. Dopo di che sono stato eccessivo? Sì, e ho sbagliato anche nei toni quando me la prendevo con la Procura di Palermo.

Nei toni ma non nel merito?
Nel merito dicevo che bisognava andare a fondo nel rapporto tra politica e mafia, e i fatti si sono poi incaricati di dimostrarlo. Ma erano tempi in cui bisognava essere decisi. Sa cosa diceva Bertolt Brecht, quando scriveva “A coloro che verranno”?

Me lo dica.
«Anche l’odio contro la bassezza stravolge il viso.
Anche l’ira per l’ingiustizia fa roca la voce. Oh, noi
che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza,
noi non si poté essere gentili. Ma voi, quando sarà venuta l’ora
che all’uomo un aiuto sia l’uomo, pensate a noi con indulgenza».

La fa sua?
La sento mia, e chiedo indulgenza. Ma se non ci fossero stati gli eccessi di quel momento la gente non avrebbe aperto gli occhi e le orecchie.

Siamo alla fine se non della storia, della politica?
Dal 1994 – dai tempi di Berlusconi e della Rete – la politica dell’offerta è diventata quella della domanda. Oggi c’è stato un cambiamento fondamentale che inverte il rapporto elettore-eletti. Nella prima Repubblica ciascuno rappresentava una offerta politica esatta, e infatti gli spostamenti elettorali erano minimi. C’era la bancarella dei limoni, e se volevi i limoni andavi lì. Poi c’era quella delle arance, e chi non voleva i limoni comprava le arance. Una politica dell’offerta a cui oggi si è sostituita quella della domanda, i partiti sfornano risposte a seconda dei sondaggi, delle opportunità del momento. E infatti il consenso muta in continuazione, fluttua e si rimodella al variare dell’offerta.

Il populismo, insomma.
Hans Kelsen diceva che il primo democratico della storia è stato Ponzio Pilato. Ha chiesto alla folla chi andava salvato, la maggioranza ha gridato Barabba, e così è stato. Il rischio della domanda è l’esposizione al populismo, mentre la politica dell’offerta non vi è esposta. Il populismo non è di destra o di sinistra.

E chi è per lei il populista?
Il populista è colui che non rispetta il tempo. Chi pensa che un problema si possa risolvere subito e senza contrasti. Chi vive di eterno presente: slogan e tweet. Una deriva che alligna nella politica della domanda perché se capisco che una posizione non paga, la cambio la sera stessa.

Un sindaco può essere populista?
No. Perché deve governare. E quindi rispettare i tempi. Il populista al governo o vive in un paese dittatoriale o scende nei consensi. Non a caso quando un populista governa perde voti: la Lega di Salvini oggi in maggioranza scende a vantaggio della Meloni, che non è al governo e può fare la populista.

Quello che è successo ai Cinque Stelle.
Esattamente. Ed è per questo che oggi faccio i migliori auguri a Giuseppe Conte, perché possa traghettare il M5S fuori dal populismo, ricollocandolo dal “No, comunque” al “Sì possibile”.

A proposito del mestiere del sindaco: un bambino si schiaccia un dito nella porta dell’asilo e al Sindaco arriva l’avviso di garanzia. Una firma di troppo ed è subito abuso d’ufficio. Non si starà esagerando?
Tutte le volte che inizio una esperienza di Sindaco anticipo al segretario generale che avrà a che fare con qualche decina di indagini per abuso d’atti d’ufficio, e non con omissioni di atti d’ufficio. In democrazia ci deve essere un rapporto tra consenso, competenza e responsabilità. La Bassanini ha tolto ai sindaci i poteri decisionali, noi chiediamo di rispondere là dove c’è una competenza stretta. Io nell’esercizio amministrativo ho avuto quasi cinquanta processi penali, mai condannato. C’è da porsi una domanda, su questo.

Una sola condanna, fuori dal Municipio, per una espressione usata in un comizio.
Ero Parlamentare europeo e per andare a processo rinunciai subito all’immunità parlamentare. Uno dei pochissimi casi nella storia.

Un appalto per asfaltare la strada in Italia necessita di nove mesi, dal bando alla progettazione esecutiva; la media Ue è di due. Come si fa a Palermo? Come si dovrebbe fare in Italia?
Nel 2012, eletto Sindaco, ritenni doveroso ristrutturare il Palazzo delle Aquile. Se le cose vanno bene, consegneremo i lavori a dicembre di quest’anno. Nove anni per progettare, avere i pareri, vincere le cause sui ricorsi, superare l’interdittiva antimafia. Se i soldi fossero stati quelli del Pnrr, li avremmo già persi.

Come se ne esce?
Ci vuole un Dl Semplificazioni serio. E con riferimento alle somme europee, non si deve andare al blocco degli avanzi. Sui bilanci dei Comuni si faccia qui come si fa in Europa.

Paradossalmente sono gli eccessi di controlli e verifiche che finiscono per spingere qualche imprenditore verso la corruzione, per accelerare la pratica?
Parto dal presupposto che più controlli ci sono più si alimenta la corruzione: una procedura farraginosa espone inevitabilmente di più alla corruzione. Bisogna stabilire chi è responsabile del procedimento, e sono più garantito se c’è un responsabile e non dieci. Noi faremo un tonfo clamoroso con il Pnrr se non faremo le riforme. Adesso abbiamo sei anni davanti per spendere i soldi e per rendicontarli: l’attuale macchina pubblica dello Stato non è in condizione di rispettare questi tempi. Le riforme ora sono urgenti.

Sui migranti, mi diceva, la legge ha deragliato. I diritti possono esistere senza un buon diritto?
Per fortuna abbiamo la Costituzione. Laddove il diritto non è buono, la Corte costituzionale annulla. E il tema dei diritti è tutto nella nostra Carta costituzionale. Il tema è che per avere diritti devi essere visibile. Per questo una persona senza documenti è pericoloso come un latitante di mafia; e io cosa faccio? Rilascio residenza anagrafica, che fa avere assistenza sanitaria e sociale.

I suoi collaboratori sono sempre con lei?
Con Salvini ministro avevano timori, per due anni i funzionari si rifiutavano di firmare. Mi presentavano ogni volta la proposta di diniego e io motivando con la Costituzione, davo personalmente la residenza anagrafica.

Buonismo amministrativo, direbbe Salvini.
E sbaglierebbe. Un migrante intervistato ha detto: “Ringrazio il sindaco Orlando perché mi ha dato la residenza anagrafica così adesso posso pagare le tasse”. Ho risposto che se non lo fa posso mandargli la finanza, multarlo e farlo arrestare. Con i diritti si acquistano le responsabilità. Civiche ed anche civili, penali, fiscali.

Che rapporto c’è tra la città di Palermo e i suoi penitenziari?
Io sono di casa all’Ucciardone e al Pagliarelli. Dentro il carcere c’è tutto il bene e tutto il male che c’è in via Libertà. Partecipo alle proiezioni, mi fa piacere condividere con i detenuti qualche serata. All’Ucciardone ho visto con loro I Cento passi.

In tema di risorse, lei ha protestato più volte per quante ne arrivino poche nei grandi Comuni, nelle Aree metropolitane.
Il Recovery senza i sindaci presenta delle criticità. Se a livello nazionale passa l’idea che arriva la ripresa e tutto rimane com’era prima, rimangono come prima le diseguaglianze.

Una storia corsara, indipendente. Perché oggi torna nel Pd?
Nel 1996 ho depositato nome e simbolo del Partito Democratico. Quando Veltroni lo ha varato a Torino gli ho detto: “Walter, non faccio causa perché sai che siamo dalla stessa parte”. Cosa doveva essere il Pd ai suoi esordi? ‘Storie diverse per un progetto politico comune’: lo stesso slogan della Rete. Tutta la mia attività è stata prodromica a un progetto unitario della sinistra: quando Prodi ha creato l’Ulivo la Rete si è sciolta senza lacrime, perché quello era il nostro stesso obiettivo.

Cosa c’è nel suo futuro, dopo Palermo?
La conferma della mia visione, quella di poter vivere in un mondo senza frontiere. L’Ue è in sedicesimo il mondo di domani. Il digitale e i migranti, Facebook e Ahmed che viaggia sul barcone pensano una cosa in comune: le frontiere sono un ostacolo per la felicità. E continuerò a scrivere: in Germania i miei libri sono più letti che in Italia.

Nemo propheta in patria.
Ma la mia patria è il mondo. Palermo è un quartiere del mondo.

Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.