Madame Yourcenar, davvero se ne infischia di essere, dopo 350 anni, la prima donna che entra nell’Académie française?
Non importa. Ci sono nel mondo altre cose da fare o anche da pensare.

I più maligni dicono che hanno preferito lei a Simone de Beauvoir, che era troppo rompiscatole, e a Nathalie Serrault che era troppo femminista. Lei cosa ne pensa?
Non so, non ho letto molto né di Simone de Beauvoir, né di Nathalie Serrault. Non ne ho avuto il tempo.

Madame, lei una volta ha detto che scrivere è come fare il pane, la mano deve sentire quando la pasta è pronta. Di solito, dopo quante stesure la sua mano sente che la pasta è pronta?
Non lo so, dipende, non credo che ci sia una tecnica. Se lei vuole parlare di grammatica, di sintassi, sì, è una tecnica, ma per quanto riguarda la creazione stessa di un romanzo non si tratta affatto di tecnica. Ogni romanzo ha la sua forma specifica.

Il primo abbozzo del suo romanzo più famoso, Memorie di Adriano, lo ha ritrovato dopo molti anni in un baule…
Ho pensato di scrivere qualcosa della vita e della storia di Adriano alla mia prima visita alla Villa Adriana quando avevo 20-21 anni, ma veramente non ne sapevo molto della storia, di quei tempi, di quei problemi, per questo l’ho lasciato da parte.

Ma durante tutti quegli anni, dal momento in cui ha preso i primi appunti al momento in cui ha deciso di scrivere il libro, lei lo aveva dimenticato, oppure il subconscio ha continuato a riflettere?
Sicuro, tutto dimora. C’è il caso, c’è la fortuna che fa sì che possiamo scegliere un soggetto piuttosto che un altro.

Quanto tempo le è servito da quando ha ripreso in mano il progetto per portarlo a compimento?
Due anni.

Memorie di Adriano è un libro scritto come se lei fosse l’Imperatore Adriano: un uomo, un romano, un potente con dei sogni impossibili. Perché la storia di un uomo?
Perché un uomo? Perché non c’è mai stata un’imperatrice con un programma nel mondo come quello che aveva Adriano.

Se lei avesse scritto la storia di Plotina, che era la moglie di Traiano e che aiutava Adriano, non avrebbe potuto scrivere in fondo la stessa storia?
Si sa molto poco di Plotina e non si sa se abbia avuto una vita interessante. Non era un generale, non ha fatto una guerra, non ha scritto una costituzione, non ha viaggiato quanto Adriano. Si sa molto poco della vita domestica, interiore, spirituale di una persona, mentre le azioni sono visibili.

È vero che qualche brano delle Memorie di Adriano lei lo ha tradotto in greco antico per vedere che impressione le faceva?
Sì. L’ho fatto per vedere se fosse credibile in greco.

Per un bisogno di perfezione?
No, di verità. Lasciamo stare la perfezione.

Scrivendo romanzi storici, è lei che sceglie i periodi o sono loro che scelgono lei?
Non c’è una questione d’amore. Non amo il secolo di Adriano, come non amo il Rinascimento. Tutti i periodi storici sono terribili.

Lei ha ambientato romanzi e racconti in epoche classiche, durante il Rinascimento, in Europa e in Oriente. Non c’era nessun personaggio, problema sociale o situazione che le interessasse del Medioevo?
Nessun personaggio. Qualche scrittore ci ha provato con il Medioevo, ma non ci è riuscito.

Uno che è riuscito molto bene in questa operazione medievale e ha avuto un enorme successo di pubblico in tutto il mondo, si chiama Umberto Eco e ha scritto il romanzo Il nome della rosa
Non me ne parli, non mi piace.

Perché?
Perché è superficiale. (ride ndr)

Perché il presente non c’è mai nei suoi libri?
Il presente c’è sempre. La vita di Adriano potrebbe essere quella di un uomo di scienza di oggi. La si può immaginare come quella di un uomo che oggi possieda un immenso potere, forse nel mondo della finanza.

Dunque chi è un Adriano di oggi nel mondo della finanza? Rothschild? Rockefeller?
Non c’è nessuno tra i grandi della finanza intelligente come Adriano, o di grandi spiriti scientifici come Einstein, anche perché di fare ricerche e acquisizioni pratiche non ne avrebbero il tempo.

Lei ha inoltre tradotto scrittori importanti, come il greco Kavafis e la scrittrice inglese Virginia Woolf.
Ero una giovane scrittrice interessata a fare l’esperienza di traduzione. Ho tradotto Virginia Woolf, ma non ero legata alla sua opera. L’ho conosciuta a Londra, era interessante, bella un po’ come un fantasma, come uno spettro, qualcuno che era vicino a lasciare la vita.

Quando si è suicidata è rimasta sorpresa?
C’era la guerra, c’erano buone ragioni per suicidarsi, ed era anche stata considerata in stato di demenza.

Si sa che uno scrittore si nasconde dietro tutti i suoi personaggi. Lei dietro a quale dei suoi personaggi si sente più nascosta, ce n’è qualcuno che ama di più?
L’autore ama tutti i suoi personaggi, ma uno di quelli a cui mi sento forse più vicina è Zenone. Appartiene a quella gente che cerca di vedere il mondo così come è.

Lei ha detto che siamo più figli del tempo che dei nostri genitori. Di quale epoca si sente figlia?
Di tutte e di nessuna.

Non si sente radicata nel suo tempo?
Non credo nel tempo. Cos’è il tempo? Le 5:20 qui, più o meno della mattina o della sera a Tokyo o New York. Questo è il tempo.

C’è qualcosa che le piace molto della nostra epoca?
Tutti gli sforzi per migliorare il mondo. Greenpeace.

La sua vita è un po’ misteriosa e segreta, tant’è vero che nei suoi libri più autobiografici, come Archivi del Nord o Care memorie, lei si ferma all’età di sei anni nel ricordo. Perché si ferma così presto?
Questi volumi parlano della mia famiglia, non parlano di me. Non parlo della mia vita né più né meno che di tutte le altre vite.

Parlando di sua madre, il mistero resta. Lei ha detto: «io mia madre l’ho amata, ma non sono riuscita a conoscerla».
Forse l’avrei amata, forse non l’avrei amata. È morta quando avevo sette giorni, sembra pretenzioso sapere se io l’amassi oppure no.

Leggendo la sua biografia si ha l’impressione di leggere quella di una nomade che vive in tutto il mondo. Qual è il posto al quale è più legata?
L’India. Per la sua immensità, per la vita che si vede per le strade, la varietà dei tipi umani, il fatto che sono ancora molto presi da una realtà cruda e che non sono troppo cambiati per le apparenze della vita moderna.

E cosa pensa dell’Italia? Quale città italiana ama di più?
Ho visitato più o meno tutta l’Italia. Non so, forse Perugia, forse Assisi, Venezia sicuramente. Sono troppo differenti e non si può compararle.

Nel maggio del 1968 lei era in Francia. Che giudizio dà di quello che è accaduto ai giovani di allora?
È accaduto, la grande «vague est retombée». Dove sono ora quegli studenti? Lavorano da qualche parte del paese o non fanno niente? Non si sa, non è stato veramente un movimento costruttore.

Lei, a differenza di molti scrittori francesi, non è mai stata engagé nel senso tecnico del termine. Non lo ha fatto per non seguire la moda o perché pensa che uno scrittore debba impegnarsi in un altro modo?
Non credo che essere engagé sia positivo per uno scrittore, perché è un modo per dire solo right or wrongright or wrong Stalin, right or wrong il Papa

Lei parla sempre della solitudine dello scrittore. In che cosa è diversa o più grande rispetto a quella di un uomo?
Non è tanto differente, è come la solitudine di un giudice che ha i suoi documenti sulla tavola e pensa a come risolvere un caso.

Qual è lo scrittore francese che ama di più in assoluto?
Montaigne.

E il romanziere che le piace di più, non francese, nel mondo?
Forse Tolstoj.

Da molti anni è attratta e studia il mondo orientale, la religione e la letteratura. Che cosa ha l’Oriente di cui l’Occidente manca?
L’Oriente è immenso. Un olandese che conosco dice: «Per me l’Oriente comincia a Bruxelles», e il suo punto di vista è vero. Il vecchio proverbio diplomatico recitava: «l’Africa comincia a Roma, l’Asia comincia a Vienna».

E per lei l’Oriente dove comincia?
Se si parla di paesaggi, c’è qualche tocco di Oriente in Spagna; ma se parliamo di idee, l’Oriente è infinitamente complesso. L’Oriente dell’India del Sud differisce già da quello dell’India del Nord, e la Cina e il Giappone sono molto diversi.

Quindi non ha senso parlare di Oriente e di Occidente…
Anche l’Occidente è un piccolo promontorio dell’Asia.

Lei ha detto che bisogna ridare al piacere il senso d’essere di una via d’accesso a Dio. Che cosa voleva dire esattamente?
Credo che l’Occidente abbia molto abbassato l’idea del piacere. In parte a causa dell’ostilità della tradizione cristiana, che l’ha schiacciato molto in basso. Ora è difficile ricreare per il piacere un clima favorevole.

Di Dio ha detto: «è in contraddizione con la scelta di chi vuole o riesce ad amare la vita, non si possono avere insieme la bellezza della notte infinita e lo splendore del sole. Dio è una sola di queste due cose: o la notte infinita o il sole splendente».
Questa formula è presa da un poema d’amore in cui si parla di manovre di infelicità o di felicità. Non si possono avere tutte e due allo stesso tempo.

Si considera una persona religiosa?
In un certo senso, sicuramente. Non sono cristiana, mi sento più vicina al Buddhismo.

L’amore che parte ha avuto nella sua vita?
L’amore non è una nozione semplice, è la cosa più importante del mondo insieme alla morte.

Lei ha detto: «bisogna vedere le cose così come sono, fare come Adriano che vuole morire a occhi aperti». Che differenza c’è tra morire a occhi aperti e morire a occhi chiusi?
A occhi chiusi non si sa che cosa accade, non si sa cosa pensano gli altri.

E a occhi aperti cosa vuol dire?
Provare a capire esattamente la situazione per sé e per gli altri.

Ha paura della morte?
No.

Giovanni Minoli