All’amico e compagno Goffredo, Matteo consiglia di non portare acqua al mulino politico di Salvini e Meloni. Il Matteo in questione è Matteo Orfini, combattivo parlamentare dem, già presidente del Partito democratico. Il destinatario del consiglio è un pezzo da 90 nel Pd, e a sinistra: Goffredo Bettini.

«È sbagliato dire che il governo Draghi sia il governo del Pd quando è invece un governo di garanzia repubblicana». Così Goffredo Bettini alla Festa del Fatto Quotidiano. Lei come la vede?
La vedo che il governo Draghi è il governo del Pd, con la convinzione che in questo momento nel Paese non vi sia una figura migliore e più autorevole di Mario Draghi per guidarlo, e che quindi il Partito democratico debba sentirsi protagonista della stagione aperta col governo Draghi. Mi sembra peraltro che anche sul merito delle questioni decisive in questa fase, come il contrasto alla pandemia, Draghi abbia detto parole molto chiare e molto in linea con il nostro sentimento, la nostra posizione. Credo che l’imbarazzo in queste ore lo abbia Salvini, e non il Pd, a parlare di obbligo vaccinale, a chiedere la terza dose, a continuare nelle misure di contrasto alla pandemia. Nessuno di noi pensa a uno schema nel futuro di una maggioranza emergenziale come questa, in cui c’è la Lega e non solo. Lo dico in un modo ancora più esplicito: io credo che l’arrivo di Mario Draghi a Palazzo Chigi abbia prodotto un oggettivo salto di qualità nella capacità di governo rispetto alla fase precedente. Mi chiedo se Bettini condivida questo giudizio.

Glielo chiederemo. Intanto, sempre Bettini e sempre alla Festa del giornale di Marco Travaglio, ha suggerito che la soluzione migliore per Draghi sarebbe di optare per il Quirinale già a febbraio 2022 e quindi sciogliere le Camere e andare a votare. Dal suo punto di vista, è un consiglio accettabile?
Io ho sempre grande rispetto per le cose che dice Goffredo, che oltre a essere un compagno è un amico. Però penso che una soluzione del genere non sarebbe nell’interesse del Paese. Noi abbiamo da gestire i fondi del Pnrr, con una impalcatura che è stata costruita dal governo Draghi. Abbiamo da chiudere la vicenda del Covid che come noto non è chiusa. Noi stiamo discutendo di obbligo vaccinale, di terza dose, di una fase in cui, purtroppo, stiamo convivendo col virus, certo in un modo diverso dal passato perché per fortuna ci sono i vaccini, ma non ne siamo ancora totalmente fuori. C’è una crisi economica e sociale figlia di questi due anni drammatici da gestire. C’è un elemento di certezza sul piano interno, che ha restituito credibilità internazionale al Paese e quindi anche capacità di contrattazione con l’Europa, non solo sul Pnrr ma anche sulle misure ulteriori che potrebbero servire per uscire dalla crisi. E in un quadro del genere, noi pensiamo di levare il garante di tutto questo, chiedergli di andare al Quirinale per votare un anno prima e tirare tutta questa vicenda dentro una campagna elettorale? A me pare una prospettiva che può evocare Salvini, che è un irresponsabile, ma non può essere la linea del Partito democratico. E infatti non lo è. Letta su questo ha detto parole chiare: la legislatura dura fino alla sua scadenza naturale, nel 2023, e Draghi deve restare a Palazzo Chigi.

Il dibattito sulla natura del governo Draghi attraversa le varie anime, oggi si direbbe le varie “agorà”, interne al Pd. Si è già aperta la sfida congressuale? In una intervista a questo giornale, Gianni Cuperlo ha affermato, cito testualmente: «Il congresso? A me basterebbe un Partito». E a lei?
È ovvio che noi stiamo dentro una fase emergenziale. Lo è il Paese, e lo è anche il Pd. D’altro canto, la segreteria di Enrico Letta nasce da un’emergenza…

Vale a dire?
Dal fallimento della segreteria di Nicola Zingaretti, che è stato il fallimento di una linea politica, cioè quella di trasformare il Pd in un portatore di voti a Conte che, simbolicamente, fu impersonata dalla linea “non c’è alternativa a Conte”, una linea travolta dal fallimento del tentativo di costruire il Conte ter. È il fallimento di quella linea che ha prodotto le dimissioni di Zingaretti, il resto è propaganda. Fallisce una linea e quindi fallisce una segreteria. Nell’emergenza si corre a richiamare una personalità autorevole e con una certa esperienza come Enrico Letta. Quindi stiamo dentro una fase ancora emergenziale. A un certo punto una discussione andrà fatta, nei tempi previsti dal nostro statuto. È chiaro che in attesa che quella discussione avvenga, noi dobbiamo dare una mano al segretario a ricostruire un clima unitario nel Pd, e mi pare che questo tutto sommato stia avvenendo rispetto al passato, ma anche a ricostruire il Partito. Lo stato del Pd è uno stato di grandissima fragilità. Lo era già prima del Covid, e due anni di pandemia hanno un effetto anche su di noi, non potersi riunire, se non online, dover limitare fortemente l’attività politica, come per ogni settore, non poteva non avere una ricaduta anche su di noi. Su un corpo già affaticato prima. Io penso che noi abbiamo l’esigenza di ridefinire il progetto del Pd e anche di rilanciare una sfida unitaria. Il tema, secondo me, non è affidarsi solo ed esclusivamente alla politica delle alleanze, cioè sommare alla debolezza del Pd, la debolezza dei 5Stelle, quella di ciò che si divide a sinistra del Pd, la debolezza del riformismo di Calenda, Renzi e compagnia, va da sé che almeno nel campo storico del centrosinistra si possa ricostruire una sfida unitaria e rilanciare un progetto politico in cui chi è di centrosinistra si possa riconoscere. Il Pd lo facemmo per questo, anche se c’è chi sembra esserselo scordato.

Questo progetto politico passa inevitabilmente per le elezioni amministrative di autunno. Si vota in alcune delle più importanti città italiane, tra cui Roma, la cui complicata realtà politica lei conosce molto bene. Come valuta la campagna elettorale nella Capitale?
Noi siamo impegnati praticamente h24 in una compagna elettorale oggettivamente complicata ma che possiamo vincere. A Roma il Partito democratico è forte ed è forte il centrosinistra. Roberto Gualtieri è un candidato autorevole e di grande spessore. Roma è una città che soffre, perché è stata mal governata per anni. Quelle di Rutelli e di Veltroni sono state le ultime amministrazioni in grado davvero di immaginare e pensare una Roma contemporanea. È chiaro che il ritardo è tanto, però io penso che sia una partita giocabile. Non mi convince la scelta di Calenda di andare da solo e penso che alla fine emergerà la fragilità di quella prospettiva. Ogni giorno che passa è sempre più chiaro, evidente a tutti, che la sfida a Roma è tra Gualtieri e l’improbabile candidato di Giorgia Meloni, la quale dice ai romani: fidatevi di me. Dopodiché i romani si sono già fidati di lei quando hanno eletto Alemanno, ed è finita malissimo. Eviterei di rifidarsi della Meloni. Abbiamo già dato.

Da Roma a Kabul. I Talebani sono tornati al potere e si preannuncia una tragedia umanitaria verso la quale l’Europa non può essere silente. Che fare? avrebbe detto qualcuno…
Anzitutto credo che si debba ringraziare il governo e in particolare il ministro Guerini per il lavoro che è stato fatto nelle giornate più drammatiche, in cui siamo riusciti a mettere in salvo migliaia di persone. Credo che si debba trovare il modo per continuare questo lavoro, perché in Afghanistan sono rimaste ancora persone che sono a rischio della vita, per le ritorsioni e le rappresaglie dei Talebani. E c’è da costruire un meccanismo di accoglienza per i profughi che saranno ovviamente molti di più, senza ripetere gli errori del passato, cioè senza considerare l’Europa una fortezza e senza esternalizzare le frontiere e quindi farsi carico a livello europeo della gestione di quella che sarà una tragedia umanitaria. E poi c’è da riflettere più in generale sulle strategie di questi anni. È chiaro che l’esito dimostra che la strategia di questi vent’anni è fallita, questo è un dato oggettivo. Tuttavia non penso che si possa risolverla dicendo che tutto era sbagliato, perché questi vent’anni hanno fatto sì, quanto meno in alcune parti dell’Afghanistan, si sia manifestata una generazione che è nata e cresciuta senza i Talebani, e che oggi è un presidio da tutelare e da difendere. Quello che è successo ha anche avuto degli aspetti positivi, sta a noi capire come ridefinire una strategia. Non ha senso oggi rifare il dibattito di venti anni fa se era giusto o sbagliato quell’intervento. Studiamo i vent’anni di questo intervento per capire cosa ha portato di buono e dove invece ha prodotto dei fallimenti, e ragioniamo su cosa si può fare per il futuro e quali possano essere le modalità attraverso cui la comunità internazionale può intervenire di fronte a violazioni di diritti umani, perché poi di questo parliamo.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.