Sono entrambe donne, entrambe del Pd. Una è deputata e il suo è il commento più feroce: «Hai capito il segretario, ha scatenato la caccia al cattivo sfruttando il corpo delle donne, alibi perfetto per la sua vendetta». L’altra è senatrice: «Ricordo a tutti che nella famosa foto della campanella, quella del febbraio 2014 a palazzo Chigi, c’era anche Delrio che Renzi aveva nominato sottosegretario alla Presidenza… è una vendetta consumata fredda».

In dieci giorni alla guida della segreteria dem Enrico Letta ha rigirato come un calzino la segreteria nominando due vice distanti per storia e agenda come il “comunista” Beppe Provenzano e la lettiana Irene Tinagli e ha fatto quello che Nicola Zingaretti rinviava da due anni: decapitare i gruppi parlamentari e dare il segnale che adesso comanda lui. Un Letta inedito, «più arrogante di Renzi» ammicca qualche parlamentare, che porta al Nazareno lo scalpo che gli consente di dire: adesso comincia un’altra storia. Che poi cominci davvero è ancora da vedere perché quello del Pd è un corpo stanco, sfilacciato, diviso e demotivato. Dove è cominciato il si-salvi-chi-può rispetto al rito che sarà, quello sì micidiale, della composizione delle liste per le politiche del 2023. O del 2022.

Dieci giorni sono stati sufficienti per convincere i parlamentari Pd che sarà Letta il segretario che guiderà il partito alle prossime politiche. La corsa a salire sul carro del “vincitore” è sottili occhi di tutti. La scalpo di Letta sono le teste dei due capigruppo entrambi figli della stagione renziana che ormai sembra un secondo fa ma in fondo è solo febbraio 2018. La battaglia sarebbe nobile ma ha il sapore della strumentalità: troppe poche donne nei quadri dirigenti del Pd. «L’immagine pubblica del partito sono i tre ministri e il segretario, tutti uomini, un pessimo biglietto da visita che ci fa sfigurare in tutta Europa. Sono sicuro che in Parlamento ci sono donne di grande qualità in grado di ricoprire questo ruolo» ha detto il segretario nell’intervista pubblicata domenica su due giornali locali scelti non a caso: Il Tirreno, di Livorno, quotidiano storico della Toscana che è la regione di Andrea Marucci, capogruppo al Senato; la Gazzetta di Reggio Emilia, città di Graziano Delrio che è il capogruppo alla Camera. La scelta del mezzo è un dettaglio di rara perfidia. Probabilmente quella di cui il “mite” Letta ha avuto bisogno per lavare l’onta dell’agguato che nel febbraio 2014 lo accompagnò fuori dalla porta di palazzo Chigi dopo sette mesi da premier.

Il tema delle donne ignorate negli incarichi di punta del governo e del partito è stato uno di quelli che più ha indebolito Zingaretti nelle ultime settimane al Nazareno. Letta se trovato la palla alzata e l’ha schiacciata facile. È prassi che quando cambia il segretario i capigruppo facciano il gesto di dimettersi. Lo ha fatto l’eurodeputato Brando Benifei capogruppo a Strasburgo. Ma Letta lo ha subito riconfermato. Marcucci e Delrio non avevano neppure convocato l’assemblea dei gruppi dove probabilmente avrebbero fatto lo stesso gesto quando si sono trovati il “grazie arrivederci” recapitato a mezzo intervista. Non solo: da domenica il Nazareno ha fatto uscire con insistenza che «il cambio era già deciso e sarebbe avvenuto martedì». Cioè ieri. Restava in sostanza da scegliere tra cinque papabili, Serracchiani e Rotta alla Camera; Fedeli, Pinotti e Malpezzi al Senato.

Ma le cose non stanno andando lisce come previsto. E se Delrio alla Camera ieri mattina nell’assemblea del gruppo ha fatto un sostanziale passo indietro, Marcucci al Senato ne ha cantate quattro al nuovo segretario. E ancora non ha deciso se dimettersi o meno. Il fatto è che da un punto di vita numerico Base Riformista, gli ex renziani di cui Letta si vuole liberare, ha comunque la maggioranza a palazzo Madama (20 su 35) e volendo potrebbe anche tentare lo strappo. O meglio, la ribellione. I gruppi parlamentari sono autonomi e questa mossa perentoria di Letta ha stupito, spiazzato e non è piaciuta. Neppure alle donne del Pd. Al netto di qualche eccezione. L’assemblea al Senato è andata per le lunghe. Iniziata alle 16 è terminata alle 19. Prima Letta e Marcucci hanno avuto un faccia a faccia. E se dopo il colloquio Letta è apparso soddisfatto alle telecamere tanto da dire che «tra pisani e lucchesi si trova sempre un’intesa», l’accordo ieri sera ancora non c’era. Marcucci infatti si è riservato di valutare oggi «se ci sono le condizioni per la mia ricandidatura». Numericamente ci potrebbero anche essere ma lo strappo sarebbe carico di conseguenze. E Guerini, che di Base Riformista è leader insieme a Lotti, farà di tutto per evitarlo.

Aprendo il suo intervento, Letta ha chiesto subito «sincerità e verità totale» ma soprattutto unità. Anche perché «se arriviamo alla sfida con la Lega e il centrodestra con la torre di Babele, per me la sfida del 2023 possiamo pure non giocarla, abbiamo già perso. Tuttavia, unità non è unanimità. Non c’è niente di male se i gruppi si confrontano e competono su un nome». Poi il segretario ha toccato la questione della parità di genere. «Un partito come il nostro, organizzato con vertici tutti uomini è irricevibile». In replica Marcucci, che in questi anni ha dimostrato spesso e in solitudine di saperle cantare anche a Conte, è andato all’attacco toccando il tasto dell’irriconoscenza. «È la cosa che mi ha dato più fastidio, non aver riconosciuto il lavoro e la fatica che abbiamo fatto in questo gruppo parlamentare in questi tre anni così difficili e tormentati». La svolta dell’agosto 2019, la scissione di Italia viva, «con l’assillo di chi ha continuato a chiamarci corpo estraneo anche dentro il nostro partito».

Sconforto, amarezza. E sorpresa per il tema della parità di genere. «Temo, caro segretario, che la tua proposta sia troppo generica. Io voglio coerenza. Ben vengano i capigruppo donna. Allora però anche il segretario. Mentre abbiamo la pandemia non voglio che il Pd si limiti a parlare di parità di genere al proprio interno. Sappi che noi non siamo incoscienti, ma pretendiamo coerenza. il passaggio sulla delegazione europea a me, ad esempio, non è piaciuto. Così non mi piacciono i partiti dove decide uno solo». I senatori e le senatrici di Base Riformista hanno poi preso la parola chiedendo a Letta di spiegare bene «questa storia della parità di genere perché per molti di noi ha il sapore chiaro della punizione politica». Marcucci ha convocato un’altra assemblea per domattina. Entro stasera devono arrivare le candidature. In pole la sottosegretaria Simona Malpezzi.

Più “facile” per Letta il passaggio alla Camera grazie al passo indietro di Delrio. «Sono il primo a farmi da parte, nelle forme e nei modi che decideremo, io ci sono comunque, abbiamo donne e uomini capaci» ha detto incassando un lungo applauso. Un calore che certo non è stato riservato a Letta. Delrio è stato un capogruppo amato e decisivo nei passaggi già duri delle legislatura. Nella tenuta del gruppo. E per la pazienza nella mediazione costante con i 5 Stelle. Glielo riconoscono in molti. «Generosità e passione» dice Rosa Maria di Giorgi. Delrio potrà indicare il successore e la scelta sarà per Debora Serracchiani. Anche il suo non sarà un mandato semplice. E comunque a ottobre arriverà Letta alla Camera dal collegio di Siena a darle man forte.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.