Il “nuovo Pd” targato Enrico Letta, luci ed ombre. Il Riformista ne discute con uno dei più autorevoli politologi italiani: il professor Angelo Panebianco, ordinario di Scienza politica all’Università di Bologna, saggista ed editorialista del Corriere della Sera.

Professor Panebianco, nel Partito democratico è iniziata l’era, non si sa quanto lunga, di Enrico Letta. La metto giù un po’ brutalmente: ma il Pd, che divora segretari come fossero noccioline, è un partito riformabile?
Il Pd, come peraltro Forza Italia, è un partito che nasce nella stagione del maggioritario, e nasce proprio per fronteggiare il maggioritario. Le ricordo che quella unificazione, che poi era degli ex comunisti più la sinistra democristiana, era nata proprio per contrastare la frammentazione partitica a sinistra che rendeva più difficile per la sinistra competere con il centrodestra in una condizione di maggioritario. Tutto il discorso sul partito a vocazione maggioritaria è figlio di questo. Il Pd è legato alla stagione del maggioritario. Un discorso che investe anche Forza Italia. Fondamentalmente tutti i partiti dell’età del maggioritario sono in difficoltà. Il Partito democratico, però, ha goduto di una rendita di posizione…

Qual è questa rendita?
È quella legata al fatto che pur perdendo le elezioni, il Pd è riuscito a essere sempre al governo. E questo perché è il partito dello Stato. Essendo in qualche modo l’unico vero erede dei partiti della Prima Repubblica, è stato accettato dall’establishment come il partito dello Stato italiano. Questo ha dato un grande vantaggio, perché ha predisposto favorevolmente nei suoi confronti una gran parte delle istituzioni, gran parte del mondo della comunicazione, gran parte delle istituzioni statali e via dicendo. Questo è ciò che lo ha favorito. Naturalmente c’è il rovescio della medaglia: questo lo ha spinto a non darsi una leadership competitiva. Lo ha tentato con Renzi – una forte centralizzazione del potere che superasse le correnti e quindi desse al partito di nuovo smalto in chiave maggioritaria – ma l’operazione è fallita e si è tornati al correntismo. C’è sempre un contraccolpo: nel momento in cui un leader forte viene sconfitto, per contraccolpo si passa da un assetto monocratico ad uno molto più oligarchico con cui i vari capi corrente si spartiscono il potere. Letta supererà tutto questo? Sinceramente non sono in grado di dirlo. Certamente godrà di una tregua tra le correnti per un po’ ma poi bisognerà vedere se da questa tregua ne uscirà davvero rafforzato. In questo senso c’è una prova d’esame chiarificatrice…

Quale, professor Panebianco?
Se sarà lui in larga misura a decidere le liste. Perché poi le correnti si giocano tutte le loro carte soprattutto nel momento in cui si fanno le liste elettorali. Chi è che controllerà le liste? Il segretario o le correnti? Quale sarà l’equilibrio tra il controllo esercitato dal segretario e quello fatto dalle correnti? Tutto questo è molto difficile da dire. C’è però una considerazione politica che è possibile già fare. La presa di posizione sullo Ius soli è una roba identitaria, il che a me sembra significhi tradotto: noi non abbiamo nessuna possibilità in questa fase di vincere le prossime elezioni, quindi dobbiamo in qualche modo “innaffiare” e conservare l’identità. Questo mi è parso il messaggio che il neo segretario ha lanciato il giorno della sua investitura all’assemblea nazionale dei dem. Perché se avesse voluto dire noi saremo competitivi alle prossime elezioni, allora avrebbe dovuto fare un discorso completamente diverso. Avrebbe dovuto, per esempio, dire che i ceti produttivi saranno fondamentali per rilanciare l’economia del Paese, i ceti produttivi saranno molto più garantiti da noi che dal centrodestra per un insieme di ragioni. Invece non ha fatto questo discorso. Ha svolto un discorso molto identitario che è un discorso anche rinunciatario, di chi dice che le prossime elezioni sono in qualche modo perse e quindi dobbiamo giocarci l’identità e soprattutto dobbiamo giocarci la leadership a sinistra. Dobbiamo essere sicuri che siamo noi in testa rispetto ai 5Stelle. Mi pare che quella identitaria sia anche una scelta di un rapporto più competitivo con i 5Stelle. In questo c’è effettivamente una novità rispetto a Zingaretti, a Franceschini e Bettini, molto più orientati a un’alleanza senza competizione. Qui c’è invece l’idea che siccome ci giochiamo la leadership dell’opposizione di sinistra nella prossima legislatura, allora bisogna fare in modo che la leadership dell’opposizione spetti a noi del Pd, e che quindi saremo noi a distribuire le carte nell’opposizione al prossimo Governo di centrodestra. Un’alleanza strategica con il M5s potrebbe garantire al Pd, soprattutto se ne sarà l’azionista di maggioranza, una rendita di posizione nella guida dell’opposizione. Il che porta inevitabilmente a declinare l’identità del partito in una chiave populista di sinistra, marcata dal giustizialismo giudiziario e dall’assunzione, come asse portante della crescita, dello statalismo economico. Ma se a prevalere sarà questa visione, il Pd, come ho rimarcato in un mio editoriale sul Corriere della Sera, rinuncerebbe definitivamente a competere per il consenso del ceto produttivo, lasciando al centrodestra, o a una parte di esso, il monopolio della difesa del mercato e dell’imprenditoria privata. Con Zingaretti era questa la via intrapresa. Vedremo se Letta avrà la forza e la volontà di rimetterla in discussione.

Dentro la discussione che ha investito e in parte lacerato il gruppo dirigente del Partito democratico, c’è il giudizio sulla natura del governo Draghi. C’è chi, nel Pd, lo ha vissuto come il prodotto di una sorta di colpo di stato parlamentare. Al di là del “poltronismo”, non c’è questa difformità di giudizio, imposizione o opportunità, sull’operazione Draghi al fondo delle dimissioni di Nicola Zingaretti?
Assolutamente sì. Il risultato politico della caduta del Conte II e la nascita del governo Draghi è il cambio della guardia nel Pd. Il governo Conte era il governo di Zingaretti. Crollato il governo Conte, Zingaretti ha perso. Ha perso lui e una linea che sosteneva che il governo Conte è l’unica strada che abbiamo. Il governo Draghi non è il governo di Zingaretti, perché non è che puoi essere quello di tutte le stagioni. Quella di Zingaretti è stata la stagione del Conte II, finito quello è finita pure la stagione di Zingaretti alla guida del Pd. Certamente Letta ha più probabilità di dialogare con Draghi di quanto non ne avesse Zingaretti, anche perché Zingaretti puntava a stabilire e consolidare un rapporto con Conte, e certo non può essere Conte un fan del governo Draghi. Nelle novità di Letta ci sono tre elementi: primo, presa d’atto che le prossime elezioni sono perse e quindi bisogna giocarsi l’identità; secondo, competizione a sinistra con i 5Stelle per la leadership dell’opposizione e terzo, all’interno di questo, un rapporto il più collaborativo possibile con Draghi. Dopo di che, di dove porti tutto questo, non ne ho la più pallida idea.

A proposito della natura del governo Draghi. In questo dibattito tra “tecnici” e politici, c’è chi ha sostenuto che essersi rivolti all’ex presidente della Bce sia stata in qualche modo la morte della politica e del sistema dei partiti. Lei che ne pensa di questo?
Intanto c’è da dire che Draghi è il meno tecnico dei tecnici. Anche nel suo ruolo in Europa, lui ha esercitato una funzione altamente politica. Questa rigida distinzione tra i tecnici e i politici non va bene. D’altra parte, è normale che in un sistema parlamentare, quando le alternative parlamentari non sono praticabili, il sistema parlamentare è sufficientemente flessibile da consentire altre soluzioni. Non è la morte della politica. È semmai la morte delle combinazioni parlamentari possibili a seguito delle ultime elezioni. Diciamo che è un governo di attesa che deve affrontare un’emergenza molto grave, non solo sul piano sanitario ma per le sue dirompenti ricadute sociali ed economiche. C’è una emergenza che conta più di tutto. È l’emergenza pandemica che decide in qualche modo chi deve governare o meno. Se tu non hai gli strumenti e la forza per governare l’emergenza devi essere sostituito da qualcun altro. Prima di tutto è l’emergenza che detta l’agenda politica e di governo, marcandone le priorità, a partire da una efficace e quanto più possibile rapida campagna di vaccinazione. In più c’è il fatto che essendosi logorate tutte le combinazioni parlamentari possibili a seguito delle ultime elezioni, ci deve essere un interregno che prepara elezioni successive quando ci saranno nuove combinazioni parlamentari. È tutto lì. La morte della politica? Son tutte esagerazioni.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.