Il suo è un endorsement importante. Perché viene da un uomo che, comunque la si pensi, ha fatto la storia della sinistra post-’89: Achille Occhetto, l’ultimo segretario del Pci e il primo segretario del Partito democratico della sinistra, oggi prezioso “battitore libero” della sinistra.

Con un voto plebiscitario, l’assemblea nazionale del Pd ha “incoronato” Enrico Letta segretario.
Mi ha fatto molto piacere rivedere Letta in azione dopo molto tempo e di averlo sentito, nel suo intervento di investitura, veramente in forma. Immediatamente dopo la sua elezione, quando stava appena lasciando il palco, gli ho telefonato per fargli auguri. Gli ho anche detto che il suo dire mi ha fatto intravedere alcuni spunti che potrebbero superare la mia critica al difetto di fabbrica del Pd: la fusione a freddo di apparati.

Lo conosceva?
Gli ultimi momenti nei quali ho avuto modo di vederlo direttamente all’opera risalgono al 1999. Ai tempi in cui lui era segretario dell’Ares di cui presidente era Andreatta. Con il quale ero stato cofondatore di “Carta 14 giugno”, associazione che aveva l’obiettivo di trasformare l’Ulivo da cartello elettorale litigioso in soggetto politico, delegando all’Ulivo stesso le funzioni di governo e, recuperando ai partiti il ruolo di centri di raccordo con le persone e la società, di prospettiva ideale e strategica . Proprio al fine di non ridurli, come successivamente è avvenuto, a partiti ministeriali.

Nel suo intervento di domenica, Letta ha fatto un richiamo forte ad Andreatta. Che significato le attribuisce?
Una continuità con il suo pensiero istituzionale. Che ho potuto apprezzare molto da vicino. Infatti il mio rapporto con Andreatta è stato un sodalizio interessante tra un liberale illuminato e un comunista, sicuramente più a sinistra di lui, che era cementato dal riconoscimento da parte sua del valore centrale delle idee della svolta della Bolognina per una riforma del sistema politico che favorisse una alternanza tra destra e sinistra, non già nella direzione del bipartitismo, bensì in quella della alternanza tra alleanze organiche che superassero gli stessi limiti che si stavano manifestando nella stessa, pur importantissima, esperienza dell’Ulivo. Ho sentito un’eco di quella esperienza nelle parole pronunciate da Letta domenica scorsa, soprattutto là dove mi è sembrato che abbia voluto mettere l’accento nella volontà di riprendere quella prospettiva nella direzione della formazione di un nuovo campo del centro sinistra al di là di una visione statica delle alleanze. Almeno, così spero.

Il suo riferimento al Mattarellum è stato criticato. Ma non è una opportunità parlare adesso di legge elettorale?
Il suo riferimento al Mattarellum va inteso non come la volontà di discutere subito di legge elettorale, ma come una ispirazione di fondo che deve essere messa alla prova da un’ampia iniziativa politica che esca dal pantano della sterile discussione nella quale ci eravamo arenati su 5Stelle si o 5Stelle no. Per me è del tutto evidente che i grillini sono fondamentali in uno schieramento per battere la destra. Tuttavia occorre partire dalla consapevolezza che tutto il campo della democrazia militante è chiamato a ridefinirsi. Compresi i 5telle. Però non basta. È più che mai è indispensabile il coinvolgimento di tutte quelle energie sociali e intellettuali, e ne esistono tante nel Paese, che non intendono subire la deriva a destra. Di questo c’è bisogno e non certo, come avevo rimarcato già in una nostra precedente conversazione, di una sinistra che nasce mettendo assieme i cocci del passato, ritornando al balletto, a cui assistiamo negli ultimi tempi, di fusioni e scissioni a freddo. Il vero punto di partenza dovrebbe essere una discussione strategica per ridefinire progetto e identità. Una discussione in cui non si parli di organigramma ma di confronti ideali tra legittimamente differenti ispirazioni riformatrici che non si cristallizzano in consorterie di potere.

Dove svolgere tale discussione?
Anche qui evoco un mio pallino: quando io parlo di “Costituente delle idee”, ritengo che la sinistra abbia bisogno vitale di un momento in cui si affrontino i grandi temi planetari che sono sul tappeto del millennio: fraternità e uguaglianza, valore sociale del lavoro, migrazioni bibliche, salvezza del pianeta, crisi mondiale della democrazia, democratizzazione del cyberspazio. Il problema della crisi della sinistra, non è solo italiano ma europeo e persino mondiale, e quindi c’è materia abbondante per una discussione spassionata di tutta la sinistra. È ora di smetterla di parlare solo di crisi di identità del Pd. Purtroppo assistiamo a una crisi della democrazia che coinvolge moderati, sinistra riformista, sinistra alternativa. Nessuno è nelle condizioni di alzare il ditino. La campana del nuovo inizio suona per tutti.

Letta ha deciso di rivolgersi a tutti, da Renzi al M5S. Non c’è il rischio di una maionese impazzita?
A questo proposito occorre fare un ulteriore passo in avanti. Che consiste nell’andare oltre i colloqui con i segretari di partito al fine di dar vita a un campo magnetico dinamico, sollecitato dai contenuti, che coinvolga tutta la democrazia militante e l’insieme di quella ricca cittadinanza attiva che si impegna sul territorio. Ad esempio le Sardine, ma non solo. Con l’intenzione di creare quel campo progressista, come sostiene la stessa Elly Schlein con la sue iniziative sul campo.

È importante che Letta abbia deciso di parlare del programma con i circoli? È sufficiente?
Certamente, è fondamentale. Ma attenzione. Il Pd non si rigenera se rimane chiuso in se stesso. È il momento di aprire porte e finestre, di fare entrare aria fresca attraverso una chiamata a raccolta molto più ampia. Nello stesso tempo occorre rispondere alle istanze della sinistra non rappresentata nel cielo della politica e, tantomeno, nel chiacchiericcio del dilagante politicismo che coinvolge l’insieme del “complesso informatico- politico.”

Ha dei suggerimenti da dare?
Non credo che ne abbia bisogno. Mi limito a offrire delle suggestioni, un discorso di metodo. Per esempio, suggerisco un ticket con la Schlein, in un ruolo che non spetta a me definire, che può avere due valenze. Quella di parlare alla sinistra diffusa ed esterna ai partiti affidando, nel contempo, un valore strategico alla presenza femminile sul fronte della società, del rapporto con i giovani e le donne. Ricordiamoci sempre che al di là dei partiti c’è l’ampio serbatoio dei disillusi, c’è una sinistra potenziale che non si riesce a far emergere.

Con Letta cambia il rapporto con il governo Draghi?
Credo che sia molto importante la scelta di operare attivamente dentro un governo il cui perno è l’europeismo e la scelta di affidarsi, nella pandemia, alle indicazioni della scienza, anche se sono impopolari. Perché si tratta della linea seguita dalla sinistra nello stesso governo Conte. È Salvini che deve spiegarsi, invece di fare, ogni giorno, il controcanto. Tuttavia occorre, nello stesso tempo, assicurare un rapporto dinamico con il progetto centrale della transizione ecologica. Invece di assistere con sofferenza all’attività governativa, occorre marcare a uomo sui contenuti, affinché la transizione ecologica apra, per davvero, la strada a un nuovo modello di sviluppo. Cosa difficile da garantire con un governo di tutti e con le pulsioni neoliberiste ancora ampiamente presenti nell’attuale compagine governativa. Non tutto sarà risolto da Draghi. Per questo occorre attrezzarsi in tempo per fronteggiare l’inevitabile e salutare confronto tra destra e sinistra. Non un partito di cariatidi dell’architrave del sistema. Ma un partito che sa stare nel gorgo del conflitto.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.