“Se mi sento di dare un consiglio a Enrico Letta? Metta da parte ogni risentimento, e lo faccia davvero”. A dirlo è un politico di lungo corso: Pier Ferdinando Casini, già presidente della Camera dei deputati e della Commissione esteri del Senato. Con 37 anni consecutivi da deputato e senatore, è il politico con alle spalle la più lunga esperienza tra quelli presenti nei due rami del Parlamento. E in 37 anni ne ha viste tante.

Con una elezione plebiscitaria, Enrico Letta è il nuovo segretario del Partito democratico. Presidente Casini che valutazione politica dà di questa scelta?
È una scelta, dal punto di vista del Pd, pienamente comprensibile. Perché Letta era l’unica personalità di prestigio che potesse essere spesa in un momento così delicato per il partito. Diciamocela tutta: se penso ai maggiorenti del Pd, Letta ha tolto le castagne dal fuoco a molti di loro. Perché certamente ha rimesso al centro del villaggio, come si suol dire, il tema dell’esistenza del Pd e il suo rapporto col Governo. E questo non è poco.

Vorrei restare proprio sul rapporto tra i dem e il governo Draghi. Su questo sulle pagine de Il Riformista si è aperto un dibattito molto interessante e acceso. C’è chi sostiene che una parte del gruppo dirigente del Pd abbia vissuto la nascita del governo Draghi, per dirla con le parole di Paolo Mieli, come una sorta di colpo di Stato parlamentare.
In politica le parole sono importanti ma i fatti ancora di più. Quando il Partito democratico, almeno in due o tre circostanze, con i suoi principali esponenti, ha detto e ripetuto o Conte o elezioni, e mai con la Lega, poi era difficile far passare nell’opinione pubblica l’idea che il governo Draghi fosse un fiore all’occhiello del Pd. Oggi, con Letta, per via dei suoi rapporti tradizionali con Draghi e della sua personalità, il rapporto tra il Partito democratico e il governo Draghi viene facilitato. E lui certamente ha la credibilità per poter dire: questa per noi è la scelta migliore.

Sullo spessore del nuovo segretario dem il giudizio è pressochè unanime. Altra cosa però è l’unanimismo. Insomma, 860 sì su 866 partecipanti al voto nell’assemblea nazionale. Non è l’avvisaglia di un unanimismo di facciata?
È ovvio che in un momento in cui nasce una leadership nuova, soprattutto quando la scelta è scontata nessuno vuole tirarsi fuori. Ma qui il discorso è un po’ diverso. . Il problema è la politica del Pd. Perché per i primi giorni, per i giornali, per la cronaca, per i salotti mediatici, per l’opinione pubblica, il problema può essere il segretario. Ma quando i riflettori si spengono e il segretario è insediato stabilmente, sul campo rimane il problema della politica. E delle scelte concrete. In fondo anche Salvini, che è un leader carismatico, alla fine si è dovuto piegare alle ragioni della politica con il governo Draghi. Il Pd, alle prossime amministrative dovrà, ad esempio, decidere se corteggiare le Sardine e i movimenti collaterali ai centri sociali, o se essere un partito riformista a tutto tondo che davanti a scelte importanti non fa sconti a nessuno. Dunque il tema è quello delle scelte che solitamente sono dolorose.

Una tra tutte?
In questi mesi l’Italia è andata avanti con i sussidi. Che sono stati anche assolutamente inevitabili, perché si trattava di costruire degli ammortizzatori sociali per le fasce più deboli. Però sappiamo tutti che questi provvedimenti hanno un inizio e una fine. Dopo un certo momento, si sconfina dell’assistenzialismo puro che non serve e che soprattutto non rilancia una economia in crisi di competitività come quella italiana. Oltretutto, stiamo scaricando sui nostri figli un debito ingente che ipoteca e pregiudica il futuro delle giovani generazioni. Questo sarà un passaggio fondamentale per il Governo, per la coalizione e per il Pd.

Ma qual è il terreno su cui il Pd può giocare più facilmente?
La caratteristica su cui il Pd può vantare un titolo di riconoscibilità è il tema dell’Europa. Questo è il miglior biglietto da visita del Partito democratico. Dobbiamo riscoprire l’idea di un “sovranismo europeo” che sostituisca l’idea, in questi mesi molto in voga, della rivincita delle nazionalità. In un mondo così complesso, con le questioni geopolitiche aperte nel Mediterraneo e nel Nord Europa, o l’Europa riesce a parlare con una voce sola o è destinata alla più completa irrilevanza. In questo senso anche i 5Stelle sono chiamati a scelte decisive per il loro futuro.

In che senso?
O i 5Stelle ammainano le loro bandiere e fanno i conti con la realtà, oppure per il Pd diventa arduo continuare a seguirli senza assumere una posizione più assertiva. In poche parole: il Pd oggi non ha più l’obbligo della mediazione che determina un logoramento continuo ed anzi è chiamato a favore con posizioni nette la possibile evoluzione del Movimento 5 Stelle.

Letta ha rilanciato l’europeismo come carattere identitario del Pd. Ma questo come può e deve interagire con una nuova partnership euroatlantica con gli Stati Uniti di Joe Biden?
Da questo punto di vista le cose sono destinate a migliorare per noi e per l’Europa. Con Biden è possibile recuperare una visione atlantica comune, basata sul multilateralismo che in questi anni è stato profondamente messo in crisi da Trump. Tornano di attualità le coordinate tradizionali della politica estera italiana: europeismo, scelta atlantica, multilateralismo. Ricette fondamentali per affrontare un mondo sempre più complesso e le sfide aperte che in particolare provengono dalla Cina. Abbiamo constatato negli ultimi anni quanto sia necessaria la presenza americana. Lo vediamo nel Mediterraneo dove la presenza turca e russa, con modalità non sempre ortodosse, è possibile solo grazie all’assenza degli Stati Uniti.

Presidente Casini, alla luce della sua lunga esperienza politica e parlamentare, che consiglio personale si sente di dare al neo segretario Pd?
Io non voglio dar consigli a Letta perché da cinquant’anni in su i consigli li dà la vita e non li danno gli altri. Ho visto che ha riposto nel bagagliaio i risentimenti. E questo è molto importante per lui. Bisogna che lo faccia sul serio e non per finta.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.