È tutto sommato ancora un ragazzo di giovane cinquantina, ma già una reserve de la République. Enrico Letta mi ha sempre fatto una grande impressione per due motivi, uno personale che non dovrei dire e l’altro oggettivo. Ha l’età dei miei figli e rappresenta la generazione più matura fra quelle giovani e – secondo – parla e pensa in un magnifico francese e in eccellente inglese.

Tutti però lo ricordano per due effetti collaterali: nipote di Gianni Letta – spin doctor e cardinal Richelieu di Silvio Berlusconi – e per il diabolico “Stai sereno” pronunciato da Matteo Renzi per farlo fuori con un tocco di stiletto fiorentino. Acqua passata. Ma è acqua che si è portata via nel frattempo argini e ponti, perché ciò che è accaduto da quando Letta fu estromesso dal governo con il più malmostoso passaggio della campanella a Renzi (la campanella che il capo del governo usa durante i consigli dei ministri) ha scavato una voragine in cui il Pd è man mano scivolato e da cui non è più riemerso, a partire dallo scontro frontale contro il palo dei referendum su cui Renzi si giocò la testa e la perse.

Letta oggi chi è? Pedinandolo un po’, ci sembra un uomo capace di riflettere dopo il knock-out, recuperare, riproporsi – sostiene lui stesso – con spirito autocritico. Autocritica non è una bella parola, ma tanto per capirsi: ci ha riflettuto, ha capito gli errori nella partita, non vuole ripeterli ed è pronto a rientrare nel grande gioco, a patto e condizione che la strada sia sgombra dalle macerie. Che invece per ora sono gli oggetti più statici e fumanti del panorama. Disse, dopo la brutale defenestrazione e poi il guardingo e ritroso ritorno in vita, di non aver capito al volo il tipo di fase di cambiamento in cui il Pd era coinvolto, ma di averlo alla fine metabolizzato. Da allora Letta come Cincinnato, o un giovane de Gaulle se ne è andato a insegnare a Parigi corsi di politica per le nuove generazioni: sempre “en reserve”, scostante ma a disposizione con l’aria di chi dice no, mi spiace, non posso, tuttavia ho molto a cuore le sorti del partito, del Paese, eccetera.

Oggi, anzi ieri, ha avuto il suo momento di illuminazione mediatica come candidato notevole del partito e ha detto un mezzo no, ma non era una negazione assoluta, siamo nel relativismo del possibile. Essendo un uomo concreto, pratico e non ipocrita i suoi “no” valgono un mezzo “sì”, come si usa in diplomazia dove un buon diplomatico se dice sì intende “forse”, se dice “forse” intende “no” e se dice no non è un buon diplomatico. Lo stato in cui si trova il Partito che ha contribuito a fondare provenendo dai ranghi giovanili della Democrazia cristiana e poi del minuscolo Partito popolare confluito nella Margherita rutelliana, per poi convolare a complicate nozze con quel che restava del vecchio e smembrato Pci, area riformista, è sotto gli occhi di tutti.

Un partito che non ha una leadership non tanto perché manchi di un leader, ma di una idea guida. Chiamatela sogno, magari anche tecnocratico, ma comunque uno straccio di progetto. Oggi, sotto il burka ideologico- psichiatrico in cui è scomparso il Pd, non si trova nulla. Il ridicolo conflitto sulle donne che non ci sono nella lista dei ministri, che ricompaiono nella lista dei sottosegretari, che capitano per caso tra i dirigenti occasionali ma che potrebbero convergere sul nome della Pinotti, onesta ministra della Difesa di cui non sono note le idee trainanti, dice tutto cioè nulla. Ecco, dunque, che il nome di Letta emerge dalla foto bidimensionale come stampata in 3D perché di lui prevale l’immagine offerta dal fattore umano: ha una personalità, una storia, una sottigliezza e una cultura che potrebbero consentire al Pd di cambiare geometria e assetto per mettersi in “modalità-Draghi”: molta Europa, poliglottismo mentale, smaltimento di ogni provincialismo.

A Palazzo Chigi il Superman che viene dalla Banca centrale europea e al Nazareno un super teacher accademico che parla benissimo e pensa con rapidità e cultura. Nel Pd ormai i casi del genere sono piuttosto rari e non nominiamo i pochi altri per non portare sfiga, ma certo è che quel partito è prima di tutto in debito di ossigeno con tutto ciò che ha a che fare con la modernità della politica riformista moderna, essendosi andato a sposare con le fattucchiere gitane delle notti, con i cinque stelle, con cui ha danzato, si è ubriacato, si è fatto leggere la mano e poi ha fallito. Ignoriamo che cosa pensi ufficialmente Enrico Letta della contaminazione con i grillini, ma ci sentiremmo di giurare che ne ha un discreto orrore. Il suo scontro politico con Renzi aveva un motivo di fondo molto chiaro: secondo Enrico, Matteo barava cercando di far ingurgitare in un solo bicchierone agli italiani sia le riforme costituzionali che quelle di governo in un’unica brodaglia, tanto che quelli – gli italiani – hanno rifiutato la sbobba e il Paese si ritrovò al quadretto zero della partenza. Quella stagione è stramorta. Le riforme istituzionali sono morte e tuttavia straziate con il referendum mutilatore imposto dai pentastellati e che Zingaretti ha accettato.

Ma stiamo parlando di fattacci accaduti nel 2014, quando ancora giravano i dinosauri. Da allora tutto è cambiato, ma solo per il processo della decomposizione. Oggi, leggiamo, i renziani sono molto irritati di fronte all’ipotesi di un arrivo di Letta al comando del partito, ma se è vero si tratta probabilmente di umori non filtrati. E Letta in prima battuta sembra che abbia detto di no, che in politica vale come un forse. In lui si scontrano certamente, nel profondo, entrambe le contraddittorie opzioni: mollare tutto ancora una volta dopo aver fiutato tutto il marcio, e viceversa la tentazione di saltare sul carro sgangherato in corsa verso il precipizio per cercare fermarlo e dargli la giusta direzione.

È possibile, anzi secondo noi certo, che Draghi gli abbia mandato dei segnali neanche troppo cifrati e che anche Berlusconi, senza fare danni, cerchi di convincerlo, magari con la non scontata moral suasion di Gianni Letta. Chissà, vedremo. Poiché il Pd ha ormai una fortissima tendenza al suicidio non assistito, tutto può accadere, specialmente il peggio e che quindi il posto di comando resti vacante o mal occupato. Certo, oggi è il Pd a non stare sereno- Enrico sta calcolando se gli conviene o no, e noi – dal mondo esterno super democratico e garantista – senza farlo troppo vedere incrociamo le dita.

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.