E se il Partito democratico decidesse di volersi bene, diventando unicamente se stesso? Un’idea per realizzare questa eventualità crediamo comunque di poterla suggerire ai diretti interessati. Ecco: abbiamo fantapoliticamente immaginato, posto che ormai non si può fare altro che sognare, essendo il terreno e la sostanza simbolica e concreta della politica prive ormai di consistenza, che, d’improvviso, mosso da amor proprio, il segretario del Partito democratico, Nicola Zingaretti, proceda a “radiare” i renziani dalla sua organizzazione. Si liberi di una “quinta colonna” attiva e operante proprio nel Pd.

Un gesto simile, sia detto per coloro che non hanno memoria delle cose e dei grovigli politici interni alla sinistra (ammesso che il Pd possa essere ancora ritenuto un soggetto tale) ricondurrebbe a ciò che avvenne nel 1969 nel Partito comunista italiano, quando il gruppo de “il manifesto” Pintor, Rossanda e gli altri – vennero appunto radiati; messi alla porta, in una sorta di “sospensione a divinis”. Ecco, Zingaretti si sveglia una mattina e dice a se stesso: bene, questi qui non ce li voglio più! Fa così in modo che gli “amici” e le “amiche” di Matteo, si ricongiungano presso la casa del padre, nel partito tutto loro, sebbene monolocale, Italia Viva.

Insomma, si ripete Zingaretti, ancora in pigiama, seduto ai bordi del letto nella prima mattina della sopraggiunta chiarezza: perché Matteo ce li ha lasciati qui? Facendo così balenare proprio il concetto della cosiddetta “quinta colonna”. Con questa espressione si intende l’esistenza di una falange nemica, nascosta, travisata entro le proprie fila, pronta ad attaccare; sorta di cavallo di Troia. Il nome risale agli anni della guerra civile spagnola: fu chiesto a Franco come avrebbe battuto i lealisti repubblicani, il generalissimo disse: vinceremo anche con la nostra quinta colonna. All’obiezione: ma se ne avete solo quattro? Giunse la risposta decisiva: No, ce n’è una quinta nascosta tra i “rossi”.

Ora, senza farla troppo lunga, tornando alla memoria storica, giunge naturale un’altra espressione propria delle dinamiche politiche interne alla sinistra: “entrismo”. Negli anni ‘50 e ’60, a praticarlo erano i trotskisti infiltrati all’interno dei partiti della sinistra tradizionale per spostarne l’asse a sinistra, chi siano esattamente i trotskisti provvede la battuta di Mariangela Melato in “Mimì metallurgico ferito nell’onore” rivolta a Gennarino Carunchio: “Sinistra della sinistra”. Va chiarito però che in questa nostra storia, di sinistra ne appare poca, anzi, procedendo nell’azzardo fantapolitico, alla fine di tutto, per raggiungere una definizione esatta del Pd, un ibrido nato con Veltroni, torna in mente, proprio una pagina de “il manifesto” del 1999, contestuale a quando proprio Veltroni disse di non essere “mai stato comunista”, che mostrava le facce di quest’ultimo e di D’Alema da giovani titolando: “Facevamo schifo”. Nella situazione attuale, l’ironia è d’obbligo, visto che Zingaretti non è Stalin, non è Togliatti e forse ancor meno Natta, che dell’espulsione del gruppo fu di fatto l’esecutore burocratico.

Rimandarli alla casa del padre Matteo, sarebbe un gesto di chiarezza politica, non un remake dell’osceno centralismo democratico, tuttavia un’iniziativa chiarificatrice. Fra l’altro, mi segnala un amico che di queste cose ne sa più di me, Vincenzo Vasile, che tra poco vi saranno le elezioni amministrative e a quel punto si vedrà bene il prezzo del controllo del partito anche nei suoi gangli periferici. Resterebbe una questione inerente alla definizione esatta del simbolico del Pd, un qualcosa che a molti sembrerà del tutto sovrastrutturale, e invece i segni in politica sono importanti.

Perché appiattirsi sull’immaginario di Italia Viva che sovente agli occhi di molti ipotetici elettori corrisponde alla vita sentimentale di Maria Elena Boschi, più che alle sue esternazioni pubbliche. Forse, un partito che si pretenda democratico dovrebbe suscitare e suggerire un immaginario più definito, se non proprio di sinistra, comunque meno ordinario. Ovviamente, chiedo per un amico.

Fulvio Abbate è nato nel 1956 e vive a Roma. Scrittore, tra i suoi romanzi “Zero maggio a Palermo” (1990), “Oggi è un secolo” (1992), “Dopo l’estate” (1995), “La peste bis” (1997), “Teledurruti” (2002), “Quando è la rivoluzione” (2008), “Intanto anche dicembre è passato” (2013), "La peste nuova" (2020). E ancora, tra l'altro, ha pubblicato, “Il ministro anarchico” (2004), “Sul conformismo di sinistra” (2005), “Pasolini raccontato a tutti” (2014), “Roma vista controvento” (2015), “LOve. Discorso generale sull'amore” (2018), "I promessi sposini" (2019). Nel 2013 ha ricevuto il Premio della satira politica di Forte dei Marmi. Teledurruti è il suo canale su YouTube.