Dopo un mese di insulti e offese, Matteo Renzi si riprende la scena. Detta l’agenda al governo che verrà. Ma non indica il premier. «Noi siamo pronti e disponibili a fare parte di una maggioranza che fa politica e non si occupa del compro-baratto e vendo» dice facendo il punto nel salone delle Feste dopo il colloquio di Italia viva con il presidente Mattarella. Nessun veto su Conte. Il problema oggi è «capire se c’è una maggioranza, una macchina che funziona, con la benzina e una direzione». Verificato questo, si potrà affrontare il tema del conducente, cioè del premier.

Ma prima c’è un lavoro più importante e indispensabile. Italia viva non ha indicato nomi a Mattarella. Piuttosto, una lunga lista di cose da fare per il Paese, «senza sentimenti né risentimenti parliamo di sanità, vaccini, occupazione, posti di lavoro, scuola, giovani, ripresa». Parla quasi mezz’ora, a braccio, il leader di IV. Al suo fianco Teresa Bellanova e i capigruppo Davide Faraone e Maria Elena Boschi. È un misto di amarezza per “gli insulti” e le accuse di essere “inaffidabili e irresponsabili”, peggio, «avremmo dovuto subire un esodo biblico. Non avevano fatto i conti con una squadra di coraggiosi che ha scelto di fare politica». C’è soddisfazione nelle sue parole perché, dopo un lungo giro sulle montagne russe, la ruota è tornata esattamente dove aveva deragliato oltre un mese fa: sull’azione di governo di un governo che non funziona. E quindi «se vogliono fare senza di noi, in bocca al lupo, si accomodino».

Se invece «Pd e M5s vogliono stare con noi, visto che senza di noi non c’è maggioranza, affrontiamo i temi e discutiamo». Italia viva non ha quindi dato il via libera ad un nuovo incarico a Conte perché «prima c’è da chiarire politicamente se c’è la maggioranza». I due se lo sono detti ieri pomeriggio quando il Presidente del consiglio dimissionario ha telefonato – finalmente verrebbe da dire – a Renzi prima che salisse al Quirinale. «Tra di noi – ha detto il leader di Iv – nessun problema personale ma un enorme problema politico».

Sugli appunti del segretario generale Zampetti, alla fine del primo giorno di consultazioni, restano un no secco a Conte messo sul tavolo da Emma Bonino e Riccardo Magi (+ Europa) e Matteo Richetti (Azione) perché «serve discontinuità, la crisi è iniziata mesi fa e non adesso». Il non- giudizio di Italia viva che suggerisce, nel caso, un mandato esplorativo al premier dimissionario ma non certo un incarico pieno. Della serie che prima si fa quell’accordo di programma e di legislatura richiesto da ottobre e sempre rinviato e poi si decidono i compagni di viaggio più idonei a realizzare quel programma. Tutti gli altri gruppi saliti ieri al Colle – le Autonomie, i gruppi Misti compresi i nuovi Europeisti di Tabacci (Centro democratico) e Merlo (Maie) e il Pd – hanno detto Sì al Conte ter. C’è il piccolo problema che tutti insieme non hanno la maggioranza.

Il secondo giorno di consultazioni complica quindi il lavoro di Mattarella. Il Conte ter può partire solo alle condizioni dettate da Matteo Renzi. Non è detto che i 5 Stelle accettino di riconsiderare alcune loro bandiere politiche come lo statalismo e l’assistenzialismo. Non è detto che Giuseppe Conte accetti. «Non voglio essere umiliato» è un virgolettato lasciato filtrare da palazzo Chigi. Più che umiliazione si tratta di sconfitta e anche poco onorevole per come sono andate le cose. Un quadro complicato, che necessita di volontà, tempo e pazienza per essere ricucito. Anche per questo il segretario dem Nicola Zingaretti quando è uscito dal colloquio con il Capo dello Stato ha preferito leggere una dichiarazione e non rispondere alle domande.

«Ok a Conte – ha detto senza alzare quasi mai la testa dal leggio – alla guida di un governo con una ampia e solida base parlamentare rigorosamente nell’area del centrosinistra che metta mano alle riforme, al Recovery plan e ad una nuova legge elettorale». Una dichiarazione indolore e generica. Il lavoro da fare adesso, se c’è la volontà, deve avvenire lontano dai microfoni e dai social abusati in questo mese troppo oltre il politically correct. Ma pochi minuti dopo il vicesegretario Andrea Orlando è tornato all’attacco: «Iv deve dare il nome adesso». La tensione cresce invece di calare. Oggi finiranno le consultazioni e il Capo dello Stato assumerà una decisione. Non sarà quella definitiva. Il cammino del Conte ter resta appeso ad un filo sottile. Se si dovesse rompere ci sono varie ipotesi dove l’avvocato del popolo non è più il protagonista.

C’è “il governo dei migliori” di cui parlerà oggi Forza Italia quando salirà al Colle (ore 16), una sorta di unità nazionale che smonta il quadro classico delle forze politiche di destra, sinistra e centro e propone un’alleanza politica trasversale con il contributo anche di tecnici. Salvini ha aperto su questo. E molti in Fratelli d’Italia cominciano a chiedere a Giorgia Meloni di abbandonare lo schema perdente di “al voto-al voto”. «Così non tocchiamo palla – sussurrano alla loro leader – in questo momento stanno giocando più Toti, Lupi e Quagliariello di noi». Salvini ha parlato chiaro: «Togliamo da palazzo Chigi quel signore e poi se ne riparla».

Si dice anche che il leader leghista stia lavorando ad un ribaltone senza passare dal voto: con un po’ di campagna acquisti fatta bene il centrodestra potrebbe ritrovarsi ad avere la maggioranza in Parlamento. Tattiche buone per i momenti di crisi. Utilissime la notte scorsa quando prima Berlusconi e poi Salvini hanno riportato a casa, dentro Forza Italia, il senatore pugliese Luigi Vitali. Certo è che Conte non ne ha azzeccata mezza nelle ultime due settimane e il suo profilo in questo momento risulta indebolito e acciaccato. L’ultimo episodio – l’entrata e l’uscita, tutto in una notte, del senatore Luigi Vitali da Forza Italia agli Europeisti (leggi Responsabili per Conte) e ritorno – è stata la mazzata finale al piano coltivato dal premier a partire dal mese di dicembre di sostituire Italia viva nella maggiorana di governo.

Il nuovo gruppo parlamentare che avrebbe dovuto sostituire i 18 senatori renziani a palazzo Madama è nato male e rachitico. Nonostante gli appelli in Parlamento e l’attività incessante di segretari e collaboratori per non parlare dello stesso Conte impegnato in prima fila in telefonate e colloqui e promesse, il gruppo è nato solo grazie al prestito forzato di una senatrice Pd al gruppo Europeisti/Maie/Centro democratico. Il sacrificio di Tatjana Rojc («guardate che io resto nel Pd, è solo un prestito») che notte tempo, l’altro giorno, ha sostituito la senatrice Lonardo-Mastella offesa perché il suo simbolo (Noi Campania) non era nella grafica come promesso, ha fatto andare in bestia Matteo Renzi tradito da un Pd che ancora l’altro giorno lo ha bollato come “inaffidabile” e “provocatorio”.

Lo scalpo del senatore Vitali, a poche ore dalle consultazioni, doveva essere il colpaccio che doveva piegare Italia Viva. «Con Vitali siamo a undici e nelle prossime ore ne arrivano almeno altri 3-4 da Forza Italia. Arriviamo a 158 voti e poi sarà una passeggiata» si brindava mercoledì notte nella chat dei 5 Stelle. Il Ciaone a Renzi sembrava a portata di mano. Si è però liquefatto nella notte. Sono bastate due telefonate, una di Silvio Berlusconi e l’altra di Matteo Salvini. Il nuovo gruppo è quindi a saldo zero per Conte: non gli porta voti perché i dieci senatori erano già suoi sostenitori. Adesso però avranno soldi, uffici e staff.

Dopo la beffa del fallimento della propria capacità trattativa, è arrivata anche la mazzata della vergogna. Conte infatti ha convocato Vitali direttamente a palazzo Chigi col favore delle tenebre e della sua auto. Gli ha promesso di diventare il coordinatore e il capolista in Puglia del suo partito. Hanno discusso, da avvocati, sulla riforma della giustizia. Un grande onore, quindi. Annunciato subito al mondo intero con tanto di giubilo dalla comunicazione di palazzo Chigi. E la chiosa: «È solo l’inizio, ciao Renzi». Tutto è svanito in poche ore. Tranne le scene da mercimonio assai poco commendevoli viste e raccontate in queste settimane.

Il Quirinale non poteva restare indifferente. I cambi di casacca ci sono sempre stati. Mai però orchestrati direttamente da palazzo Chigi e dal premier in carica. Raccontava ieri Emma Bonino appena uscita dal colloquio con Mattarella: «Conte ha telefonato a tutti, anche a me. Io ho saputo come rispondere. Altri sono andati a vedere le carte. Da un punto di vista parlamentare è tutto possibile. Quando però si arriva a prestare i senatori per far nascere un gruppo, diventa tutto politicamente inaccettabile».

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.