Nel tempo della politica, il suo conflitto dominante era tra la destra e la sinistra, con un ruolo non marginale del centro. Nel tempo del suo declino, sino all’eutanasia, il suo campo viene occupato dal trasformismo. Il principe del trasformismo è il governo, il quale perde ogni connotato politico decifrabile e ogni caratterizzazione programmatica forte, per farsi calamita nei confronti dei singoli parlamentari. Ai tempi di Giolitti, si chiamavano “àscari”, malgrado il suo governo non fosse così privo di politica. Oggi, persino il trasformismo lascia per strada qualsiasi possibilità di leggerlo come un fenomeno forte, seppure perverso, per sciogliersi in una quotidianità cieca e muta.

La stabile instabilità dell’intero sistema è fondata sulla crisi a cui è giunto il suo modello economico e di rapporto con la natura. La precarietà della politica è lo specchio deformato della precarietà della società civile, della vita delle persone, dell’economia. L’emergenza socio-sanitaria, economica e di vita, prodotta dal Covid e dalle sue conseguenze che aggravano pesantemente le diseguaglianze, accentuano ancora di più la già strutturale precarietà sociale. La politica ne è investita a fondo. Da qui, la sua strutturale precarietà. Come se non bastasse, la politica istituzionale in Italia ci mette un carico da cento, per renderla ancora più illeggibile. La – si fa per dire – crisi di governo di questi giorni ne è la manifestazione urtante e incomprensibile. Sotto il rumore diffuso nel mondo delle comunicazioni, attorno alle vie sempre più tortuose di uscita dalla crisi latente, si fanno strada, anche tra i più consapevoli sostenitori delle ragioni della stabilità governativa, delle voci significative che si interrogano sulle cause più profonde che rendono, se non impossibile – come io credo, perlomeno assai difficile – perseguire la stessa stabilità.

Ne ha scritto su La Repubblica del 25 gennaio, Ilvo Diamanti: «L’instabilità non deriva da una singola decisione, è invece patologica». E ancora: «Il distacco tra cittadini e politica, che oggi si traduce in sfiducia. Generalizzata. Verso tutti». Chi legge la ragionata cronaca delle relazioni politico-istituzionali del Paese, che quotidianamente fornisce Stefano Folli sullo stesso quotidiano, non può che trovarne conferma. Eppure, il giornale della borghesia progressista continua a essere uno dei principali fautori del valore della stabilità del governo, come se essa potesse essere perseguita all’interno del quadro politico, sociale e istituzionale che la nega nei fatti ogni giorno. Come se quel che pure si fa strada criticamente nelle sue stesse pagine appartenesse a un campo diverso dalla politica politicante e, su questa, risultasse al fine ininfluente.

In un suo editoriale, Carlo Galli, il 17 gennaio, ha scritto: «Si possono al contrario disancorare le istituzioni democratiche dalla società, farle girare a vuoto, trasformarne l’essenza e le procedure in un gioco in cui i giocatori perseguono logiche e finalità autoreferenziali. In questo caso, non c’è violenza né illegalità. Le forme sono rispettate, ma la politica si declina come irresponsabilità, cioè, come mancata risposta ai problemi che dovrebbe risolvere. Da questa politica vuota, i cittadini si sentono distaccati e alcuni anche traditi, ma i più ne traggono incentivo per disprezzarla. Si ha l’impressione che questa quasi-crisi-di-governo di questi giorni rientri in questa fattispecie».
La citazione è lunga, ma la credo utile per mostrare come una critica radicale alla politica tutta non è il portato di un estremismo, quanto la constatazione di una realtà di fatto che ha raggiunto un livello intollerabile.

Prima, il governo o era in funzione oppure si arrestava di fronte a una crisi manifesta e si dava luogo, allora, alla ricerca di un diverso assetto governativo. Ora, sperimentiamo il regime di crisi-non-crisi. Neanche il Cappellaio matto in Alice nel Paese delle meraviglie era arrivato a tanto. Lui celebrava la “Festa di non compleanno”. Questa si poteva tenere quasi tutti i giorni dell’anno, tranne uno, appunto quello del compleanno. Il governo Conte ha valicato anche la frontiera del Cappellaio matto. Adesso, la crisi-non-crisi è slittata nella sua ufficializzazione con le dimissioni di Conte, ma il registro resta il medesimo. Il Paese, quello di cui tutti parlano, quello della necessità delle grandi decisioni, vive da tempo la politica reale del governo della crisi-non-crisi e chissà se se ne uscirà mai. La ricerca della soluzione all’attuale crisi di governo è tanto intricata quanto invasiva. Il suo rumore invade infatti la carta stampata, le televisioni, i talk show, e si fa spettacolo, aumentano gli share, come in un grande gioco.

Un grande gioco che coopta nel campo del governamentalità e dell’interesse su di essa, insieme alle forze politiche e ai parlamentari, una parte dell’opinione pubblica, quella che si dice informata, istruita; mentre, grandi parti della popolazione, come osservava Galli, si sentono “distaccate”, “tradite”, e ricavano da tutto ciò una ragione in più per “disprezzare” la politica. Il conflitto tra l’alto e il basso della società trova quindi un altro potente alimento. L’alto della società, a sua volta, diventa sempre più separato dal grosso della società, dai suoi conflitti, dalle diverse aspettative che in essa la crisi drammatizza. La crisi si avvita nella ricerca di sempre nuove formule di governo e di sempre nuove definizioni dei candidati al governo: responsabili, costruttori, altro che gli àscari di un tempo! Al pubblico dei talk show vengono ammannite formule diverse e spuntano sempre nuovi protagonisti. Tutto tranne la risposta alla domanda: quale governo per fare che cosa?

Non poteva mancare allora il ricorso alla più magica delle forme: “il governo di salvezza nazionale”, naturalmente fatta sostanzialmente dagli stessi attori della crisi-non-crisi solo semmai diversamente distribuiti. La formula riemerge anche per evitare che la crisi-non-crisi rotoli lontano fino a arrivare a quelle elezioni che nessuno vuole, ma che potrebbero accadere per un qualche infortunio. La formula “governo di salvezza nazionale” ha un suono che vorrebbe sembrare epico e che invece è vuoto, perché indica la rinuncia proprio alla politica, che è, in primo luogo, la scelta da che parte stare, con chi stare, contro chi, e per fare che cosa. Peraltro, la formula contiene ora anche un’involontaria ironia, giacché il Paese in realtà dovrebbe salvarsi in primo luogo da chi lo governa.

Ma questo nostro accidentato tempo, piuttosto che quello dell’ambrasson nous, sarebbe il tempo della scelta, il tempo in cui discernere il grano dal loglio, il tempo di una scelta di rottura per cambiare il corso degli eventi. Michael Walzer ha detto: “Serve un Roosevelt”. Pochi giorni fa, Robert Reich, l’ex segretario al Lavoro di Clinton ha detto: «La ricchezza nelle mani di pochi è il primo problema per Biden». Non solo per Biden, lo sarebbe per tutta la politica, se volesse rinascere, anche in Italia. Anche il tanto declamato Recovery Plan è ora insidiato oltre che dal deficit di politica interna, dall’insorgere del vincolo esterno, come le recenti prese di posizione europee sembrano indicare, proponendo azioni di controllo e di governo, della sua stessa scelta espansiva.

Servirebbe dunque la politica e servirebbe un programma di riforme sociali, ecologiche e civili, un programma di sinistra. Ma intanto, servirebbe subito almeno un atto di rottura, un sasso nello stagno. Ecco cosa servirebbe almeno per scuotere le acque mortifere della crisi-non-crisi. Visto che questo non può venire dalla politica politicante, servirebbe un’insurrezione pacifica e democratica dei cittadini e, in particolare, di quel popolo degli esclusi che, ignorato dalla politica, è pur sempre la principale risorsa democratica del Paese.