Con le dimissioni consegnate a mezzogiorno di oggi, martedì 26 gennaio, al presidente della Repubblica, è ufficialmente terminata la seconda esperienza da presidente del Consiglio di Giuseppe Conte. La fine del Conte bis, governo sostenuto da Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Leu e Italia Viva, nasce dalla crisi innescata da Matteo Renzi.

Il leader di Italia Viva, partito nato a sua volta pochi giorni dopo l’avvio del Conte bis e che può contare su 17 senatori e 30 deputati, in gran parte ex Pd, aveva infatti ritirato le sue ministre, Teresa Bellanova ed Elena Bonetti, più il sottosegretario Ivan Scalfarotto.

Nonostante la crisi politica innescata da Renzi, Conte il 18 gennaio era riuscito ad ottenere la fiducia alla Camera (343 voti favorevoli e 263 contrari) mentre al Senato il 19 i sì erano stati 156 (140 i no), grazie al sostegno di tre senatori a vita e di singoli parlamentari che a sorpresa si erano schierati con l’esecutivo, tra cui l’ex grillino (poi cacciato) Lello Ciampolillo o la berlusconiana Maria Rosaria Rossi.

Dal 19 gennaio ad oggi Conte non è riuscito ad allargare il perimetro della sua maggioranza, rischiando di ‘finire sotto’ al Senato sulla risoluzione Giustizia del Guardasigilli Alfonso Bonafede, che avrebbe ricevuto i ‘no’ del centrodestra e di Italia Viva.

LE TAPPE DELLA CRISI – La crisi innescata dalle dimissioni delle ministre renziane parte in realtà da lontano e dalle distanze siderali tra Italia Viva e Movimento 5 Stelle su alcuni temi fondamentali, tra cui la giustizia e l’uso dei soldi pubblici per misure ‘assistenziali’ come il reddito di cittadinanza. Sulla giustizia infatti da una parte c’era la visione ‘manettara’ di Bonafede, tra riforma della prescrizione e gestione catastrofica delle carceri durante l’epidemia di Coronavirus, dall’altra quella garantista dei renziani.

Sull’economia a dividere IV e M5S non c’era solo il reddito di cittadinanza caro a Luigi Di Maio e ‘simbolo’ dei grillini.  L’uso del Mes sanitario è stato infatti l’ennesimo fronte di scontro perché da sempre osteggiato dal Movimento.

Ma i rapporti col tempo si sono fatti tesi anche con lo stesso presidente del Consiglio Conte. Accusato di “protagonismo” da parte di Renzi e di pensare eccessivamente alla narrazione sui social network, una delle questioni che hanno diviso Conte e il senatore di Scandicci è stata la delega sui Servizi segreti, che l’avvocato pugliese fino all’ultimo ha tentato di tenere per sé nonostante il pressing dei renziani e del Pd, salvo poi metterla sul tavolo all’ultimo secondo, nel tentativo di ricucire lo strappo con Italia Viva.

Rapporti tesi anche sulla gestione del Recovery Plan, la più grande ‘partita economica’ per rilanciare il Paese dopo il tracollo economico dovuto alla pandemia di Coronavirus. La gestione dei 209 miliardi che dall’Europa arriveranno all’Italia è stato il “colpo del KO”: il premier aveva infatti lanciato l’ipotesi di una maxi cabina di regia con 300 tecnici e sei super-manager, allontanando dal dossier la stessa maggioranza.

Il Recovery ha quindi innescato la crisi vera e propria: il 16 dicembre Renzi ipotizza il ritiro della delegazione del partito contestando il metodo del premier, perché “non ci basta uno strapuntino”. Inizia effettivamente una verifica di maggioranza e una apertura da Conte a modifiche al Recovery Plan: diverse richieste di Italia Viva vengono effettivamente accolte e il piano viene approvato, ma la crisi è ormai irreversibile.

Da domani le consultazioni al Quirinale che potranno portare ad un Conte ter, un esecutivo di unità nazionale o il ritorno alle urne.

Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia