Giuseppe Conte al capolinea. Domani mattina il premier riunirà alle 9 i ministri del suo secondo governo e comunicherà al Consiglio la volontà di dimettersi. Poi si recherà al Colle dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Con una mossa assolutamente inedita, palazzo Chigi annuncia il programma la sera prima: sarà una lunga notte di trattative, poco più di dodici ore a disposizione per dimostrare che un Conte ter può esistere. Nonostante le spinte che arrivano per un esecutivo di unità nazionale, patriottico o comunque che tenga dentro più gente dello schema attuale. Anche in nome dell’emergenza sanitaria ed economica provocata dal Covid.

Fare presto è l’imperativo: le consultazioni, a quanto si apprende, potrebbero partire mercoledì pomeriggio, per avere il nuovo incarico entro l’inizio della prossima settimana.

A una settimana dal voto del Senato che ha certificato l’esistenza di una maggioranza troppo traballante per reggere il voto sulla relazione del ministro della Giustizia e quelli che sarebbero venuti dopo, il premier è costretto a cedere al pressing insistente che indicava le dimissioni come l’unica strada percorribile per evitare la debacle in aula e provare la carta del Ter, allargando la maggioranza.

“Con Conte per un nuovo governo chiaramente europeista e sostenuto da una base parlamentare ampia, che garantisca credibilità e stabilità per affrontare le grandi sfide che l’Italia ha davanti”, scrive su Twitter Nicola Zingaretti. “Giuseppe Conte è la persona giusta per guidare il Paese in una fase così difficile. Sono al suo fianco”, è l’endorsement del ministro della Salute, Roberto Speranza, di Leu.

Sarà formalmente crisi, dopo settimane di pre-crisi: la speranza di Conte è che il Capo dello Stato gli dia ancora fiducia e gli affidi un mandato esplorativo per tentare di costruire una nuova maggioranza. Ma non è detto. L’ipotesi che circola negli ambienti parlamentari è che Mattarella dia il via alle consultazioni mercoledì pomeriggio – al mattino è in programma la Giornata della Memoria – per proseguire nella giornata giovedì.

La giornata è convulsa. Il premier, silente da giorni, si chiude a palazzo Chigi in una fitta serie di incontri sul Recovery plan, con Confindustria, e le altre Conf datoriali. Un occhio è sempre al telefono e alle trattative in corso. Non passa inosservata l’ex ministra Iv Teresa Bellanova, “temo che sarà difficile votare diversamente da no la relazione di Bonafede“.

Né il no dell’Udc che però apre: “Del Conte-ter di cui si sente parlare non sappiamo nulla, dicci cosa sarà il Conte-ter, e allora ne riparliamo”, dice Paola Binetti. E’ ormai lampante che, se si andasse alla conta, stavolta significherebbe perdere. E dunque non resta che giocare l’ultima carta, incassando il sostegno del segretario Nicola Zingaretti al Ter. I Dem però nel corso della giornata rumoreggiano, il pressing per le dimissioni e l’apertura della crisi va avanti da giorni. Si inizia a parlare di salite al Colle, l’agenda del premier indica un ‘buco’ tra le 16 e le 17 quando è convocato il Forum del Terzo Settore.

Nel frattempo il M5s convoca una riunione Crimi-ministri, lo stesso fa il Pd che è costretto a smentire: fonti del Nazareno fanno sapere che il partito democratico “non ha chiesto e non sta chiedendo a Conte di andare al Quirinale”. Il tempo passa e da Chigi non esce nessuno, una riunione del Cdm data come ‘probabile’ in serata non viene mai convocata. “Il passaggio per il cosiddetto Conte ter è ormai inevitabile ed è l’unico sbocco di questa crisi scellerata. Un passaggio necessario all’allargamento della maggioranza”, sentenziano i capigruppo di Camera e Senato del Movimento 5 stelle, Davide Crippa ed Ettore Licheri.

Alla fine tutto viene chiarito: l’appuntamento è domattina, non succederà nulla stasera. Almeno formalmente, perché il largo anticipo nell’annuncio delle dimissioni apre a una notte di trattative. Basterà per radunare i Responsabili? E per riportare Italia Viva al tavolo? Bisognerà vedere chi risponderà all’appello da Udc, Forza Italia e gli altri centristi (e anche i tre senatori di Cambiamo, compagine che fa riferimento a Giovanni Toti), e come verranno si intende redistribuire le caselle dell’esecutivo, con i pentastellati che sarebbero pronti a sacrificare il “divisivo” Bonafede. La sua relazione intanto finirà nel cassetto, perché un governo dimissionario non può essere impegnato politicamente da una risoluzione del Parlamento, in quanto resta in carica solo per gli affari correnti e urgenti. E del resto ci sono venti giorni per la presentazione della relazione sulla giustizia a partire dall’inaugurazione dell’anno giudiziario, che cade venerdì.

Tra gli ‘europeisti’ in Parlamento ai quali i Dem guardano con interesse ci sono i centristi dell’Udc e anche i tre senatori di Cambiamo, compagine che fa riferimento a Giovanni Toti. Netto, in realtà, il giudizio espresso da questi ultimi sulla necessità di cambiare premier. Della formazione europeista, ragionano i Dem, certo fanno parte anche Matteo Renzi e Italia viva, “a meno che non facciano un’altra mossa a sorpresa e si chiamino fuori”. All’ex segretario Zingaretti imputa la responsabilità di aver “determinato il rischio che si precipiti verso elezioni anticipate” in un momento in cui il Paese chiede responsabilità e un Governo autorevole per contrastare la pandemia, affrontare la campagna di vaccinazione nazionale e gestire i fondi del Recovery plan. Nel momento in cui si vuole allargare la maggioranza a partire dai valori Ue, è il ragionamento, Italia viva non può essere fatta fuori. Il tentativo, allora, è quello di renderla innocua e inoffensiva: togliere a Renzi, cioè, il potere di essere decisivo sul Governo e le sue politiche (a partire dalle riforme). Goffredo Bettini suona l’avviso ai naviganti: “Renzi dimostri effettivamente di avere il senso del salto nel buio che lui ha procurato e incominci in Parlamento a dare qualche segnale, a partire dalla giustizia. Se ci sono delle aperture – dice – lo dimostri”.

Il centrodestra, dal canto suo, appare unito e compatto: il leader della Lega Matteo Salvini ha chiamato gli altri leader, compresi i gruppi centristi, e martedì 26 gennaio è previsto un vertice. La linea della coalizione resta quella espressa pochi giorni fa al Quirinale. (LaPresse)

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