«Il segretario ha la coperta corta» sbuffa il parlamentare dem, persona accorta, esperta e attento osservatore delle dinamiche di partito e di governo. Il segretario è Nicola Zingaretti. La “coperta” è il suo Pd: se accontenta uno, scontenta l’altro; se tutela una corrente, l’altra va sulle barricate. “Corta” anche la coperta dell’identità Pd: chi è oggi il Partito democratico, quattordici anni dopo la nascita, dopo aver subito almeno un paio di scissioni e dopo l’abbraccio, spacciato per strategico, con i 5 Stelle?

Il Nazareno è stato travolto due volte nell’ultima settimana: quando il presidente Mattarella ha incaricato Mario Draghi, carta coperta che i vertici del partito consideravano “non disponibile”; e quando Salvini ha fatto il giro della morte da no euro ad europeista pragmatico ed è salito a bordo con Draghi e Forza Italia. Anche prima a dir la verità non ne ha azzeccate molte: il Conte 2 lo fece nascere a Ferragosto 2019 Matteo Renzi quando al Nazareno erano già pronti al voto; il Conte ter, dato per scontato da mesi e dove s’erano apparecchiati ministri e vicepremier rimasti fuori al primo giro del Conte 2, è finito in una centrifuga di errori e veti incrociati. Matteo Renzi rivendica il governo Draghi («è la miglior polizza assicurativa per questo paese») che ovviamente nasce, e non potrebbe essere diversamente, solo dal mazzo del Quirinale.

La coperta diventa cortissima perché come ha ammesso mercoledì Zingaretti nella riunione del comitato politico e ieri in Direzione «la squadra di governo questa volta nasce senza una trattativa, le scelta dei ministri è fuori dalle nostre competenze». Deciderà Draghi, e solo lui, insieme al Capo dello Stato come recita l’articolo 92 della Carta. E su questo rischiano di saltare anche gli ultimi sforzi per mantenere una parvenza di unità di un partito che a seconda di chi diventerà ministro può precipitare a congresso nel giro di poche settimane. Nessun filtro delle segreterie, quindi. Mai successo prima. «Ascolto tutti ma poi vi dovete fidare di me che farò la sintesi» ha ripetuto Draghi nel doppio giro di consultazioni.

Ieri mattina un altro deputato dem spargeva consigli: «Preparate i sali per un po’ di gente visto che molti sono gli aspiranti (ministri, ndr) e pochi saranno gli eletti». Secondo le poche indiscrezioni filtrate, i 21 ministri (ma forse aumenteranno di un paio, Bassanini permettendo) dovrebbero essere per metà Draghi boys and girls e per metà politici, una decina quindi. Suddivisi a seconda del peso specifico in Parlamento. Quindi tre ai 5 Stelle, 2 a Pd, Fi e Lega, uno per ciascuno a Italia viva, Azione e i centristi di Tabacci. Il problema è che nel Pd le correnti principali sono tre: quella che fa capo al segretario, quella che fa capo a Franceschini e la terza, Base riformista, gli ex renziani rimasti nel Pd il cui leader è Lorenzo Guerini, ministro della Difesa.

Tre correnti e due posti: i conti non tornano e Draghi ha fatto sapere che non medierà su questo genere di problemi. Dario Franceschini è una specie di intoccabile, ha guidato la delegazione Pd nel Conte 2 e, per quantità e qualità di rapporti, non è pensabile lasciarlo fuori dalla squadra di governo. Guerini, a sua volta, rivendica per la sua corrente che vale il 30% del Pd un ministero e anche il Quirinale vede di buon occhio la sua permanenza alla Difesa. Zingaretti non vorrebbe entrare perché non si vuole “sporcare” con Salvini. Al suo posto ci sarebbe Andrea Orlando che però in queste settimane si è spinto troppo sulla linea del voto anticipato e dell’odio contro Renzi e Italia viva.

Una guerra che non è piaciuta al Quirinale. Eccola qui la coperta corta: se Zingaretti, o chi per lui, fa un passo indietro, rischia di essere delegittimato; se insiste per stare dentro, spacca il partito. Un altro deputato, area Base riformista, pensa a quanto è successo nelle ultime settimane e la vede così: «Possibile che nessuno ai piani alti del Nazareno sapesse che ballava la carta Draghi? E allora, se vuoi il Conte ter e non Draghi, ti comporti in modo diverso e non spari a pallettoni un giorno sì e l’altro pure contro Renzi e Italia viva per difendere uno che a mala pena conosciamo». Cioè Conte. «Quando spari col cannone e non c’entri l’obiettivo – ragiona la nostra fonte – si assiste ad un fenomeno che si chiama rinculo».

Altre voci raccolte alla vigilia della salita al Colle del Presidente incaricato concordano nel dire che «non basterà il congresso». Che l’attuazione dell’agenda Draghi «creerà una frattura più profonda, fino a spaccare il Pd».
In che cosa e in quante parti dipenderà dal quadro politico generale che è in costante e rapida scomposizione. A destra e a sinistra. Il governo Draghi, se riesce a partire e andare avanti, garantirà quel tempo necessario al centrodestra per consolidarsi al centro (vedi la metamorfosi di Salvini e il recupero di Forza Italia) derubricando gli estremismi di Fratelli d’Italia a comparse e non più attori di prima fila. E al centrosinistra di ritrovare un centro riformista attualmente sparso un po’ nel Pd, sicuramente in Italia viva e in Azione. Un centro riformista che non può certo farsi schiacciare a sinistra «dai Ds rimasti nel Pd». E in queste tre parole c’è tutto il non detto e il non risolto del Partito democratico.

«Facciamo partire Draghi, come chiede il Presidente Mattarella» promettono quei parlamentari Pd che in questi due mesi hanno assistito sbigottiti alla guerra nella maggioranza e al fuoco di fila contro Renzi e si sono trovati come segretario Bettini al posto di Zingaretti. E poi? «E poi nel centrosinistra dovrà rinascere una cosa riformista per davvero». Intanto Zingaretti in direzione convoca l’assemblea nazionale del Pd entro la fine di febbraio. «Assemblea – si precisa – non congresso. Ma il congresso è già partito».