Nicola Fratoianni, portavoce nazionale di Sinistra Italiana e deputato di LeU, argomenta al Riformista le ragioni dell’apertura a Mario Draghi. Con un’avvertenza sostanziale: «Discutiamo di tutto. Ma non si fa il Governo insieme a chi sta dalla parte opposta su tutto, dai valori fondamentali ai programmi. Con la Lega non si può».

Cosa ha portato uno con la sua storia ad “innamorarsi”, politicamente parlando, di uno che viene da una storia completamente diversa come Mario Draghi?
Non si tratta di “innamoramento”, ma di una disponibilità alla discussione che si fonda su due questioni. In primo luogo, la sintonia con le ragioni dell’appello del Presidente della Repubblica, che parla, credo, agli umori profondi di una parte larga del Paese. La pandemia fa paura, mette in discussione la sicurezza nella sua dimensione più intima, quella della vita, della salute, della propria libertà, della possibilità stessa di immaginare un futuro. In secondo luogo, non penso che sia ragionevole reagire all’incarico a Mario Draghi, in nome del no al “banchiere”, “vampiro” e “amico dei poteri forti”. Sarebbe sciocco e, non farebbe i conti nemmeno con l’esperienza concreta di Draghi che negli anni ha fatto scelte che non possono essere ricondotte in un’unica dimensione. Da presidente in carica della Bce, dopo aver cofirmato col presidente uscente la famosa lettera del 2011, ha obiettivamente messo in campo politiche che potremmo definire non certo di austerity, bensì politiche espansive, di impianto keynesiano. Esattamente come più recentemente, presentando il cosiddetto Rapporto del Gruppo dei 30, ha invece espresso teorie politiche di altro segno: la “distruzione creativa” a cui fa riferimento in questo Rapporto, è, da questo punto di vista, un po’ più preoccupante. Se il passaggio tra la “distruzione” (le imprese che muoiono) e la “creazione” (quelle nuove e vitali che nascono) non è accompagnato da una potente regia pubblica il rischio è che l’ecatombe occupazionale abbia una portata insostenibile. Tutto questo per dire che Mario Draghi è una figura sfaccettata, oltre che persona autorevolissima. Il punto però è che quello che ci compete non credo possa essere solo piantare una bandiera ideologica.

In un’intervista su questo giornale, Fausto Bertinotti ha sostenuto: «Draghi non è la soluzione. Populismo ed élite sono speculari». Per poi aggiungere: «La sinistra dovrebbe stare all’opposizione Sarebbe meglio anche per lui».
Con Fausto è sempre interessante e stimolante discutere. Il punto è questo: mentre affermo che non si può rifiutare una interlocuzione sulla base della biografia, dico anche che, però, questa interlocuzione deve essere tutta politica. Proprio ora, mentre il coro quasi unanime del commento pubblico invoca la “fine della politica” e accusa chiunque avanzi dubbi o richieste nel merito di essere un irresponsabile. Come dire: «Ma come vi permettete, voi quattro straccioni di dire a Draghi che cosa deve fare… Prendete, ringraziate e statevene in silenzio». A chiunque osi dire qualcosa, viene risposto sostanzialmente questo: il vostro fallimento richiama il potere della competenza, il “Governo dei migliori”, il ritornello che sembra voler cancellare la politica non tanto come luogo del protagonismo dei dirigenti dei partiti, dei singoli esponenti, ma la politica come luogo del conflitto, nel quale le soluzioni rispondono sempre a dei bisogni. Questo è il motivo per cui in questi giorni ho detto: badate non esiste mai un Governo tecnico, se per tecnico s’intende la natura della competenza come luogo della neutralità. Perché le competenze, anche le migliori, le più raffinate, e certamente Draghi esprime competenze con le quali io non oso neanche misurarmi nel merito, devono essere messe a disposizione di una visione, di una soluzione che non necessariamente è sempre la stessa e non necessariamente è univoca. Dunque è qui che si giocherà la partita. Cosa farà il Governo per rispondere alle emergenze del paese. Può andare in direzioni diverse, e queste direzioni definiranno anche il suo approdo.

Ad esempio?
Farà, come sarebbe necessario, una patrimoniale? Riformerà il fisco in senso spiccatamente progressivo? Come si declinerà il suo discorso più recente sulla distinzione tra il debito “cattivo” e il debito “buono”? Qui c’è un aspetto che ha caratterizzato l’onda di disprezzo nei confronti del Governo giallorosso e la richiesta pressante dell’intervento superiore e sovraordinante di una tecnica demiurgica dei competenti e dei migliori. Mi riferisco all’idea che fosse ora di finirla con l’assistenzialismo. Come se l’assistenzialismo fosse una questione che possa essere separata dalle condizioni materiali di vita di milioni di persone. Mi ha colpito in questi giorni, in uno dei tanti dibattiti televisivi l’intervento di un autorevole direttore di giornale che commentando questo nodo dell’assistenza, del debito “buono” e di quello “cattivo”, faceva questo esempio: è come se una famiglia s’indebitasse per un genere di consumo che, dopo un po’, ça va sans dire, si consuma, è diverso dal fatto che s’indebiti per comprare una casa, o comunque qualcosa che resta, un investimento per il futuro. Piccolo particolare, obietterei: se i generi di consumo sono il pane e la pasta, cioè sono quello che ti fa sopravvivere dentro una condizione di disperazione, questo argomento non funziona più. Il tema della protezione, della cura, non solo della povertà più estrema ma della sofferenza sociale: dal blocco dei licenziamenti alle misure di sostegno al reddito che andrebbero perfino ampliate, altro che ridotte, magari ripensandole dentro una razionalizzazione e una ridefinizione dei meccanismi di welfare di questo Paese. Gli ammortizzatori sociali vanno riformati nella direzione di una semplificazione, di una potenziale unificazione, ma nella quale il tema del sostegno generalizzato al reddito per chi ne ha bisogno sia la questione centrale. Tutto questo mi fa dire che non è per nulla vero che in questo contesto la politica non deve parlare. Tutt’altro. Intendendo la politica come il luogo in cui gli interessi si misurano dentro un conflitto che è sempre vivo, sempre dinamico. E dunque il segno politico di quello che accadrà, dirà ciò che poi succederà. Rispondere all’emergenza è un imperativo, ma il modo in cui si risponde all’emergenza del Paese, ancora una volta è niente affatto neutro.

C’è una corsa a salire sul carro di Draghi. Pure Matteo Salvini reclama un posto…
Il novello europeista…

Ma su quel “carro” ci deve essere posto per tutti, in nome dell’emergenza nazionale?
Una delle accuse che sono state rivolte a chi ha tentato almeno di articolare un elemento di riflessione, è stata che “non si possono mettere veti”. Ma qui il punto non sono i veti bensì la politica. Il motivo per cui io penso che sia stato giusto provare a costruire con il Partito democratico e i 5 Stelle una iniziativa convergente rispetto a questo passaggio, è perché ritengo che quell’alleanza sia, almeno per quel che mi riguarda, un investimento strategico e, lo voglio dire con grande nettezza, tale resterà anche qualora ci fosse un diverso posizionamento parlamentare in questo passaggio. Io non penso che se pure ci fosse un posizionamento diverso, quell’alleanza debba dichiararsi conclusa, come è avvenuto in altre stagioni della politica italiana, e che sia necessario evitare una delegittimazione reciproca di chi fa scelte diverse. Perché quell’alleanza deve vivere nelle amministrative che arriveranno e che saranno assai importanti, e poi deve vivere anche dentro la vicenda parlamentare su singoli provvedimenti, perché sono certo che ci saranno provvedimenti su cui anche chi si collocherà in diversa posizione sul terreno parlamentare rispetto al Governo nascente, potrà votare in modo convergente.

Quindi ribadisce: no alla Lega?
Un Governo politico, in cui sia coinvolta e abbia un ruolo la Lega, è qualcosa di inconciliabile, di impraticabile, con una presenza di LeU. Consapevole di una cosa: questa distinzione tra europeisti e sovranisti di cui molto si discute, è per noi una condizione ed è il motivo per cui penso che non sia possibile stare in un Governo, sia pure di emergenza nazionale, assieme alla Lega. Europa non è una parola magica che annulla le differenze. Ma va sostanziata. Io sono europeista perché considero l’Europa il terreno minimo nel quale collocare la mia battaglia politica. Come si è visto negli anni che abbiamo alle spalle, anche tra gli europeisti ci sono state fior fior di questioni che hanno diviso, basti pensare alle stagioni dell’austerity e di un iper rigorismo che ha moltiplicato e ampliato le disuguaglianze sociali. Con una Lega che in questi anni ha espresso il peggio del nazionalismo e di una nefasta “internazionale sovranista”, quella dei Trump, degli Orban, dei Bolsonaro. Dai porti chiusi al richiamo all’identità del sangue quello che emerge è un impianto impastato di una cultura patriarcale, contro le donne, contro le libertà, non solo quelle dei migranti ma anche contro le libertà civili. Matteo Salvini non ha fatto solo un decreto immigrazione, che per fortuna abbiamo largamente cambiato e nei fatti cancellato, ne ha fatto anche uno sulle libertà sociali, sulle libertà di manifestare, che purtroppo è ancora lì e che va cambiato. Con quella destra non c’è storia e governarci insieme lo considererei un errore molto grave. Ma se altri dentro il quadro dell’alleanza nella quale io continuo a investire facessero altre scelte, non griderei al tradimento. Sarà difficile ma necessario costruire assieme la strada per dargli continuità. Intendo però articolare una discussione, perché sono convinto che sia non solo sia necessario ma sia possibile, anche in un passaggio così complicato, esprimere la propria responsabilità nei confronti del Paese, svolgendo un altro ruolo, con idee e contenuti, anche senza essere necessariamente risucchiati in un Governo che non sta insieme dal punto di vista non solo dei simboli, che pure pesano, dei valori, delle identità, ma anche dei programmi.

A quali punti pensa in particolare, oltre i migranti?
Come può stare insieme una riforma fiscale fortemente progressiva con la flat tax? O una idea di investimento dei fondi europei che deve mettere al centro la transizione ecologica ed energetica, il risanamento idrogeologico dei territori, con la richiesta del ponte sullo Stretto? Su questi nodi che sono profondissimi, che riguardano il presente ma anche il futuro del Paese, la distinzione è ineludibile. Per questo continuo ad augurarmi che lo scenario su cui poi precipiterà l’evoluzione di questo passaggio, non sia quello di un Governo che tiene dentro anche la Lega. Anche perché in questo caso non sono affatto convinto che la larghezza dei numeri corrisponda alla stabilità e alla maggiore efficacia del Governo. Perché senza una omogeneità almeno minima sulla prospettiva, sarà difficile dare nei tempi giusti, che sono molti stretti, le risposte enormi che il Paese attende.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.