Il governo Draghi muove a rapidi passi verso una maggioranza Ursula. E forse persino più larga di quella che, socialisti, popolari e 5 Stelle, nella primavera 2019 ha consegnato commissione e parlamento europeo a Ursula Von der Leyen mettendo alla porta in un colpo solo sovranisti, populisti e destre. Decideranno le consultazioni iniziate ieri pomeriggio (Emma Bonino e Carlo Calenda sono stati i primi) e in calendario fino a domani. Tutti i partiti e le componenti del Parlamento avranno l’opportunità di scambiare le opinioni con il Presidente incaricato.

Dopo un giorno e una notte di tormenti sono arrivate le decisioni e gli appelli di Berlusconi, Di Maio, dello stesso Conte, decisivo per stemperare la febbre nel Movimento e guidare tutti verso l’appoggio politico al nascituro governo. E uno dopo l’altro sono caduti dubbi, tabù, muraglie cinesi, categorici “non possumus” andati in cenere di fronte all’evidenza. Dubitare è sempre una buona regola. Ma di fronte all’eccellenza, cioè Mario Draghi, occorre fare un passo di lato e dire grazie, prego si accomodi. A monte di tutto c’è stata, come sempre, la moral suasion del Capo dello Stato.

Aveva già parlato chiaro martedì sera, al momento dell’incarico, rappresentando tutta la gravità del momento che vive il paese ma anche la grande opportunità del Recovery plan. Il bazooka di Mattarella è stato Draghi. Ciò che lo ha reso ancora più potente è stato dare campo libero al presidente incaricato, né limiti temporali e meno che mai di maggioranze politiche. «Andare oltre i tradizionali schemi della politica» è stata l’indicazione di Mattarella. Rinnovata mercoledì durante il colloquio tra i due, che sono amici, durato più di un’ora prima che Draghi accettasse l’incarico. No limiti di tempo, oltre le aree politiche, un unico necessario interlocutore: il Parlamento. Il perimetro ideale è quindi l’unità nazionale. E nelle consultazioni con i gruppi qualcuno deve aver spiegato al Presidente che, anche rischiando un po’, l’unità nazionale e Draghi poteva essere l’unica strada per riprendere il filo interrotto con il paese.

Tra mercoledì e giovedì mattina, la moral suasion del Presidente della Repubblica è tornata a farsi sentire. Per far capire che Mario Draghi è veramente l’ultima chance del Paese. Sprecarla sarebbe stato imperdonabile. Così uno dopo l’altro i “No” sono diventati “Ni”. E i “mai” sono diventati “vediamo”. Il primo ad aprire in mattinata è stato Silvio Berlusconi. Collegato via zoom con l’assemblea dei parlamentari azzurri ha fatto piazza pulita dei dubbi. E anche dei rischi di scissione. Ha riconosciuto l’incarico a Draghi come “la giusta direzione” che è quella del “governo dei migliori” come da mesi auspicato dai vertici di Forza Italia per affrontare e uscire dalla tripla crisi, sanitaria, sociale ed economica. Il Cavaliere, che domani ha deciso di guidare di persona la delegazione alla consultazione con il premier incaricato, ha promesso “idee e contributi” da parte di Forza Italia.

Tra i presenti si racconta la scena del via libera come un rito liberatorio, tanti applausi e persino qualche lacrima. Il giogo di Salvini, che molti non hanno mai sopportato, e la deriva del suo populismo hanno trovato nell’incarico a Draghi l’antidoto più forte che ciascuno di loro potesse immaginare fino a tre giorni fa. Berlusconi – e Gianni Letta che in questi mesi ha curato passo dopo passo l’evoluzione della crisi – si è rivolto anche agli alleati. Con cui non vuole rompere. Semmai convincere. Consapevole del fatto che la pandemia e il Next generation Eu hanno messo fuori dai giochi le destre estreme e gli antieuropeisti. Salvini e Meloni, più il primo che la seconda, rischiano molto a restare isolati con i loro No. Entrambi potrebbero quindi sfruttare il tempo di Draghi per riposizionarsi. Ricredersi, almeno su alcune cose. Cambiare casa Europea (impossibile per Meloni da poco diventata presidente dei Conservatori). Così, come già fece sullo scostamento di bilancio, il Presidente di Forza Italia prova a trascinare Lega e Fdi verso Draghi per un governo di unità nazionale con tutti dentro per il bene del Paese.

Il via libera più importante è arrivato da Luigi di Maio prima e da Giuseppe Conte poi, da ieri rispettivamente il nuovo leader del Movimento 5 Stelle e il nuovo leader della coalizione di centrosinistra Pd-Leu-M5s. Il loro via libera era atteso da 36 ore, persino troppe. Soprattutto per quello di Conte. Hanno atteso fino all’ultimo minuto utile, circa un’ora prima dell’avvio delle consultazioni. Il cui calendario infatti, è stato diffuso alle 15, circa un’ora dopo che Conte finisse di parlare. Lo ha fatto a modo suo, in piazza davanti a palazzo Chigi, creando il solito assembramento di 150 giornalisti, fotoreporter e cameraman costretti a stare uno sopra l’altro. Il discorso, neppure cinque minuti, conteneva due messaggi. Il via libera al governo Draghi perché l’Italia ha bisogno di «risolvere le tre emergenze, sanitaria, economica e sociale». Un governo che «deve essere politico e quindi solido per avere la sufficiente coesione per poter operare».

Tra i politici in squadra non ci sarà però Giuseppe Conte (che avrà comunque un incarico) che ha alzato il dito contro “i veri sabotatori”. Il secondo messaggio – per cui l’agenzia Agi ha subito evocato “il predellino” di berlusconiana memoria in questo caso diventato però un tavolino in piazza – è stato tutto politico. Conte infatti ha voluto ringraziare Pd, M5s e Leu, il lavoro fatto insieme e lanciare la loro alleanza politica. «Agli amici del Movimento io dico ci sono e ci sarò. Come pure dico agli amici de Pd e Leu che dobbiamo continuare a lavorare tutti insieme perché il nostro progetto politico è forte, concreto e aveva già iniziato a dare buoni frutti». La chiama “Alleanza per lo sviluppo sostenibile”, un nome che è già il programma per le prossime amministrative quando Conte farà, come ha promesso, il porta a porta. La crisi ha fatto chiarezza anche e finalmente del ruolo di Conte. Che dice no ai tecnici quando lui è diventato premier senza essere né tecnico né politico.

Il tormento dei 5 Stelle sarà lungo fino a sabato. Saranno gli ultimi a confrontarsi con Draghi. «Nessun pregiudizio, andiamo a vedere e facciamo valere il fatto che siamo la prima forza politica in Parlamento», è stato il viatico di Di Maio. Draghi ha iniziato le consultazioni, Avanti spedito fino a sabato. Ieri sono sfilati i piccolini. Dove c’erano però vecchie conoscenze. Affettuoso l’incontro con Emma Bonino, pieno di amarcord quello con Tabacci. Persino Calenda ha detto: «Sostegno pieno e incondizionato. Sarebbe da irresponsabili legare le mani a Draghi». Ora però il problema si pone al contrario. Che succede infatti se anche la Lega decide di appoggiare il governo Draghi? Una parte del partito lo sta chiedendo.

Giorgetti lo definisce “un fuoriclasse”, è già finito nel totoministri e guarda a Draghi da più di un anno. A dicembre aveva già previsto, inascoltato, le mosse di Renzi: «Ci proverà, punterà a Draghi». Salvini ieri ha riunito i suoi. A cui ha ripetuto che la Lega non ha pregiudizi e deciderà in base alle proposte del governo Draghi. «Di sicuro – ha detto – se fa quello che diciamo noi non può fare quello che chiedono i 5 Stelle». Anche il Pd ha problemi se la Lega appoggia il governo Draghi. «Non vedo come possa appoggiare il Recovery plan» ha sottolineato il capogruppo del Pd al Senato Andrea Marcucci.

Certo è che, se ci stanno tutti, il governo Draghi rischia di non avere posti a sufficienza visto che comunque l’ex governatore vorrà la sua squadra al suo fianco. Berlusconi ha già pronto il piano per il Recovery plan e per le vaccinazioni e si candida ad un paio di ministeri. È chiaro che Forza Italia tornerà al governo dopo anni di astinenza. Matteo Renzi si è invece chiamato fuori. «Risulto troppo divisivo e quindi non ci sarà posto per me nella squadra di governo. Ho fatto quello che ritenevo giusto per il Paese. E Draghi è l’unica soluzione». Ma uno come Renzi è sempre meglio averlo in casa. Che fuori casa.