Se per salvare l’euro dall’attacco speculativo del 2011 gli servirono tre parole – whatever it takes – per provare a salvare l’Italia nel 2021 ne usa quattro: “dialogo”, “unità”, “rispetto”, “fiducia”. Mario Draghi ha il volto disteso e sorridente quando nel salone delle Feste al Quirinale pronuncia il suo primo discorso da presidente incaricato “per dare risposte all’altezza della situazione in un momento difficile”. Un sorriso che sembra già essere oltre il primo ostacolo nel suo cammino: in Parlamento, a oggi almeno, non ha i numeri per ottenere la fiducia.

Il Movimento 5 Stelle, 191 deputati e 92 senatori, è orientato a votare contro la fiducia a colui che ha osato sloggiare da palazzo Chigi il leader Giuseppe Conte. Partiamo da qui, quindi: i voti non ci sono, ancora; ma superMario è convinto di poterli conquistare durante le consultazioni (iniziano stamani alla Camera) con tutti i partiti e anche le parti sociali, “con umiltà e rispetto in cerca dell’unità”. Segno che la strada è già stata aperta con colloqui informali che il Quirinale ha tenuto nel momento in cui ha capito che la mission dell’esploratore stava fallendo. Non si scomoda Mario Draghi se non si ha la certezza che l’operazione andrà a buon fine. Passeremo ancora qualche giorno col pallottoliere. Ma il governo Draghi nascerà, è certo, con una maggioranza Ursula (quella attuale allargata a Forza Italia), come quella che ha issato la von der Leyen alla guida della Commissione europea. Oppure, grazie all’astensione delle destre, con un governo di minoranza.

Così ieri il centro della scena se lo sono preso i partiti spiazzati ma anche compiaciuti per l’arrivo di superMario. Ciascuno è in cerca di un ruolo, favorevole, contrario o neutrale intorno a superMario. «Sapere che a palazzo Chigi non ci saranno più Giuseppe Conte e neppure i comunicati bulgari di Casalino vi assicuro che è una boccata d’aria», ha detto Salvini. La carta Draghi è da tempo la preferita di Giancarlo Giorgetti. Anche Salvini l’ha sempre salutato con “why not?”. La Lega, nel peggiore dei casi, ha già garantito la sua astensione. Ufficialmente la linea è: «Ascolteremo le proposte di Draghi e poi decideremo. Certo non può andare fino al 2023». Una giornata di riunioni dopo una notte agitata. I 5 Stelle si sono riuniti alle 15, che poi sono state le 16 e in serata dal “mai con Draghi” erano già scivolati su posizioni più morbide. Merito anche di indiscrezioni su un possibile incarico per Conte nel governo Draghi. Ad esempio la Farnesina. Potrebbe essere il prezzo, subito sdoganato dal Nazareno, per far convergere su Draghi il più alto numero di voti.

Il centrodestra s’è incontrato nel palazzo dei Gruppi intorno alle 14. A parte rivendicare l’arrivo di Draghi come risultato della loro “compattezza” mentre Conte faceva shopping, senza successo, nelle file dei sentori centristi e di Forza Italia, nessuno di loro vivrà come una frattura il voto favorevole di Forza Italia al governo Draghi. I centristi, tra cui Toti, Lupi, Quagliariello, tutti ex azzurri, hanno già detto sì. Il Pd ha indossato i panni del Super Responsabile e ha cominciato a lanciare appelli drammatici in favore di Draghi lavorando su due fronti: recuperare i voti dei 5 Stelle ma soprattutto salvare la nuova alleanza di centrosinistra Pd-5 Stelle-Leu uscita devastata dal braccio di ferro con Matteo Renzi e Italia viva. L’eterno congresso del Pd e lo scontro fratricida con Renzi, fautore e regista anche di questo governo, è stata la battaglia dentro la battaglia in questi due mesi. Ma la linea del Nazareno è sempre meno condivisa nei gruppi parlamentari. Non piace il continuo appiattirsi di Zingaretti e Bettini sull’alleanza con i 5 Stelle che nel frattempo continuano a muoversi per conto proprio.

Mentre i partiti decidevano il da farsi – anche Leu non è convinta, chiede garanzie e quindi tratta per qualcosa – il presidente incaricato completava il giro istituzionale: al Senato con la presidente Casellati; alla Camera, dove terrà le consultazioni, con il presidente Fico; a palazzo Chigi dove si è intrattenuto oltre un’ora con il presidente Conte. Le chat da palazzo Chigi sono quasi silenti. Qualche spiffero arriva ancora però. E quegli spifferi confermano l’idea di un ruolo importante per Conte nel governo Draghi. Il Pd parla di “ruolo centrale”. L’ex governatore ha preso possesso intorno alle 17 dell’ufficio che gli hanno messo a disposizione a Montecitorio. Qui ha cominciato a tirare giù la lista delle consultazioni che inizieranno stamani. Ha detto che sentirà tutti, partiti di maggioranza e opposizione ma anche parti sociali e quindi sindacati e associazioni di categoria.

Draghi ha poi messo la testa sui numeri di Camera e Senato che possono essere molto più “difficili” da leggere rispetto ad analisi economiche e finanziarie. Specie se salta fuori che la Lega torna a essere l’ago della bilancia nel caso i 5 Stelle dovessero sfilarsi. O votare a singhiozzo. Alla Camera dei Deputati un governo Draghi conta, oggi, su 93 deputati del Pd, i 91 di Forza Italia, i 28 di Iv, quasi tutti i 50 deputati del Misto. In totale sono 262 deputati. Non hanno ancora sciolto le riserve Fratelli d’Italia (33 deputati), M5s (191) e parte di LeU (12) per un totale di 236 deputati. La maggioranza assoluta è fissata a quota 315 (il plenum è a 629 perché manca un deputato). Ecco che la Lega (131 deputati che, se sommati ai ‘pro Draghi’, fa una maggioranza di 393 deputati) sarà decisiva: senza i suoi voti, il governo Draghi rischia di essere un ‘governo di minoranza’.

Non vanno meglio le cose al Senato. Per il governo Draghi ci sono i 52 senatori di FI, i 35 del Pd, i 18 di Iv, gli otto senatori delle Autonomie, tra i 3 e i 6 senatori a vita e, nel gruppo Misto (in teoria 22 senatori), solo 12 sono i ‘sicuri’. Contro ci sono i 19 senatori di FdI, i 7 di Leu, al momento, i 92 del M5s e 3 del Misto (il sottogruppo di Paragone). Quindi, sono 131 senatori ‘sicuri’ pro-Draghi che possono arrivare a 138-141 se LeU e una consistente pattuglia del Misto lo vota. Mancano, dunque, almeno venti voti buoni. Le opposizioni a un governo Draghi contano oggi su 19 senatori di FdI, 92 del M5s, 3 del Misto (totale 121). Anche in questo caso, i 63 senatori della Lega sono cruciali: possono portare la maggioranza pro-Draghi a 200 senatori e rotti, ma possono anche far salire le opposizioni a 184 voti. Naturalmente, una scissione dentro i gruppi dei 5Stelle, alla Camera come al Senato, può cambiare le carte in tavola.

Studiati i numeri il professor Draghi ha iniziato ad immaginare la sua strategia. Per conquistare voti e fiducia. La prima opzione sarebbe quella di un governo con coloriture politiche. È vero che Mattarella nel suo discorso, ha specificato che il governo del Presidente prescinderà dalle singole forze politiche. Non avrà colore, né di destra né di sinistra. È chiaro però che con una situazione così fluida in Parlamento, qualche innesto politico potrebbe aiutare a fare squadra. La lista “politica” immagina Carlo Cottarelli al Recovery fund; Giancarlo Giorgetti al Viminale, Emma Bonino agli Esteri, Irene Tinagli (Pd) o Guido Crosetto al Mef; Marco Bentivogli al Mise; Tito Boeri al Lavoro; Stefano Patuanelli alle Infrastrutture, Paola Severino alla Giustizia, Enrico Giovannini all’Ambiente, Mara Carfagna alla Salute, Patrizio Bianchi all’Istruzione, Antonella Polimeni all’Università.

È uno schema in cui sono ancora assenti i vicepremier (due ed entrambi politici) e dove è chiaro il tentativo di dialogare con tutte le forze parlamentari a cui sarebbe data l’opportunità di un riscatto dopo le figuracce rimediate nel corso di questa legislatura. Giorgetti al Viminale potrebbe essere l’occasione per la Lega per dimostrare di non essere né forcaiola né razzista. Crosetto al Mef l’occasione per dimostrare che non è vero che Fratelli d’Italia pensa che l’Europa sia “un club di strozzini”, ma solo un club necessario che pure talvolta ha sbagliato. Entrambi, Lega e Fdi, hanno bisogno di tempo e di opportunità per dimostrare che non sono nazionalisti, sovranisti, anti-Europei. Sarebbe, finalmente, il governo dei migliori di cui ha parlato anche Silvio Berlusconi. Marco Bentivogli al Mise, seduto dall’altra parte del tavolo dopo anni passati, come sindacalista, da questa parte. Paola Severino per completare la riforma della giustizia. L’ex Presidente dell’Istat, Enrico Giovannini all’Ambiente, Emma Bonino alla Farnesina. Il nome di Conte sta qui tra parentesi.

Un governo tecnico allo stato puro significa che non c’è bisogno di coinvolgere la parti politiche. Ad esempio si parla di confermare Lamorgese al Viminale, l’ambasciatore Gianpiero Massolo agli Esteri, l’ex dg della Banca d’Italia e ora nel board della Bce Fabio Panetta al Mef, il procuratore Raffaele Cantone ex presidente dell’Anac alle Infrastrutture, Marta Cartabia alla Giustizia, Antonella Viola o Ilaria Capua alla Salute. Una bella squadra, senza dubbio. È chiaro però che avrebbe una durata minore.