L’ex presidente della Camera Fausto Bertinotti è un nostro collaboratore con cui condividiamo molte analisi e molte idee. Questa volta sull’incarico affidato a Mario Draghi per formare il governo abbiamo posizioni diverse. Bertinotti non solo non è entusiasta, ma molto critico. Gli abbiamo chiesto di spiegare le sue ragioni.

Perché questa contrarietà al governo del presidente: non è un’occasione per uscire dall’impasse?
La devastazione, come ha messo in evidenza la pandemia che abbiamo considerato una lente di ingrandimento, riguarda tre dimensioni: la crisi della democrazia, la crisi della politica, la crisi della sinistra. La scelta di Draghi si colloca all’interno di tre fenomeni. In primo luogo quello del “trasformismo”: in un Paese che pure lo conosce bene, non si era mai visto un governo che passava da una compagine a un’altra opposta rispetto alla geografia politica. In secondo luogo si colloca all’interno della crisi verticale della politica. In questi giorni abbiamo assistito a un balletto invedibile dove si sono perse le connotazioni di destra e sinistra. Ma la politica dovrebbe essere la possibilità di scegliere tra opzioni diverse, la scelta di dire in che direzione andare. Altrimenti non è politica, è amministrazione. La politica è scomparsa, è stata abrogata. Resta solo come aspirazione a governare. In terzo luogo: la crisi della rappresentanza. Il Parlamento è stato progressivamente cancellato, sostituito dal governo, che sotto lo stato d’emergenza ha accentrato su di sé tutti i poteri. Prima il governo ha sequestrato il Parlamento, poi il presidente del Consiglio ha sequestrato il governo diventando sovrano. In questa instabilità l’unica stabilità poteva essere rappresentata dalla chiamata di uno che arriva da un mondo esterno. Il papa straniero. E chiamato da quella istituzione, la Banca centrale, che dopo una prima fase nessuno osa più criticare. Da questo punto di vista è stucchevole la discussione se sia un governo tecnico o un governo politico. Se sei stato eletto e sei riconoscibile come parte, sei un politico. Se no, sei un esperto.

Ma proprio rispetto a questo quadro Draghi non rompe lo schema del populismo? Anni e anni in cui sono stati tagliati i parlamentari, i vitalizi, in cui chiunque facesse politica veniva denigrato, considerato colpevole di tutti i mali…
Non vedo solo in azione il populismo. Vedo in azione altri due ismi. Sul trasformismo ho già detto. Il terzo degli “ismi” riguarda i padroni del vapore: il neoliberismo. Nel mondo c’è stata un’altra partita condotta dalle élite, un governo di ispirazione tecnocratica. Io tra populismo e governo delle élite non scelgo nessuno dei due. E non vedo perché lo debba fare. Anche perché si sono alimentati a vicenda.

Quindi tra Merkel e Orban nessuna scelta?
Apprezzo Angela Merkel, le riconosco importanti meriti. Ma non capisco perché si debba instaurare a tutti i costi una identificazione. Posso apprezzare qualcuno ma avere una idea diversa dalla sua, che sia in alternativa. Questo vale soprattutto per la sinistra che invece sembra aver rinunciato alla sua idea di società.

Eppure negli Usa abbiamo tifato per Biden, non tanto per le sue idee, ma perché ha fermato Trump. Poi si potrà sperare in un rafforzamento della parte più radicale dei dem Usa, intanto un primo passo è stata fatto.
C’è una differenza sostanziale che invidio agli Usa, e lo dice uno come me che ha sempre criticato l’imperialismo americano: loro hanno votato. Inoltre si deve tener presente che se Biden ha vinto è perché alle spalle aveva le lotte dei Black lives matter e delle femministe. Altrimenti sarebbe andata come con Hillary Clinton. Trump è stato sconfitto, ma il trumpismo, come osservano molti analisti, è ancora vivo. Biden, se vuole sconfiggerlo, dovrà fare scelte radicali dal punto di vista sociale ed economico. La mia non è equidistanza. Certo che apprezzo lo stile di Draghi rispetto a ciò che abbiamo visto finora, ma so una cosa: dopo un governo tecnocratico il populismo rinascerà. Lo dico molto chiaramente. Il governo Draghi sarebbe una grande occasione se ci fosse l’opposizione della sinistra, una sinistra che avesse a cuore l’idea della trasformazione della società. Anche per lui sarebbe uno stimolo avere qualcuno di rispettabile nel campo avverso.

Questo però potrebbe avvenire se non ci fosse stata la distruzione delle istituzioni. Intorno abbiamo macerie. Non sarebbe meglio prima ricostruire un minimo di civiltà democratica e poi rafforzare un’alternativa di società rispetto a quella rappresentata da Draghi?
La devastazione è iniziata con l’Europa di Maastricht. I nemici sono due: populismo ed élite. E la sinistra non deve scegliere né l’uno né l’altra. Sono entrambi nostri avversari. Si è spezzata la connessione sentimentale tra istituzioni e popolo. Io critico il colpo di maglio del populismo, ma non dimentico il colpo di maglio dell’élitismo. I due fenomeni sono connessi e la crisi clamorosa che c’è in tutto il mondo lo dimostra. In questa voragine in cui siamo precipitati non c’è salvezza. In tutti i Paesi c’è una letteratura che lo racconta, da noi no. Se Draghi volesse tentare una strada ambiziosa, un riformismo del capitale, avrebbe bisogno di una opposizione di sinistra, una rappresentanza degli esclusi.

Eppure Draghi ha sempre insistito sul rilancio del welfare: non sembra poco.
Seguo con interesse i gilet gialli francesi, la loro protesta, ma certo che preferisco Macron a Le Pen. Io però non voglio scegliere, voglio costruire un’alternativa di società. Non posso adeguarmi al male minore. Ho sentito forse il discorso più bello di Draghi al meeting di Comunione e Liberazione. Mi rendo ben conto della sua attenzione compassionevole nei confronti del disagio sociale ma l’impianto resta “meritocratico”: la ristrutturazione viene cioè pensata in nome della produttività e del profitto. Quanto di più lontano dalla mia visione.

Quando Bertinotti era segretario di Rifondazione comunista, Draghi chiamò e incontrò Sansonetti allora alla guida del quotidiano Liberazione. Il direttore di Bankitalia ci teneva a far sapere che lui non era come Montezemolo, ma che era allievo di Federico Caffè, il grande economista riformista scomparso nel 1987.
Draghi è un allievo di Caffè, ma si è poi reso autonomo. Caffè è stato un pensatore radicale, uno che teorizzava “lo Stato occupatore”: se c’è un disoccupato, lo Stato lo deve assumere. Draghi, che ha anche studiato con Modigliani, non mi sembra che condivida questa visione.

Facciamo un piccolo gioco: al posto del presidente della Repubblica Sergio Mattarella cosa avrebbe fatto Bertinotti?
Premetto che stimo e rispetto molto Mattarella. E non lo dico per convenzione rispetto al ruolo che ricopre. Ma questa volta, come avrebbe detto il mio maestro Pietro Ingrao, non mi ha interamente convinto. Capisco che si volevano evitare i rischi legati alla pandemia, ma in questo contesto il voto era necessario. Intendiamoci. zNon attribuisco al voto un valore salvifico. Ma senza la contesa di diverse opzioni e della loro idea di società, la crisi della democrazia non si risolve.

Anche con queste differenze, qualche consiglio a Draghi?
Due suggerimenti. Tenere aperta la forza espansionistica degli investimenti pubblici. Una cosa è affrontare le ristrutturazioni in una fase di recessione, un’altra in una fase di espansione. Si tratterebbe di fare una politica ispirata a Keynes. Il secondo è che, vista anche la sua sensibilità cattolica, si occupi degli ultimi senza dimenticare disoccupati, migranti, carcerati.