I due anni che abbiamo alle spalle non sono anni qualsiasi. Sono anni in cui il populismo, nella sua forma autoritaria, ha vinto e stra vinto lasciando sul campo le macerie. E a indicare questa discesa agli Inferi è forse la persona meno adatta a rappresentare il ruolo. L’avvocato del popolo, il professore ordinario cresciuto nello studio del potentissimo Guido Alpa, la persona mite, affabile, che parla con il cuore in mano.

Ma proprio questo ha tratto in inganno convincendo fan ed elettori, perché dietro l’immagine costruita ad arte dal fedele e inseparabile Rocco Casalino, Giuseppe Conte ha dato vita a due governi – uno continuità dell’altro – che hanno realizzato il programma dei Cinque stelle in tutto e per tutto: distruggere la democrazia, piegare la giustizia al volere della magistratura e non dello stato di diritto, usare i migranti come arma di propaganda e di ricatto. Dalla Russia agli Usa i suoi alleati sono stati i presidenti autoritari e quel Giuseppi scritto da Donald Trump per sostenerlo non può essere archiviato a semplice folclore. Fa ridere, ma un riso amaro, triste, di chi quel Giuseppi lo ha avuto come presidente del Consiglio per più di due anni.

Lo hanno tolto dal cilindro, con un gioco di prestigio per realizzare il governo giallo verde. È il 21 maggio del 2018 e l’avvocato del popolo taglia il nastro del primo governo Conte. Alle elezioni il movimento Cinque stelle ha portato a casa un bel bottino, ma non abbastanza da avere da solo la maggioranza. Il centrodestra unito ha numeri più alti, ma non sufficienti. Inizia così il gioco dei tatticismi, degli incontri, delle mosse ad effetto. Ma ancora prima del voto si sapeva che le due forze populiste, Lega e 5s, si erano incontrate e avevo predisposto un accordo che le portasse unite al governo in nome del sovranismo. Era sufficiente che la Lega rompesse con il centrodestra (ma non per sempre) e che i 5 stelle iniziassero con la lunga serie di tradimenti delle loro parole d’ordine.

Il grido “mai alleati con nessuno” diventa via via alleati con la Lega, poi con il Pd, poi chissà. Accadrà lo stesso per il limite dei mandati, per il passaggio da un gruppo all’altro, per i rimborsi, per… Solo su una cosa non smettono mai di essere coerenti: l’amore innato, viscerale, potremmo anche dire patologico, per le sante manette. È la parola magica dei Cinque stelle e farà sì che il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, resti in sella sia nel Conte uno che nel bis. E che sul ter faccia crollare tutto: o Fofò o morte. È lui che ha voluto Conte alla guida dell’esecutivo, è un suo amico, e l’avvocato del popolo non lo ha mai mollato, forse anche quando avrebbe voluto, quando difendere l’indifendibile era diventato un fardello.

Ma sarebbe ingeneroso dare tutta la colpa al guardasigilli: Conte non ha mai fatto niente per ostacolare le picconate contro lo stato di diritto, contro la Costituzione e contro i diritti dei carcerati, trattati come cittadini di serie zeta e non come esseri umani tutelati dall’articolo 27 della Carta. Conte non si è mai differenziato – siamo ancora al primo mandato – neanche dalla politica sui migranti. Il sadismo di Matteo Salvini contro le persone che fuggono per rifarsi una vita non ha avuto da parte sua un vero stop, anzi è pieno di interviste e video in cui il nostro rivendica le politiche su regolarizzazioni e flussi del governo giallo verde. E infatti nel passaggio al Conte bis ci vuole un anno per mettere mano ai decreti sicurezza, con alcuni cambiamenti, ma senza operare una vera e propria rottura con le politiche precedenti, basta vedere che cosa ancora oggi sta accadendo lungo la rotta balcanica.

Persone che vagano nella neve, senza protezione, senza cibo, abbandonate a se stesse. E molte ci sono arrivate dopo che sono state respinte non dal leader della Lega ma dall’attuale, ministra dell’Interno, Lamorgese. Siamo così alla nuova maggioranza composta da 5 stelle, Pd (da cui poi si distacca Italia viva) e Leu. Un governo che non ha prodotto le rotture attese e che ha vivacchiato, rinviando giorno dopo giorno le grandi scelte. Un governo che soprattutto non ha fatto niente per ribaltare le spinte populiste e autoritarie. Niente sulla giustizia, niente sulla difesa della democrazia a iniziare dal ruolo del Parlamento. Così è stata gestita la pandemia, con i dpcm: decreti amministrativi del presidente del Consiglio che hanno saltato i passaggi della condivisione. A Conte mai eletto, doveva dar fastidio lo sfoggio di democrazia e per rendere ancora più lontana ogni vaga idea di rappresentanza si è inventato i comitati tecnici di ogni specie e foggia per cercare di superare l’emergenza, rendendo ancora più profonda la crisi della democrazia e della politica, già duramente messe alla prova.

È forse questa la colpa più grande del partito democratico. Non certo aver provato a salvare il Paese da un Salvini in pieno delirio di onnipotenza, ma non aver capito quanto profondo fosse il baratro tracciato dal populismo. L’illusione di Zingaretti, che purtroppo perdura, è quella di curare il populismo facendolo suo, alleandosi in maniera permanente con i Cinque stelle, ormai peraltro ridotti alle ombre di ciò che furono. È una tecnica suicida, che come giustamente ha definito su questo giornale Biagio de Giovanni appartiene alla sfera della sindrome di Stoccolma: si ama chi ti sta annientando. Perché di annientamento si tratta: sulla giustizia, come sui temi sociali, i dem sono andati dietro al movimento che ha distrutto quel po’ di democrazia che ancora restava nel nostro Paese. Invece di fare le barricate per fermarli, hanno dato loro ragione facendosi trascinare nella palude. Ci si poteva anche alleare, ma sapendo che la contesa culturale e politica restava intatta, in primo luogo per salvare le istituzioni che escono da questi anni logorate, impoverite, stanche.

Mario Draghi arriva alla fine di questo processo. È il sintomo di una crisi profonda, la conseguenza di un sistema politico che non regge più, in cui è saltato l’equilibrio tra i poteri dello Stato. Pensare che il suo arrivo sia una buona notizia, la fine del periodo nero, non significa credere nel potere salvifico di una singola persona, pensare che si possa ripristinare tutto con la bacchetta magica. Draghi nasce dalla crisi ma può essere l’occasione per ricostruire dalle macerie. Che sono macerie sociali e macerie politiche. La crisi sociale è appena iniziata e la gestione del Recovery fund è una opportunità per chi ha di meno, per chi rischia il licenziamento, per chi arriva da altri Paesi e viene qui a lavorare senza diritti. Si deve far ripartire tutto e bisogna farlo bene. Ma la ricostruzione riguarda anche le istituzioni e lo stato di diritto. E per farlo dobbiamo dire addio al populismo con in tasca la Costituzione.

Vicedirettrice del Riformista, femminista, critica cinematografica