Al via l’Intergruppo a Palazzo Madama tra Pd, M5s e Leu. I lealisti, come nella Vandea post rivoluzionaria, rimangono fedeli a Conte anche dopo la sua uscita di scena. E si organizzano in una formula inedita e sregolata: un intergruppo che per regolamento parlamentare prevede al Senato adesioni individuali, non vincolanti, e che mai prima d’ora era stato messo in piedi intorno a una alleanza tra partiti distinti e separati. All’intergruppo il compito di valutare le posizioni congiunte dei tre partiti, in una sorta di federazione, di unità nell’azione parlamentare.

Una “ciambella” lanciata per dare una mano al M5s, spaccato a tal punto da rischiare di perdere diversi voti in vista della fiducia al governo Draghi. “Un’iniziativa estemporanea”, un ‘gancio politico’ da offrire agli alleati in un momento di difficoltà per fermare i mal di pancia. Il giorno dopo la sua creazione, l’intergruppo M5s-Pd-Leu fa già discutere. L’operazione nasce in Senato ed è gestita dai capigruppo. Il dem Andrea Marcucci spiega la situazione al Nazareno e si procede. I distinguo, però, dalle parti dem non mancano. Un conto è l’alleanza politica con M5s e Leu, che “va avanti e va rinforzata” attraverso “passaggi politici” interni alle singole forze e costruendo un percorso comune (come con l’incontro a tre dopo la fine del governo Conte), diverso è creare un organo “istituzionale senza nemmeno fare un passaggio con i senatori”, viene fatto notare dal Nazareno.

Nessuna sconfessione netta, ma il timore che una mossa del genere “così formale” possa in questo rappresentare più un problema che una soluzione. A suonare i tamburi di guerra sono i Giovani Turchi, che mettono in guardia il capogruppo dem alla Camera, Graziano Delrio, diffidandolo dall’imitare i colleghi senatori. «C’è stato un lungo coordinamento politico al Nazareno, nessuno ha fatto cenno a questa cosa del Senato», ci dice Matteo Orfini. «Non era stata spiegata, è una cosa non deliberata da nessuno e che ha però un impatto notevole. Una iniziativa sgrammaticata, che non ha senso, figlia di una fase che non c’è più», dice ancora Orfini. «È un sostegno alla linea che è stata sconfitta dalla realtà, quella dell’alleanza Pd-M5S-Leu, cui il Pd ha pagato un prezzo altissimo in termini di credibilità e di consenso». E verso Draghi, il giorno della fiducia, non proprio un bel gesto.

«Un gesto irrispettoso, fare un intergruppo nel nome di Conte per dare il benvenuto a Draghi». A cosa prelude, è sottinteso. «A fare quello che il gruppo dirigente del Pd, fuori dal suo mandato, dice da tempo, costruendo una alleanza strategica con i Cinque Stelle. Peccato che Zingaretti vinse il congresso al grido ‘Mai con il M5S’, e la politica la decidono i congressi e non gli intergruppi. Si convochi un congresso quanto prima e si evitino forzature irresponsabili che servono solo a indebolire il Pd». Nella prospettiva c’è però la riforma elettorale proporzionale. «È l’unica certezza che abbiamo: la abbiamo votata negli organismi del partito. E la riforma proporzionale non prevede alleanze. Tutta questa discussione non ha senso, ogni partito esprime al meglio la sua vocazione maggioritaria. Che senso ha annullare l’identità del Pd per una alleanza innaturale basata sull’assenza di elaborazione? Qui si ha la sola idea di considerare il governo il fine e non lo strumento per realizzare qualcosa».

Rincara la dose il deputato Fausto Raciti: «Siamo con i Ministri con Draghi e con i parlamentari nel governo Conte. Mettendo a repentaglio la possibilità di introdurre una evoluzione del sistema politico che chiuda definitivamente la porta al bipolarismo populista e che liberi le forze politiche dalle alleanze forzose per consentire una competizione sui programmi, sui contenuti, fuori dallo schema che abbiamo visto in questi anni», dichiara al Riformista. «Stiamo agendo in contraddizione con l’intento del Pd di introdurre il proporzionale. E abbiamo dato modo a Giorgia Meloni di proporre al centrodestra un intergruppo che lo tenga unito, al netto delle sue contraddizioni. Un risultato miracoloso, quello di rimettere insieme il centrodestra». Se nel gruppo dirigente dem, è il ragionamento, c’è qualcuno che pensava di dover mandare Conte alle Camere, doveva dirlo a gran voce nel partito e a Mattarella. «Ora quella fase politica è conclusa. Se restiamo incastrati a Conte mentre tutti guardano a Draghi, mettendo in piedi anche un coordinamento che suona come una minaccia verso il nuovo governo…», due più due fa quattro.

Tanto che se la nuova legge elettorale sarà proporzionale, «il messaggio che passerà è che votare Pd o votare Cinque Stelle alla fine sarà la stessa cosa. Ci siamo già fatti male troppe volte su questa linea, ci vogliamo condannare a rivivere il ciclo delle alleanze con i populisti? Il gruppo dirigente prenda atto che questa linea di arroccamento, compresi i tentativi parlamentari, è il fattore che ha costretto il presidente della Repubblica a farsi carico della situazione», conclude Raciti. Anche l’influente Base Riformista scongiura i promotori dal voler caricare di “eccessivi significati politici” l’iniziativa. A trarne insperato giovamento è Matteo Renzi. «Bravi, grazie eh… continuate con ste cazz… dell’intergruppo», scherzava ieri Renzi con un senatore Pd a Palazzo Madama, subito dopo il discorso di Draghi.

Il leader di Iv si “gode” il nuovo presidente del Consiglio: «Un discorso straordinario, altro che Casalino – ironizza – A chi ancora oggi si domanda: “ma aveva senso aprire la crisi?”, rispondo semplicemente di leggerlo. Direte insieme a noi: sì, ne valeva la pena». L’ex premier in ogni caso prova a immaginare anche il futuro. «Per ora c’è il governo, nei prossimi due anni la politica è secondaria – ragiona – ma la sua riorganizzazione ha a che fare con l’europeizzazione dei partiti», dice sicuro. Così, se «a sinistra vanno avanti con la linea Zingaretti-Bettini e scelgono come casa l’intergruppo Pd-M5s-Leu e i partiti a destra si europeizzano diventantando spendibili in Europa, al centro si apre un’area liberal democratica riformista enorme, che in Europa è rappresentata da Macron, Michel, Vestager e in Italia non c’è». È lo spazio per Iv? «No – risponde – ma Italia Viva si può fare promotrice e aggregatrice».

Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.