Senza giri di parole, Debora Serracchiani, già presidente del Friuli-Venezia Giulia, parlamentare, oggi, assieme ad Anna Ascani, vice presidente del Partito democratico, con Il Riformista affronta le questioni più spinose sul tavolo della politica. E del suo partito.

Il Governo Draghi ha da pochi giorni ottenuto la fiducia di Camera e Senato e già iniziano i distinguo nella sua composita maggioranza. Siamo alle solite?
Non mi meraviglio affatto che ci sia qualcuno che provi a metter su il teatrino del partito “di lotta e di governo”. C’è un ministro che si atteggia a “responsabile” e solerte suggeritore del premier Draghi, che in sostanza rivendica di sposare le istanze europeiste dei ceti produttivi di riferimento del nord. E c’è il suo capopartito che da fuori Governo al tempo stesso lancia segnali ambigui sull’euro, dà garanzie e fa mostra di dar la linea ai ministri su infrastrutture, salute o immigrazione. La Lega vorrà capitalizzare al massimo la sua presenza in un governo che non ha voluto e che di fatto rinnega anni di posizionamento nazionale e internazionale. Non sottovalutiamo: è una tattica che abbiamo già visto in azione negli scontri dei “governatori” della Lega contro il Governo Conte e che rischia di pagare dal punto di vista del consenso. Questo pone un interrogativo in primo luogo al Pd: siamo azionisti convinti e robusti di questo Governo, ma anche noi qualche domanda sul “come” starci ce la dobbiamo porre. Sono convinta che il Pd non può rinunciare alla sua anima di partito custode delle istituzioni e che il suo spirito di servizio sia un patrimonio che abbiamo messo a disposizione del Paese nelle situazioni più difficili e scomode. Questo non equivale a dire, in parole rudi, che dobbiamo morire di responsabilità. La costruzione del “campo largo democratico” è senz’altro uno di quei compiti che o lo svolge il Pd o non lo fa nessuno, ma per riuscirci serve un partito forte, che allarga la sua base elettorale e si consolida sempre di più. Non c’è nessuna nostalgia di tempi andati, nessun culto dello splendido isolamento, prendiamo pure atto che la vocazione maggioritaria con cui il Pd è nato può essere esperita solo attraverso l’incardinarsi del partito al centro di coalizioni. Per questo, il Pd deve rimanere un soggetto politico forte e, rimanendo fedele ai riformismi che lo hanno generato, un partito autenticamente popolare. Essere fedeli a queste radici significa far attenzione a non lanciare un segnale che può essere frainteso, inducendo a identificare o diluire la nostra iniziativa in atti più interni al recinto politico, mentre ci si aspetta da noi che prendiamo in mano le grandi questioni sociali che ha spalancato la crisi da pandemia.

Il Partito democratico, per bocca del suo segretario, ha ribadito che quella con i 5 Stelle e LeU è un’alleanza strategica. Ma nel Pd c’è chi critica la decisione di dar vita a un intergruppo al Senato Pd-M5S-LeU, chi invoca un Congresso e chi, come Biagio de Giovanni, afferma che l’intergruppo che sarà guidato da Conte è il funerale definitivo di quello che resta della sinistra italiana. Lei come la vede?
Penso che su questo intergruppo al Senato si sia alzato un polverone davvero eccessivo. Ci sono le parole del capogruppo al Senato Marcucci che spazzano il campo da ogni sospetto o illazione: serve a garantire un confronto parlamentare con M5S e Leu sui temi e sull’agenda del Senato e non si replicherà alla Camera. Non mi pare che un’iniziativa del genere possa far da pietra tombale proprio a nulla. È invece ragionevole riflettere sull’alleanza con 5S e LeU, sull’esperienza di governo che abbiamo condiviso, sugli alti e i bassi, e sui modi con cui proseguire il percorso. È chiaro che non basta rivendicare la “urbanizzazione” dei 5S come successo del Pd per dichiararsi soddisfatti dei frutti di un’alleanza che ha governato per gran parte in una situazione straordinaria come la pandemia. Non possiamo superare d’un balzo e senza una profonda riflessione i solchi ideologici che hanno segnato per anni le nostre forze politiche, e anche le differenze “costituzionali” che tutt’ora ci distinguono, non solo nella concezione del ruolo dei partiti ma anche in alcuni snodi essenziali come ad esempio la libertà dal vincolo di mandato per i parlamentari o il garantismo come principio dello Stato di diritto. E vorrei ricordare anche i sacrifici fatti per permettere la discontinuità dal governo egemonizzato dalla Lega, primo tra tutti quel taglio dei parlamentari che non sarà mai più risarcito. Siamo passati dall’ostilità al sospetto alla collaborazione, che abbiamo costruito nel lavoro concreto nelle commissioni, in aula, al Governo. Ora siamo alleati ma restiamo molto diversi, e ciò va riaffermato penso con orgoglio. E questa alleanza, la cui strategicità verificheremo anche alle prossime amministrative, non può essere nemmeno un legame esclusivo ed escludente rispetto a una pluralità di forze sociali con cui il Pd ha il dovere storico e politico di dialogare. Penso non solo alla sinistra del Pd, ma anche ad ampie esperienze di comunità, ad aree dell’impegno cattolico, a formazioni centriste, laiche e dell’ambientalismo, in sostanza tutti quei soggetti che condividono alcuni principi di base, dall’europeismo al solidarismo, dall’ancoramento ai valori democratici alla difesa dei diritti collettivi e individuali. Voglio raccogliere con convinzione la chiara apertura del segretario nazionale a un confronto aperto sull’identità e sulle scelte fondamentali del Pd. Nei tempi mutati e difficili in cui ci troviamo a vivere, in un clima politico del tutto inedito, in una maggioranza di governo che non so quanti si aspettassero, è doveroso rifare il punto-nave, ridarsi obiettivi nuovi, attrezzarsi meglio. Ne discuteremo. Da quando è naufragato il Conte ter ed è nato il governo Draghi, il mondo è cambiato. Dobbiamo cambiare anche noi. Ai cittadini e anche ai nostri elettori non interessa affatto come ci definiamo se di centro, di sinistra o di centro sinistra, ci chiedono di occuparci di loro a prescindere.

In una intervista a questo giornale, Mario Tronti ha sostenuto che «La piccola coalizione che si vuol mettere in campo non basta a sconfiggere la destra. Gli elettorati dem e 5s non sono componibili, c’è un’incompatibilità di fondo sull’idea stessa di politica. Bisogna andare per la propria strada, fuori c’è un mondo da attraversare e organizzare. Ora che non ha più l’assillo di tenere in piedi un governo, il Pd deve pensare a se stesso».
Per il Partito Democratico pensare a se stesso ha voluto dire, anche con qualche cortocircuito, pensare sempre ad una prospettiva di sistema e di Paese. Il Pd non è per sua natura un partito di opposizione o di mera rappresentanza, ma ha come tratto distintivo la ricerca di un consenso sufficiente per il governo: lo ha fatto nella pulsione della vocazione maggioritaria, lo ha fatto nella dinamica di coalizione via via maturata in un dialogo politico. Allora la prospettiva di governo diventa tratto distintivo anche rispetto ai compagni di cordata, alle mete da raggiungere, alle azioni da intraprendere. Prima di tutto, il Partito Democratico deve rifuggire da una operazione tutta politica e di palazzo: c’è del giusto quando Tronti evidenzia tutte le difficoltà di assimilare gli elettori dem e quelli cinquestelle. Ci sono alcuni elementi che vengono dalla lettura di questi anni: una forte de-ideologizzazione della società italiana; una crisi drammatica delle rappresentanze sociali ed economiche; un desiderio, anche scomposto, di un’interlocuzione diretta tra cittadino e politica. La risposta non è abbandonare principi e grandi idealità (dalla giustizia sociale all’Europa, dai diritti individuali all’economia delle opportunità), ma di superare la tentazione di farne bandiera da sventolare nella complessità presente, perché si tratta di evocazioni troppo deboli rispetto a larghe fasce di elettorato e utili solo ad acuire le dinamiche frazioniste. Penso, quindi, ad un Pd la cui caratterizzazione politica sia maggiormente concentrata e visibile rispetto ad alcuni processi che consentano di allargare il campo del consenso: un Pd accessibile a chi, magari solo per uno di quella serie di processi, si senta coinvolto, chiamato in causa, protetto. Questo richiede una capacità, un addestramento e una reattività che si coltiva in una prospettiva di governo a tutti i livelli e nei diversi ambiti. Il futuro del campo largo, dopo l’esperienza del governo giallorosso, consegna al Partito Democratico alcune coordinate importanti per il futuro: un partito che fa cose e passa dalla declinazione delle idee/principi alle concreta scelta di azioni qualificanti; un partito che si allea con i cittadini prima che con le rappresentanze, facendosi interprete di esigenze di vita; un partito che si struttura armonicamente nella diversità dei territori, per superare dicotomie e conflittualità (tra cui quella nord/sud rischia di esplodere) e soprattutto per dare ai territori la responsabilità di trovare al loro interno risposte e sinergie a questo nuovo stile di concretezza.

Un Governo di alto profilo, forse, di certo non un Governo “rosa”. Le donne dem sono in rivolta per non avere rappresentanza tra i ministri. È solo una questione di quote o c’è di più?
Chiariamo un punto: le donne dem non sono banalmente “in rivolta” come fossimo di fronte a un’irritazione passeggera da chetare. C’è stato un brusco scontro con la realtà: abbiamo dato per scontato che la strada della parità sarebbe stata sempre più in discesa, e invece alla prova dei fatti ci troviamo ora a chiederci come rimediare a un’esclusione che ha messo in imbarazzo il partito. Sono la prima a capire che questi non sono i tempi adatti per alimentare polemiche su quote più o meno rosa o su quanto patiamo il “gender gap” nel Pd. Ma che sia arrivato il momento per fare un punto di chiarezza fra di noi, questo sì. Sappiamo che questo è il governo del presidente e che gli spazi di manovra nella sua formazione erano limitati, ma la logica della stabilità interna ha prevalso su quella di genere e il ruolo delle diverse componenti del Pd non ha saputo andare oltre all’esercizio del potere. A questa lettura non posso rassegnarmi. Noi donne dem dobbiamo prendere sul serio la sfida per la leadership, che dobbiamo mettere sul tappeto senza alcuna timidezza.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.