“Bene, ora che il governo Draghi ha preso forma e si è insediato, possiamo cominciare a fare politica, quella seria”. Che nello specifico significa “decidere quale è l’identità e il progetto politico del Pd, tirare le conclusioni di quello che è stato e cosa sarà”. Enrico Borghi, deputato Pd della corrente Base Riformista, gli ex renziani rimasti nel Pd, esce dall’anonimato di quanti, nei mesi della seconda ondata e nelle settimane della crisi, hanno troppe volte mormorato rinunciando a parlare con chiarezza. Il suo messaggio è chiaro: ritornare al Pd, quello delle origini, a vocazione maggioritaria, riformatore. “In questo senso – aggiunge Borghi – l’agenda Draghi sarà dirimente per decidere chi sta dove e con chi”.

Non conta qui se il segretario Zingaretti si sente “quotidianamente delegittimato” dal fuoco amico, circondato dagli ex renziani, se offeso e stanco medita di arrivare dimissionario all’assemblea nazionale del 13-14 marzo. Se, per dirla con le parole usate dal suo consigliere politico Goffredo Bettini ieri sulle pagine di questo giornale nel dialettico botta e risposta con Enrico Morando, “è arrivato il momento di fare chiarezza” su alleanze, leadership, “alleanze strutturali” con il Movimento 5 Stelle derubricate a “ipotesi di progetto politico”. Che poi il concetto non cambia. Due passi avanti e poi due passi di lato. Borghi la definisce “subalternità psicologica, culturale e politica” che in questa specifica fase molto liquida, in cui tutto si scompone per poi ricomparsi ma non è ancora chiaro come, è non solo deleterio ma letale.

Quello che conta qui adesso è che il Pd ha già ufficialmente aperto il congresso al di là dei tecnicismi del regolamento. E delle tattiche di breve periodo, ad esempio far uscire voci di dirigenti anonimi che affermano con sicurezza che Zingaretti “è pronto a mollare già in assemblea e poi partire per un viaggio”, dei due capigruppo di Camera e Senato (Delrio e Marcucci) che avrebbero già “scelto il nuovo segretario” che non può che essere il presidente della regione Emilia Romagna Stefano Bonaccini. Il quale però nega “perché prima c’è da isolare il virus e far ripartire il Paese”.
Il congresso non solo è aperto. È nel pieno del dibattito. Il ministro Andrea Orlando, vicepresidente del Pd, colloca il partito in una precisa area politica. Che però non è più quella della “vocazione maggioritaria” della sua fondazione. E non è la stessa di tanti elettori Pd che spiazzati da quello che hanno visto e sentito in questi mesi (la battuta più in voga: “Nessuno ci aveva detto che Bettini è diventato il nostro segretario”), cominciano a farsi sentire e a reclamare “chiarezza nell’identità politica”.

Orlando torna al convitato di pietra del tormento Pd: Matteo Renzi, il renzismo e quella stagione di riformismo che, al netto di errori, ha fatto nascere il Conte 2 e ora il governo Draghi muovendo le carte con una piccola pattuglia di parlamentari e tanti, troppo argomenti condivisi, senza dirlo, da molti altri gruppi parlamentari. “Solo i renziani possono parlare di congresso adesso – attacca Orlando – La verità è che sono all’opera, e non da oggi, per logorare Zingaretti”. Ecco che, annuncia il vicesegretario che molti già danno in pole per la guida del Pd, “è necessario tornare a quando si consumò il fallimento di un’esperienza politica arrivata al capolinea con le elezioni del 2018” perché “in questi giorni stanno riemergendo le scorie di un processo di riflessione non portato davvero a compimento”. Ancora più chiaro: “Stanno emergendo rigurgiti di posizioni che guardano a un Pd del passato, improntato verso un centrismo non più al passo coi tempi”.

Eccolo qua, appunto, il congresso del Pd. C’è Orlando, vicesegretario che piazza il partito a sinistra rivendicando l’asse Pd-M5s, il secondo obiettivo di chi ha provocato la crisi e di quei dirigenti, cioè capicorrente, che “però non escono mai allo scoperto”. Orlando parla e definisce aree e appartenenze politiche. Fa chiarezza rispetto a Bettini. E anche rispetto a Zingaretti che ieri, nella direzione convocata per dirimere il tema donne e rappresentanza, si è lanciato nel tratteggiare “la rigenerazione del Pd”. Il tempo è adesso “per aprire una discussione sul futuro dell’Italia, il ruolo del Pd dopo la formazione del governo Draghi e quanto ci aspetta nei prossimi anni”. Non sono le parole di uno che ha deciso di arrivare in assemblea dimissionario. Sono parole che però restano in clamoroso ritardo rispetto al diffuso malessere dem.

“È il vizio di una certa sinistra – attacca Borghi – che mette tutto tra parentesi e ricomincia sempre da capo. Il modello segare-i-ponti o sostituire, mantenere-tutto-uguale-a-prima non è più riproducibile perché non è all’altezza di questo momento”. Il Pd può anche legittimamente decidere di “diventare una specie di Linke un po’ più obesa. Ma non è questo ciò che vuole la sinistra riformista”. L’agenda Draghi è un discrimine per tutto il sistema politico. Basta vedere cosa sta succedendo a destra tra Lega e Fratelli d’Italia. E, in piccolo, cosa accade a sinistra, dentro Leu. Il Pd non può sfuggire a questa dinamica. Borghi fa qualche esempio. “Cosa succederà quando la ministra Cartabia porterà la riforma del processo penale e civile: con chi starà il Pd, con i magistrati di Md o con il ministro? E quando Brunetta porterà la riforma della pubblica amministrazione scritta anche da Cottarelli ma soprattutto a Berlino, con chi starà il Pd? Con Brunetta o con i Cobas”. Tutte domande non solo legittime ma urgenti. Che nessuno della dirigenza del Nazareno ha messo sul tavolo.

Certo, poi c’è il tema Matteo Renzi. “Ma sbaglia chi lo mette all’inizio del percorso anziché dopo. Prima cerchiamo la nostra identità e proposta politica. Se poi coincide con quella di Renzi, bene. Basta con l’uomo nero che da vent’anni impedisce di definirci”. L’”uomo nero” è stato Berlusconi, poi Salvini, ora magari proprio Renzi. E intanto il Pd non sa più chi è. Il congresso è ampiamente iniziato.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.