Un segretario di mediazione? O di rilancio? Il fatto è che non lo sa neppure lui. O meglio, dipendesse solo da lui non ci sarebbero dubbi perché avendo “il Pd nel cuore” l’obiettivo può essere solo quello di fare, finalmente, del Partito democratico ciò per cui era stato fondato quattordici anni fa anche da lui: un partito plurale, saldamente in un’area di centrosinistra moderno, diritti, riformismo, progresso e lotta alle disuguaglianze. Lib e anche dem. Sicuramente europeista.

Ma non dipende solo da Enrico Letta definire come sarà la sua segreteria. Ha accettato di prendere per mano il Pd. Un sì meditato, non facile. Ma non avrebbe potuto fare diversamente. Mercoledì sera è atterrato a Roma dopo aver salutato colleghi e allievi dell’Ecole Sciences Po di Parigi. Domenica andrà al Nazareno dove è previsto che si ritrovino almeno i membri della presidenza dell’assemblea convocata con all’ordine del giorno un solo punto: elezione del nuovo segretario. I giochi sono fatti. Le decisioni prese. Sarà un voto con modalità da remoto che si annuncia quasi unanime. Largamente condiviso da tutte le correnti e i capicorrente. Un miracolo se si pensa allo choc in cui era caduto il Pd, anche nei territori, appena dieci giorni fa quando Zingaretti pubblicò il post in cui diceva, tra le altre, di “vergognarsi di un partito che si occupava solo di poltrone” e che siccome aveva la sensazione netta di “essere il problema, ecco che faceva un passo di lato”. Non un addio.

Però basta con i bombardamenti quotidiani, i veleni, i siluri e le congiure. Un bel vaffa dal sapore grillino. Una mossa, quella di Zingaretti, inattesa da tutti. Complicata dalla situazione pandemica e da un governo di unità nazionale appena insediato in cui il Pd dovrebbe esercitare il ruolo di forza trainante. Ma non lo sta facendo. Un lungo fine settimana di tribolazioni fino a martedì quando Dario Franceschini, eterno playmaker dei destini del Pd, ha calato la carta Letta. Scacco matto. Un nome a cui nessun capo corrente avrebbe potuto dire di no per storia, statura e stile. “Il Draghi del Pd” è stata la feroce e spiazzante definizione. «Come si fa a dire di no a Letta con Draghi premier?» è stata la domanda retorica spuntata sulla bocca, più o meno stretta, di deputati e senatori, di ogni corrente e famiglia.

Il via libera è arrivato ieri a mezzogiorno. Un video pubblicato su Twitter, maglioncino, camicia, una carta geografica dell’Europa alle spalle. Un minuto e 17 secondi. «Francamente lunedì scorso non avrei immaginato di stare qui ad annunciare la mia candidatura alla guida del partito che ho contribuito a fondare e che oggi vive una crisi profonda. Lo faccio per amore della politica e passione per i valori democratici. Voglio ringraziare Nicola Zingaretti». Sono stati giorni di trattative intense gestite via telefono da Franceschini che ha mediato con Orlando e i suoi Dems, Lorenzo Guerini e la sua Base Riformista, Matteo Orfini e i Giovani turchi, “Fianco a Fianco” di Martina e Delrio, lo stesso Zingaretti che una vera e propria corrente non ha ma “Piazza grande”, la sua mozione, ha il 66 per cento dell’assemblea. E anche big come Gianni Cuperlo e Paolo Gentiloni. Di sicuro non sono stati sentiti i leader di altre forze di centrosinistra che appoggiano il governo Draghi come Renzi e Calenda. E neppure i 5 Stelle che saranno per Letta uno dei primi dossier da affrontare.

Letta parlerà domenica. «Io non cerco l’unanimità – ha detto nel video – ma la verità nei rapporti tra di noi per uscire da questa crisi e guardare lontano. Aprirò, sulla base di quelle parole, il dibattito in tutti i circoli e poi cercheremo di fare la sintesi. Insieme». Se è vero che il suo volto è abbinato, sbagliando, alla scena della consegna sconsolata della campanella a Matteo Renzi nel febbraio 2014, in questi sette anni Enrico Letta ha saputo dare di sé un’immagine del tutto diversa. Anche la faccenda con Matteo Renzi, accusato per anni di averlo sloggiato da palazzo Chigi, è stata riscritta. Furono Franceschini, Zanda e Roberto Speranza ad andare da lui la mattina dell’8 febbraio 2014 a spiegargli di lasciare il campo al nuovo segretario. Letta ha scritto vari libri in questi sette anni fantastici a Parigi. Uno di questi s’intitola Ho imparato. E adesso è disposto ad insegnare quello che ha per l’appunto imparato.

LE VEDOVE DI CONTE – E si torna adesso alla domanda iniziale: un segretario di mediazione o per il rilancio del Pd? Zingaretti non lo ha detto ma dietro le sue dimissioni c’è il fallimento di una linea politica che l’ex segretario ha a sua volta subito più che deciso: l’alleanza con i 5 Stelle, l’incoronazione di Conte leader del centrosinistra, un’agenda politica più schiacciata a sinistra che al riformismo. Più statalista che d’impresa. Più grillina che Pd delle origini. “O Conte o morte” è stata la fine. Il nodo dell’identità e delle alleanze è quello che ha strozzato la segreteria Zingaretti. E, sia chiaro, non solo per colpa dell’ex segretario. Da qui la richiesta di un congresso “appena possibile”, in autunno, inizio anno nuovo quando la pandemia lascerà fiato. Richiesta a cui l’ex segretario non ha voluto dare seguito. Nel disappunto delle minoranze, da Orlando a Base Riformista, Delrio e lo stesso Franceschini hanno iniziato a capire che così non si poteva andare avanti. Troppo facile e banale alzare il dito contro l’uomo nero di turno. Cioè Matteo Renzi.

Quando il ministro della Cultura ha calato il nome Letta, sono rimasti tutti spiazzati. A cominciare dai sindaci e dai governatori in prima fila nel criticare la linea politica di Zingaretti. Ora sono tutti pazzi per Letta. Dalla sinistra di Orlando agli ex renziani di Base riformista. Ieri è stato un trionfo di “alleluia” e “benvenuto” e “grazie Enrico”, il nuovo salvatore del Pd. Diciamo che Letta fa tirare un bel sospiro di sollievo. Mette al sicuro il partito, almeno per un altro po’. Perché il problema dell’identità e delle alleanze resta centrale, dirimente ed è solo rinviato. Letta è Draghetto boy. Si può anche arrivare ad ipotizzare che il Quirinale abbia benedetto l’operazione. Il passaggio chiave per capire se la sua sarà una segretaria di mediazione o di rilancio lo si avrà presto, nelle prossime settimane. L’esame è l’agenda Draghi. Se Letta la farà propria, è chiaro che saranno soddisfatti gli ex renziani ma non lo sarà fatto Andrea Orlando e l’area Dems, che guarda a sinistra e lo rivendica.

A quale Pd vorrà parlare Letta? Quello che ancora sostiene, nei colloqui personali e senza taccuini, che «con il governo Draghi la democrazia è a rischio o quasi»? Che Conte era «la vera carta da giocare alla guida di una rinata Ditta» e i 5 Stelle «una specie di giovani compagni ritrovati»? Oppure Letta farà riferimento a quel centrosinistra che sulle pagine di questo giornale ha usato le parole di Claudio Petruccioli (ex dirigente ai tempi del Pci): «Attenzione, state parlando di Conte come se fosse Allende». Alludendo, senza dirlo, che Draghi potrebbe essere una sorta di Pinochet. Oppure, sempre Letta, farà riferimento a quello che ha detto, sempre su questo giornale, uno storico della sinistra operaista come Mario Tronti: «La soluzione Draghi offre più opportunità che rischi mentre Conte offriva più rischi che opportunità».

Il problema del Pd in questi anni è stato quello di non aver sciolto il nodo di cosa sia oggi un centrosinistra contemporaneo. Ora anche post pandemia, visto che cambieranno i modelli di lavoro e di sviluppo. Letta è forse l’ultima occasione per chiarire questo punto. «L’impresa è difficilissima. Enrico Letta è il solo che può tentarla» ha scritto ieri Pierluigi Castagnetti. L’impresa inizia nel giorno in cui i 5 Stelle entrano nella giunta della regione Lazio a guida Zingaretti. Avrà come primo test importante le amministrative di autunno e le alleanze per eleggere i sindaci delle grandi città. E poi l’elezione del Presidente della Repubblica e le politiche. Cioè le liste dei candidati. Meglio fare un passo alla volta.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.