Il congresso del Pd è una specie di fiction a puntate di cui si è persa la conta. Affiora e scompare a seconda dei momenti ma si può dire che il tema non esce mai di scena. Del resto, dieci segretari (Renzi lo è stato due volte) in tredici anni di vita, dicono tutto. Le scissioni che ha provocato dicono ancora di più. Letta, ultimo segretario della lista, in carica da marzo (ma senza primarie) dopo le traumatiche dimissioni di Zingaretti, ha iniziato a farci i conti prima dell’estate, quando è stato evidente l’asse politico con Giuseppe Conte e il “suo” Movimento.

Ieri sera si è conclusa l’assemblea nazionale telematica del Pd. All’ordine del giorno anche la ratifica di alcune indicazioni pervenute dalla Commissione di garanzia degli statuti. In particolare è stato chiesto di specificare numero massimo e minimo dei componenti della segreteria nazionale. E di specificare meglio i termini di indizione del congresso sia ordinario che straordinario. In pratica si chiede di confermare che il congresso ordinario sia indetto 6 mesi prima della scadenza del mandato del segretario. Poiché Letta, subentrato a Zingaretti, è in scadenza a marzo 2023, significa che il congresso del Pd deve tenersi nel prossimo autunno.

La faccenda, al di là del tecnicismo, è molto politica. Riguarda, in sintesi, la sopravvivenza politica di un’intera corrente del Pd, Base riformista, gli ex renziani che non hanno seguito Renzi e a cui non piace affatto l’abbraccio con Conte e il Movimento. Ammesso che qualche spiffero sia giunto all’orecchio di Draghi, questa faccenda è paradigmatica rispetto a quanto detto ieri dal premier rispetto a governo e partiti. Nella conferenza stampa il Presidente del Consiglio ha distinto l’azione del governo “che va avanti compatta senza drammi all’orizzonte” e quella dei partiti che sembrano avere, purtroppo, altre priorità rispetto all’agenda di governo.

Di sicuro oggi sono impegnati in una campagna elettorale per le amministrative che spinge Salvini a lanciare sfide assurde, anche per il suo elettorato, su vaccini, green pass, e sul ministro dell’Interno Lamorgese, e Letta a chiedere l’uscita della Lega dalla maggioranza visto che ha votato contro il green pass. Contorcimenti e tatticismi, una sorta di vita parallela, di cui il premier farebbe volentieri a meno per avere invece tutte le energie concentrate su riforma del fisco, legge sulla concorrenze, legge di bilancio. Giusto per indicare i dossier più clamorosi. Nella vita parallela dei partiti, si scopre così che il popolo Pd – forse sarebbe meglio dire le sue correnti – è di nuovo alle prese con l’eterno congresso del partito.

La modifica, cioè una maggiore e migliore esplicitazione, riguarda l’articolo 8 comma 2 dello Statuto. Che recita: “Il presidente dell’assemblea nazionale indice l’elezione dell’assemblea e del segretario nazionale sei mesi prima della scadenza del mandato del segretario in carica”. La votazione, telematica, si è conclusa ieri in serata. Quasi certamente passa la modifica richiesta (esplicitare meglio che il congresso va indetto sei mesi prima della fine del mandato del segretario). Se per caso non dovesse passare, sarebbe due volte clamoroso: per il fatto in sè (bocciata una richiesta dell’organo di garanzia); perchè vorrebbe dire che il Nazareno ha già condannato a morte Base riformista e gli ex renziani.

Il congresso a ottobre 2022 è infatti il pallino di Base Riformista, la corrente più numerosa in Parlamento convinta che eleggere entro il prossimo anno un nuovo segretario sia l’unica garanzia, almeno per qualcuno di loro, di poter tornare in Parlamento e di mantenere nel Pd il profilo riformista delle origini. Un congresso a scadenza naturale (marzo 2023) vorrebbe dire invece che le liste e la scelta dei candidati sarà esclusiva di Letta che farà di tutto per azzerare quella corrente alle prossime elezioni. Br, la corrente di Guerini e Lotti, è convinta anche che nonostante alcune mosse che si possono percepire qua e là, la legislatura andrà avanti fino a scadenza naturale.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.