La nomina a direttore de Il Giornale era nell’aria ma lui non ci credeva affatto, quindi aveva organizzato un lungo soggiorno a Minorca: tre mesi in cui si sarebbe dedicato a un libro, il primo, perché «io sono un archivio di aneddoti e voglio scriverli». È dovuto tornare di corsa e il libro naturalmente dovrà aspettare, perché non è che si possano fare mille cose insieme, non va bene, non ha senso. Per esempio come direttore non scriverà fondi quotidiani come è tradizione dei giornali di centrodestra, dato che, realisticamente: «Sfido tutti ad avere ogni giorno qualcosa da dire, e poi il direttore che parla è autorevole proprio perché non lo fa tutti i giorni, lo fanno gli editorialisti. Montanelli diceva la sua ogni giorno? Ma lui era lui, ce ne fossero…».

È un mistero, Augusto Minzolini. Che si abbiano o no pregiudizi ideologici su di lui, di fatto gli si deve riconoscere una carriera brillantissima accanto anche a persone di idee molto diverse (Paolo Mieli che lo assunse a La Stampa, Ezio Mauro che lo promosse inviato), e se i procedimenti giudiziari a suo carico (diffamazione, violazione del segreto istruttorio, peculato – da direttore del Tg1 –, abuso d’ufficio) non sono stati pochi e hanno fatto un rumore assordante, è stato assordante pure il rumore prodotto dal Senato quando, Minzolini senatore di Forza Italia, riconobbe che contro di lui ci fosse fumus persecutionis. Un po’ spiazzanti sono poi certe posizioni in contrasto con la linea del suo amato Silvio: nel ’94 si dichiara contrario a ogni tipo di privacy per i politici, perché «un politico è un uomo pubblico e in ogni momento della sua giornata deve comportarsi come tale» e vent’anni dopo critica duramente il Patto del Nazareno tra Renzi e Berlusconi. C’è anche quel buon umore incrollabile, quell’espressione di divertita superiorità più che di ironico distacco. Non sembra mai distaccato, Augusto Minzolini. Proprio per niente. Piuttosto, è come se partecipasse sempre a un gioco appassionante in cui sa di non poter perdere, il che può risultare molto irritante. Figuriamoci poi per chi lo detesta.

Questa nomina quanta gente ha fatto innervosire?
Francamente non penso siano stati tanti. Certo, mi aspettavo Travaglio. Mi ricordo una scena di Un americano a Roma, Sordi faceva una specie di balletto alle prove e a un certo punto diceva «Qui c’è l’applauso» rivolgendosi alla compagnia, invece alla prima scatta una sonora pernacchia. Io sono quello che fa la pernacchia.

La polemica tra te e Marco Travaglio sembra infinita.
Montanelli un giorno disse, dedicato a Scalfari: «Conosco molti furfanti che non fanno i moralisti, ma non conosco nessun moralista che non sia un furfante». Travaglio pensa di essere discepolo di Montanelli, ma figurati. L’ho querelato perché mi ha detto che sono più ignorante di un usciere Rai. È stato prosciolto perché ha sostenuto che il suo non era giornalismo ma satira. Un anno fa, ho fatto dei tweet in cui scrivevo «Travaglio faccia di c…», qualcuno mi ha avvertito che stava per querelarmi e allora io ho rilanciato: «C’è chi pensa che quando parlo di Travaglio dica faccia di culo, ma no, lungi da me. Io penso che abbia una faccia da capriolo con quegli occhioni con cui ti guarda». Passano due mesi, mi chiamano dal commissariato per dirmi che mi ha querelato. Per “faccia di c…” e non solo, pure per “faccia da capriolo”.

E ridi. Se ne resta stupefatti. A parte le vicende giudiziarie, c’è stata dieci anni fa la rimozione dal Tg1, ci sono stati e ci sono attacchi e critiche di ogni tipo.
Ma io gli attacchi li capisco, come capisco chi lecca. Fa parte della natura umana. Mi aiuta a restare sereno il sentirmi nel giusto, la convinzione di aver sempre fatto quello che secondo me andava fatto. E poi sono aperto al dialogo, dico quello che penso e non mi lascio condizionare per niente dagli atteggiamenti che la gente ha nei miei confronti.

Persone che si sono ricredute su di te, che da nemiche sono diventate amiche o viceversa…?
Proprio diventate nemiche, no. Al massimo gente che nei momenti complicati non mi ha creduto, mentre mi aspettavo altro. Ma sono delusioni che non contano. Invece ho trovato molti che si sono ricreduti in positivo. In sessant’anni, sono l’unico che si trova a essere per la magistratura un pregiudicato e per il Parlamento un perseguitato. C’è una sentenza della Cassazione che prevedeva l’applicazione della legge Severino e il Parlamento si è pronunciato in modo diverso, rispetto poi a un membro dell’opposizione che sulla carta non avrebbe dovuto avere la maggioranza. Con voto palese, il 16 marzo 2017 il parlamento si è assunto la responsabilità di dire che quella sentenza (sentenza passata in giudicato, per cui ero stato dichiarato decaduto da senatore) non convinceva, che nasceva da un atteggiamento pregiudiziale nei miei confronti. Personaggi come Ichino o Tronti, un operaista, si sono alzati e hanno votato contro. In quell’occasione si è esposta anche Rosaria Capacchione, la giornalista de Il Mattino che si era tanto occupata di camorra ed era stata minacciata per questo. Sono rimasto sorpreso: i politici erano andati a leggersi le carte, cosa che spesso i giornalisti non fanno. In quel periodo io ero contro il Patto del Nazareno, avevo detto che Grasso, presidente del Senato, non mi era piaciuto perché aveva condotto il dibattito sulle riforme riducendo lo spazio di discussione ed eliminando una serie di emendamenti, e avevo ipotizzato pure l’impeachment per Napolitano… Tutto questo significa che c’è una separazione della politica dalle vicende giudiziarie più in Parlamento che nella magistratura, o almeno così è stato in quell’occasione.

Contestatissima, la tua direzione del Tg1, anche al di là delle questioni giudiziarie. Oggi che puoi dire, avevi sbagliato?
Rivendico tutto quello che ho fatto e ti dico un’altra cosa, divertente. Tutti ce l’avevano con i miei “famigerati” editoriali, ma dopo anni ho ritrovato che questi tutti dicevano le cose che all’epoca dicevo io, su Craxi, Napolitano, l’Europa, la giustizia. Pensavano che parlassi imbeccato da Berlusconi, invece in un’intercettazione si sente lui che mi chiama e mi dice «Direttorissimo, ma perché quegli editoriali? Chi te lo fa fare? Lascia perdere, ti metti nei guai». Questa cosa non l’hanno mai scritta.

Sei stato accusato di essere talmente pro-Berlusconi da minimizzare una sua battuta antisemita, oscurare l’inchiesta sugli scandali sessuali che lo vedevano protagonista, mandare in diretta un suo discorso facendo slittare il Tg1… Ma lo amavi proprio, il Silvio?
Penso che è uno che ha lasciato un’impronta, e a me piacciono i personaggi così. Sono pochi i leader politici che caratterizzano un’epoca. Lui l’ha caratterizzata. Ha inventato il bipolarismo in Italia, per dirne una. L’ho accostato a De Gaulle e non ho cambiato idea. Berlusconi ha sempre assunto una posizione responsabile, in ogni situazione, a costo di rimetterci in termini di consenso. La demonizzazione che ne è stata fatta nasce dalla mania italiana di criminalizzare l’avversario e cercare di colpirlo attraverso la magistratura. Uno dei magistrati che lo giudicarono in Cassazione scrisse pure che bisognava far fuori Minzolini. Come si fa a dubitare che fosse un’operazione politica?

Tu sei contrario al ritorno in magistratura di un giudice che per un certo tempo abbia fatto politica…
Di più. Secondo me un magistrato neanche dovrebbe entrarci, in politica. Ci fu un provvedimento, coi grillini d’accordo, per cui un magistrato non avrebbe potuto tornare in magistratura dopo essere stato in politica. Sembravamo tutti d’accordo ma il provvedimento si arenò alla Camera. Senza fare nomi, c’era un presidente della Commissione giustizia della Camera che era un magistrato, e si diceva che avesse intenzione di andare in Cassazione. Ci scrissi un pezzo su Il Giornale, Marco Rizzo lo riprese e scrisse la stessa cosa. Non chiamarono me ma lui, dicendogli ma dai, ma ti pare… Termina la legislatura, il provvedimento non viene approvato e la presidente (sì, era una donna) finisce in Cassazione.

Tra i vari procedimenti giudiziari, ce n’è uno che ti ha dato particolarmente fastidio, che hai trovato davvero ingiustificato?
Quello di truffa ai danni della Rai, delle spese fasulle, del peculato. Non me l’aspettavo. Facevo solo pranzi, assolutamente previsti. Per mesi mando queste spese per avere il rimborso, nessuno obietta nulla e dopo quindici mesi nasce il caso. Sapevo che qualcuno aveva spedito qualcun altro a fotocopiare le mie ricevute, ma non mi ero preoccupato per niente dato che sapevo che tutto era in regola. Invece Di Pietro fa un esposto, e io per reazione, incazzato, ridò tutti i soldi, prima ancora che mi arrivasse l’avviso di garanzia. Vengo rinviato a giudizio e, nell’ordine: la Corte dei conti mi dà ragione, l’Ordine dei giornalisti mi dà ragione, il giudice del lavoro obbliga la Rai a restituirmi i soldi. Vengo assolto in primo grado. In secondo grado, con questo presidente ex sottosegretario, che avviene? In quattro ore, senza verificare, studiare, richiamare i testimoni, ribaltano la sentenza. Siamo in un sistema giudiziario in cui crediamo di essere i pronipoti di Beccaria, si ripete sempre che devi essere colpevole al di là di ogni ragionevole dubbio… ma se mi hanno assolto in primo grado, il ragionevole dubbio ti pare che non ci sia? Ci riempiamo solo la bocca di parole.

Dato che hai parlato di pranzi e anche di Montanelli, lo sai che diceva che con i politici non bisogna mai andare a cena?
Infatti io difficilmente ci vado a cena. Cinque o sei volte al massimo in tanti anni, e ho cominciato ad occuparmi di giornalismo politico nell’80.

E allora dove e come nasce, questo “minzolinismo”? Come fai a portare gli interlocutori a raccontarti retroscena, incontri che magari dovrebbero rimanere segreti, intenzioni e pensieri?
Mi muovo. Vado nei posti. Faccio domande precise e mi ricordo sempre di essere un giornalista. Con il lockdown, in Parlamento andavano non più di due, tre giornalisti. Uno di quelli ero, sono sempre io. Molti usano il telefono, io uso il motorino. Se stai alla scrivania, non succede niente. Ai neodeputati viene detto «Attenti a Minzolini, quello scrive tutto». Ovvio. Il “minzolinismo”, neologismo degli anni 90, ha origine però, in realtà, dal bisogno di decrittare i discorsi dei politici. Forlani, ad esempio. «Potrei parlare per ore con voi giornalisti senza dirvi niente», mi disse durante un’intervista dal barbiere della Camera, mentre gli lavavano i capelli e gli facevano quel colore un po’ azzurrino che gli piaceva. Così bisognava tradurre. La differenza tra ieri e oggi è che una volta il politico parlava in modo poco chiaro ma sapeva bene quello che voleva fare, quindi tu dovevi capire e riportare il senso di ciò che ti diceva e anche di ciò che avveniva. Considero mio maestro, in questo, Guido Quaranta. La Seconda Repubblica, invece… È arrivata molta gente che non aveva mai fatto politica, un magma a cui dovevi e devi dare forma. È necessario che ce l’abbia tu, in testa, quello che sta accadendo, e che addirittura riesca a precedere gli eventi. Abbiamo un mondo, quello grillino, che in Parlamento c’è andato attraverso un clic.

A proposito dei 5 Stelle, che ne pensi di Conte?
Ha fatto la sua fortuna nel ruolo di mediatore in governi molto diversi, è una sua qualità e da questo punto di vista è capacissimo. Immaginare però che possa fare anche il leader politico e testimoniare un’identità precisa mi pare difficile. Di Maio prende decisioni politiche, dice per esempio basta con la gogna. Conte no, balbetta, vuole tenere insieme un vasto mondo. Pensiamo a quando questi due stati d’animo, quello che vuole mediare e quello che ha nel Dna il “vaffa”, si confronteranno… Ora temo si stiano trasformando nel tonno della famosa scatoletta che volevano aprire.

Il minzolinismo è fatto di gesti e parole colti al volo. Quegli aneddoti che hai detto che metterai nel libro. Ne racconti qualcuno?
Forse la più antica “minzoliniata” è quella che ha come protagonista Andreotti. La Dc era allora a Palazzo del Gesù: lo beccai sulla scalinata e non c’era verso che parlasse. Mancavano quattro gradini e lo implorai: «Mi dica una cosa, qualunque cosa, almeno mi fa diventare famoso». Lui si divertì, pronunciò una battuta che ora non ricordo e che riportai. Un’altra volta, quando non avevo casa a Roma, scesi all’Hotel De Russie e lì trovai Rutelli che faceva i massaggi, così scrissi un pezzo sui massaggi per dimagrire di Rutelli. Un’altra volta a New York, nella hall di un albergo, avevo vicino D’Alema che non parlava e non voleva parlare. Però arrivano le Coca Cola che abbiamo ordinato e lui commenta: «Qua a New York anche la Coca Cola è più buona». Come facevo a non scriverlo? S’arrabbiò moltissimo, non parlò a nessun giornalista per dieci giorni, finché Rondolino non organizzò una cena di riconciliazione.

Il tuo primo fondo su Il Giornale è dedicato a un vento liberale che non si può, dici, ignorare, e che tradotto significa burocrazia efficiente, fisco non opprimente, solidarietà che non sia assistenzialismo fine a se stesso, rispetto di tutti dei principii democratici. Hai dichiarato poi che i giornali devono “tornare a parlare alla gente” (lo stesso avevi detto quando ti eri insediato al Tg1). Ma non lo fanno già, e il rischio non è di ipersemplificare e mirare alla pancia?
Io penso di averlo fatto allora in maniera diversa. Proponevo, al Tg1, filmati curiosi, un po’ strani. Mi rompevano le scatole ma ora lo fanno tutti. È un modo, questo dei cortometraggi su cose bizzarre, per portare la gente ad ascoltare poi anche le cose serie. Siamo bombardati da notizie e la carta stampata è superata, siti e talk prendono spunto dai giornali, rilanciano quello che è scritto sui giornali. Il Giornale, poi, si occuperà molto di politica estera, coniugandola con quella italiana e con gli interessi della gente.

Chi vorresti intervistare?
Chiunque sia capace di lasciare un segno (lo so, è un po’ la mia fissazione). I politici italiani li conosco tutti, quindi direi Trump, Biden, Putin, Steve Jobs magari ma purtroppo è morto, Bill Gates che ha grandi doti di previsione, basti pensare a quando e come aveva parlato di virus. Però Gates non ha il fascino di Jobs, che ha saputo coniare frasi come “Stay hungry, Stay foolish ” o “L’unico modo di fare un ottimo lavoro è amare quello che fai”, frasi-slogan che ancora girano, che ci ricordiamo.

Ridi così spesso, sorridi quasi sempre. Ma cos’è che ti diverte tanto?
La natura umana. È da quella che poi hanno origine gli aneddoti e anche le vicende che a volte sono paradossali, difficili da affrontare. Ma lì devi decidere, o piangi o ridi. Io, visto che sono ottimista, ne vedo l’aspetto comico. E rido.