Nei registri delle associazioni LGBTQI dell’Italia settentrionale la metà degli iscritti viene dal Sud. Vuol dire che è altissima la percentuale di persone che abbandonano le proprie case, le proprie città, il proprio mondo nelle regioni del Sud per fuggire al Nord e sfuggire a pregiudizi e violenze. È l’esodo di chi aderisce a organismi impegnati nella tutela della libertà di orientamento sessuale e contro violenza e discriminazione verso gay, lesbiche, bisessuali, transessuali e intersessuali. In Italia si contano 71 fra associazioni e comitati locali collegati ad Arcigay, la realtà nazionale più importante nell’impegno contro l’omofobia e nella tutela di una parte della popolazione che è sempre più numerosa in considerazione del fatto che di orientamento sessuale e identità di genere si parla sempre di più rispetto al passato. Nel nostro paese il 5 per cento della popolazione è gay, lo 0,1 per cento è trans.

I dati della Campania sono in linea con quelli nazionali, mentre Napoli fa eccezione con una presenza di persone omosessuali al di sopra della media nazionale. Dall’inizio dell’anno, in Campania, sono state denunciate undici aggressioni e violenze a sfondo omotransfobico. Ma la violenza non è fatta solo di botte e minacce, di pestaggi e assurde ritorsioni. La violenza, in questi casi, si consuma anche per via traverse. Come la violenza dei genitori che allontanano di casa un figlio o di un datore di lavoro che licenzia in tronco il proprio dipendente. Di storie come queste se ne sono contate almeno 13 nell’ultimo anno nell’area metropolitana di Napoli. E scriviamo almeno perché si ritiene che ve ne siano molte altre ancora sommerse, taciute e sopportate per motivi che possono spaziare dalla vergogna alla paura, dal senso di colpa al ricatto. Storie di sofferenze e di soprusi che spingono in molti casi a una fuga verso il Nord.

Ed ecco che tra gli iscritti delle associazioni di Piemonte e Lombardia c’è un buon 50 per cento di meridionali fuggiti dalle piccole province, dalle periferie degradate o dai quartieri borghesi dove essere gay o trans può trasformare la vita in un inferno. Nella mappa delle denunce tracciata da Massimo Battaglio, attivista dell’associazione torinese che collabora con Arcigay Napoli, spicca il vuoto di segnalazioni che arrivano dal Sud. È solo dal 2016 che Napoli comincia a diventare un’eccezione e gli episodi di omofobia vengono denunciati e raccontati, arrivando nel 2019 a un numero di denunce che porta Napoli a eguagliare Roma. È il segnale che nella comunità trans e gay cresce la consapevolezza dei propri diritti. Ma questo non basta a fermare la fuga verso il Nord.

E non si ferma nemmeno la spirale di violenza e intolleranza. Sono recenti le storie di Francesco e Giuseppe cacciati di casa a diciotto e venti anni solo perché si amano; di Sergio, discriminato e abbandonato perché gay e costretto a vivere in un sottoscala a Monte di Procida con i topi che di notte gli mangiano il braccio; di Maria Paola e Ciro, protagonisti dell’ultima tragedia, quella di Caivano, che da giorni scuote l’opinione pubblica sollevando riflessioni su temi come l’omofobia e la tolleranza. «Serve una legge», dicono le associazioni. Una legge non tanto per inasprire le pene contro l’omofobia quanto per sostenere e incentivare iniziative di sensibilizzazione, informazione, comunicazione. «Le azioni educative – spiega Battaglio – sono previste dal disegno di legge Zan ed è previsto uno stanziamento per attuarle davvero. Senza una legge, infatti, possiamo inventarci tutti i progetti che vogliamo ma non ce la facciamo.

Il fenomeno è nazionale e non ci può fidare di una delibera e il buon cuore di un sindaco». Gli episodi di violenza innescano conseguenze a catena. «Tutti i casi che ho rilevato – aggiunge – hanno in comune che si fa danno alla persona non solo in quel momento, ma anche per il futuro causando uno strascico di paura e di complessi da affrontare che rappresenta un costo per la vittima. E inoltre c’è l’effetto ricaduta su tutta la popolazione LGBTQI, perché tutti hanno paura e vivono nel terrore di finire vittime di violenze».