Il calcio ha ripreso a stadi vuoti, la politica accelera i propri falsi movimenti, le discoteche invitano a ballare da seduti, a RaiUno è riapparso il varietà di Carlo Conti in prima serata (coi concorrenti-vip che devono parlarsi all’orecchio mantenendo il metro di distanza); ciò nonostante, il Paese sembra incantato in una bolla d’attesa. Aspettiamo per prima cosa, ovviamente, il vaccino; ma i tempi annunciati sono variabili, per adesso sono molte le ricerche concorrenti e nessuna ha prevalso con certezza.

Aspettiamo che il caldo estivo attenui la carica virale, e intanto ciascuno si regola secondo i propri timori e i propri pregiudizi: aspettiamo ogni sera (almeno qui a Milano) il bollettino della Regione, che non ci dice quanti siano deceduti per Covid in quel giorno nella nostra città, né quanti dei “nuovi casi” siano da attribuire a “nuove insorgenze” o a “presenza pregressa del virus”, né se si siano individuati focolai e dove. Quindi ci si limita a sperare che il numero diminuisca, o che gli amici siano meno contagiosi degli sconosciuti. L’attesa è lunga, le cifre sono piatte da parecchio tempo, o contraddittorie. Si rimandano le visite mediche annuali, o stagionali, perché si diffida degli ambulatori; la pulizia dei denti, il controllo alla prostata, il pap test possono aspettare.

I mercati finanziari aspettano, e temono, la seconda ondata di virus in autunno; gli speculatori godono nell’altalena delle Borse ma le banche consigliano ai piccoli investitori di non far niente, per ora. I pensionati e gli statali preferiscono non affrontare grosse spese, perché sarebbe giusto che lo Stato chiedesse loro un contributo di solidarietà e dunque è meglio prepararsi a qualche defalcamento di pensioni e stipendi. Chi invece in questi mesi ha perso molto (negozianti, albergatori, artisti dello spettacolo) sta aspettando i contributi a fondo perduto; qualcuno resta chiuso, qualcuno riapre a scartamento ridotto, i ristoranti offrono menù di poche portate. Tutti aspettano (aspettiamo) l’Europa e i suoi bazooka, sapendo che ci vorrà tempo e non saranno gratis, e si dovrà lavorare perché i nomi degli aiuti diventino più accettabili per alcune forze politiche. (Da bambino rifiutavo i piselli, poi mamma mi assicurò che erano le perle verdi di una regina e da allora li mangiai con gusto).

Si aspettano le elezioni regionali in concorrenza con la riapertura delle scuole; si aspetta di capire, meglio che dai sondaggi, quali siano i reali rapporti di forza tra i partiti. In Lombardia si aspettano i processi (“che la giustizia faccia il suo corso”), sempre più estesi e con accuse sempre più vaghe; i medici da eroi stanno diventando imputati, lo scaricabarile furoreggia. Ci si incattivisce, e mentre Giuseppe Conte parla sul velluto si cercano valvole di sfogo secondarie, risse che durano pochi giorni, pretesti per non far decadere e marcire la rabbia; perfino le manifestazioni anti-razziste (con conseguenti insensate iconoclastie) sembrano ribellioni interlocutorie. L’idea di una resa dei conti brontola in lontananza ma il governo in carica si fa forte della propria debolezza, proteggendosi dietro lo scudo della mancanza di alternative. L’opposizione dura e pura non supera il quaranta per cento, le ricette economiche autarchiche non entusiasmano nessuno.

La comunicazione mediatica oscilla tra il piccolo cabotaggio di giornata e le grandi campagne ideali, né potrebbe fare diversamente, convinta com’è che i cambiamenti seri in politica avverranno dopo la fine dell’emergenza. In tivù e sui social riprende forza il trash, ma gli influencer e i tiktoker più furbi hanno capito che per la voglia di stupidera è consigliabile attendere tempi migliori. Le aziende sono più caute a sponsorizzare, le truffe in Rete aumentano: molti operatori (e operatrici) del settore si accontentano per ora di fare gli auguri di buon compleanno a pagamento, a prezzi modici. Le case editrici sono in attesa di capire se i fan book per ragazzine siano ancora un business conveniente, o se convenga puntare sui “diari della quarantena”. Si è riscoperta la famiglia, i single si attrezzano per corteggiamenti sanitariamente protetti.

Festeggiamo giustamente i nuovi nati, ma nel frattempo molte coppie hanno preferito rimandare il matrimonio, perché la festa di nozze da distanziati e il prete con la mascherina sono troppo tristi; perfino le coppie che scoppiano rimandano il divorzio, forse i conflitti sono legati all’eccezionalità del periodo e gli stessi consulenti matrimoniali consigliano di concedersi una pausa di riflessione. Gli atleti hanno ricominciato ad allenarsi sperando che le Olimpiadi rimandate di un anno si possano effettivamente svolgere nel 2021; chi atleta non è si accontenta di qualche corsetta e qualche dieta, tanto quest’anno sulle spiagge ci sarà più tolleranza estetica.

Ci siamo tutti abituati, durante i dibattiti televisivi o nei convegni arrangiati su Zoom, ad aspettare con pazienza che si ripristinino i collegamenti saltati; le code alla posta e al supermercato sono ordinate e calme; quelli che ti passavano davanti magari spintonando, come se due minuti fossero questione di vita o di morte, non esistono più. Una vita meno frenetica potrebbe essere un buon risultato della pandemia. La sensazione che ho, purtroppo, è meno positiva: più che una riconquistata saggezza, a dominare mi pare che sia una specie di imbambolamento. La frenesia dei movimenti e del consumo è stata per troppo tempo il rimedio delle carenze affettive e relazionali; non per niente, durante il lockdown, è aumentato il consumo di alcol e droghe.

Rallentare ci ha fatto franare l’equilibrio sotto i piedi. Mentre ci sforziamo di considerare quotidiano l’inaccettabile, e commovente il grottesco, e ci salutiamo col gomito e ci mandiamo i baci via Skype, anche i nostri pensieri inconsciamente rallentano, ondeggiando in un’atmosfera vischiosa. Le rabbie e le maledizioni sono a pronta cassa, mentre creazioni mentali più strutturate faticano a maturare fin che la morte bussa all’uscio. Il rallentamento diventa alibi: «ci penserò domani», diceva Scarlett O’Hara. E forse c’è perfino qualcosa di più: siamo nebbiosi prigionieri in un dormiveglia dal quale non desideriamo davvero svegliarci; forse preghiamo che questa estate sia eterna, perché col fresco ritornerà la lucidità, e sarà peggio.