Ivan Bunin fu un grande scrittore, purtroppo abbastanza dimenticato malgrado il Nobel per la Letteratura conferitogli nel 1933. Questo oblio in un certo senso si attaglia alla sua personalità ombrosa, nascosta. Non fu un uomo felice, Bunin, proprio per nulla.

Questa difficoltà di vivere percorre la sua opera scritta per lo più fuori dalla sua Russia diventata Unione sovietica dopo la Rivoluzione bolscevica: l’Ucraina, in particolare Odessa, e poi Parigi gli diedero riparo e conforto. La casa editrice Medhelan ha intrapreso una nuova edizione della sua monumentale opera “La vita di Arsen’ev”, una sorta di autobiografia romanzata composta di cinque parti: e adesso è uscita l’ultima, intitolata “Lika”, per la traduzione di Andrea Tarabbia che firma anche una prefazione molto utile per inquadrare meglio questo libro.

Ci sono anche quattordici poesie con una scrupolosa Appendice a cura di Alessandro Niero, perché Bunin fu anche un buon poeta. Questa è l’autobiografia di una persona immaginaria – la definizione è di Tarabbia – quasi a suggerire una qualche parentela con il romanzo di Proust (di cui è protagonista un «je qui n’est pas moi») o magari con il capolavoro di Svevo (che con “La coscienza di Zeno” sosteneva di aver scritto «un’autobiografia e non la mia»). «Bunin – scrive Tarabbia – è un osservatore instancabile, descrive modi di fare, gesti, abiti, colori, odori, sensazioni, posture, ambienti, materiali, corpi, acconciature, sentimenti con una minuzia e un amore per il dettaglio che non si trovano in nessun altro autore della sua epoca». Il pensiero va ad Anton Čechov, che peraltro Bunin conobbe bene. E come alcuni personaggi cechoviani, anche Arsen’ev è un irresoluto: vuole scrivere ma non sa bene cosa, vuole amare ma non sa bene come, vuole vivere ma non sa bene perché.

La prosa di Bunin è di grande respiro letterario: «Spesso saltavo in piedi all’alba, con l’orologio che diceva che non erano ancora le sette. Desideravo ardentemente di restare sotto le coperte e godere del loro calore ancora per un po’, poiché la stanza era fredda e grigia; nel silenzio dell’albergo, ancora avvolto nel sonno, si sentivano i rumori del primo mattino – un inserviente che, da qualche parte alla fine del corridoio, spolverava un abito e faceva tintinnare i bottoni colpendoli con la spazzola. Ma ero sopraffatto da una tale paura di sprecare un’altra giornata e dall’impazienza di sedermi alla scrivania – e oggi, finalmente, di lavorare come si deve! – che mi precipitavo a suonare il campanello, diffondendone il suono nel corridoio. Tutto mi era lontano, contrario: l’albergo, l’inserviente al piano, sporco con la sua spazzola strascicata, e il miserabile lavabo di latta che mi spruzzava un filo d’acqua gelida contro il viso».

Si sente l’eco di Turgenev, se non di Tolstoj: il respiro della grande letteratura ottocentesca che tracima nel nuovo secolo con il suo ulteriore carico di angoscia esistenziale. Così, Arsen’ev ama e non ama la povera Lika. Ama tutto e non ama niente, men che meno sé stesso. Perché Ivan Bunin sia così poco conosciuto è un mistero editoriale, ed è merito della casa editrice Medhelan invitarci a scoprirlo.