Partendo dall’opera di Joseph Conrad, uno scrittore ottocentesco piombato nei conflitti di coscienza del Novecento, vorrei affrontare un tema etico che ritengo cruciale, in qualche modo sfiorato dalla discussione intorno alla statua imbrattata di Montanelli: è possibile in politica, e anzi nella stessa esistenza umana, la “purezza”, una assoluta integrità? Qualcuno si può ergere a suo custode e depositario? Ora, uno dei modi in cui il male riesce a imporsi è quello di farci sentire tutti complici, di invocare l’impossibilità terrena della purezza. Se qualcuno osa indignarsi per qualcosa gli viene prontamente ribattuto: “Qui il più pulito c’ha la rogna!”. E siccome da un certo punto di vista è vero che siamo tutti complici ed è vero che tutti siamo immersi dentro una esistenza costitutivamente impura, varrà la pena farci qualche riflessione su.

Conrad associa quella modalità in Lord Jim a uno dei suoi villain più abietti, Gentleman Brown, un pirata dal nome beffardo, che con la sua banda di predoni raggiunge Lord Jim nel paradiso naturale di Patusan, attratto dal tesoro. Respinto dagli indigeni tenta un’ultima carta e convince Lord Jim a trattare usando appunto un argomento capzioso, diabolicamente persuasivo, che parte dal riconoscimento che in un certo senso siamo tutti egualmente colpevoli (dunque tutti egualmente innocenti). Così nella testimonianza dell’invisibile Marlow, il perfido Brown, che ostenta una certa «ruvida franchezza ma che ha l’abilità tipica del politico» di individuare subito il lato debole del prossimo, si rivolge a Lord Jim (si trovano sui due lati del piccolo fiume fangoso, separati da due opposte visioni del mondo ma anche vicinissimi): «so benissimo che la sua storia non può essere molto migliore della mia», e anche se – continua – lei «è una di quelle persone che sembra rimpiangere di non essere nata con le ali per doversi insozzare i piedi su questa lurida terra». Ecco la frase più velenosa è: «La sua storia non può essere molto migliore della mia». Da un certo punto di vista tutto questo è, come prima ricordavo, indubitabilmente vero. Solo Dio infatti potrebbe stabilire se la mia vita sia molto migliore di quella di un altro. Nel finale di Resurrezione, l’ultimo romanzo di Tolstoj caratterizzato da una radicalità che si ispira al Vangelo, il giudice che scopre in Siberia, ai lavori forzati, una poveretta che aveva condannato, conclude che non si può giudicare nessuno.

Tutti abbiamo i piedi insozzati su questa lurida terra, come dice Gentleman Brown. Lord Jim (ricordo che era scappato dal veliero “Patna”, in mezzo a una tempesta, abbandonando l’equipaggio al suo destino), assalito dai rimorsi soccombe alla dialettica insinuante di Brown – siamo tutti colpevoli – accetta la trattativa, e ne verrà colpito a morte. Brown, proprio come il pirata John Silver dell’Isola del tesoro, conosce bene la psiche umana, si appella alla nostra parte peggiore, è persuasivo anche se non di parola (nella versione cinematografica del 1965 lo interpreta un superbo James Mason, appena spogliatosi degli abiti di Humphrey Humphrey in Lolita, mentre Lord Jim è uno strepitoso Peter O’Toole). Ma qual è allora la risposta di Conrad? Apriamo un altro romanzo, perfino più bello, Cuore di tenebra (che ispirò Apocalypse now di Coppola). Il protagonista, Kurtz, è abietto anche nella sua grandezza.

E anzi nella abiezione ci sprofonda: crea in Africa anche grazie alla sua abilità di parola (“ability to talk”) un impero personale, dispotico e fondato sullo sfruttamento degli indigeni, dopo che all’inizio era andato in Congo ripieno di ideali nobili e progressisti. Eppure non si racconta frottole, non edulcora né giustifica mai il proprio crimine, rinuncia a qualsiasi alibi, il male non lo chiama bene e dunque il negativo resta negativo, irredimibile e terminale: l’ultima parola sarà: «Che orrore» («The horror»). E qui arriviamo forse al nodo della questione. Chiunque può trovarsi a commettere azioni abiette e moralmente ripugnanti – spinto dalle circostanze, dalla necessità, o più o meno casualmente – : non esistono uomini interi, tutti d’un pezzo ( e anche se, ovviamente, esistono pur sempre gradi diversi di corruzione).

Dopo la caduta originaria, e la cacciata dall’Eden, siamo infatti tutti esposti al peccato. Diventa allora decisivo non tanto pretendere una irrealistica integrità ma il modo in cui, dopo aver commesso quelle azioni, ci disponiamo a interpretarle (si pensi a come Montanelli interviene, 30 anni dopo, sulla moglie dodicenne eritrea “comprata” dal padre). Se cioè le giustifichiamo e razionalizziamo, se riteniamo che ciò che è necessario o inevitabile sia giusto, se chiamiamo il male bene e il bene male. Qui comincia il caos morale. In questi casi bisognerebbe solo dire come Kurtz: «Che orrore».