Mio figlio potrebbe morire in prigione“. A dichiararlo è il padre di Julian Assange, accusato di spionaggio da Washington e minacciato di estradizione negli Stati Uniti.  Nel corso di un incontro nella Biblioteca e l’Archivio storico del Senato dal titolo “Il segreto delle carte e la trasparenza del Web: un equilibrio impossibile?“, John Shipton ha detto di aver visto suo figlio due giorni prima “durante le quasi due ore a cui hai diritto” nel carcere di ma massima sicurezza HM Prison Belmarsh di Londra, dove è detenuto dallo scorso aprile dopo la revoca di asilo politico da parte del governo dell’Ecuador che dal 2012 ‘ospitava’ il fondatore di Wkileaks.

Julian potrebbe morire in prigione dopo nove anni di persecuzioni per aver rivelato la verità sui dei crimini di guerra“, ha detto il genitore. Assange rischia fino a 175 anni di reclusione negli Stati Uniti che gli contestano di aver presumibilmente messo in pericolo alcune delle loro fonti quando nel 2010 furono pubblicati 250mila cablogrammi diplomatici e circa 500mila documenti riservati sulle attività dell’esercito americano in Iraq e in Afghanistan.

John Shipton parla di “una catena incessante di abusi e violazioni” nei confronti del figlio. Nei mesi scorsi a sollevare la questione è stata prima la madre di Assange (“lento e crudele assassinio“), poi l’Onu con il relatore Nils Melzer che ha denunciato che le restrizioni a cui è costretto “compromettono seriamente la sua capacità di prepararsi in modo adeguato ai numerosi e complessi casi legali che lo attendono“.