Se non ora, quando? È la domanda che viene da farsi di fronte a chi storce il naso per l’ingresso della Bulgaria nell’euro. A Sofia da ieri è iniziato il mese di interregno, durante il quale la valuta uscente, il Lev, coabiterà con quella comunitaria. È la fine di un percorso avviato nel 1997, quanto il Lev aveva scelto la linea del cambio fisso con valute forti straniere. Prima si era ancorata al marco tedesco, poi all’euro.

La Bulgaria entra nell’euro. Il Paese più povero con i conti in regola

L’ingresso nella valuta dell’Unione europea, di cui la Bulgaria è membro dal 2007, giunge in coincidenza con un quadro economico nazionale favorevole. Il Paese è sì il più povero della Ue a 27, ma vanta conti in regola. Pil e occupazione sono solidi e l’inflazione sotto controllo (2,8%). Certo, il quadro politico lascia a desiderare. A primavera, si terranno per l’ottava volta in cinque anni le elezioni. In un clima di crescente avversione verso qualunque cosa abbia il sapore di politica. Le indagini degli ultimi anni, per i casi di corruzione di poliziotti, pubblici amministratori e politici non sono arrivate a un dunque. La stessa magistratura, che avrebbe dovuto “far giustizia”, si è svelata coinvolta nelle inchieste. L’ultima legge di bilancio prevede una stretta fiscale per cittadini e imprese, senza che vi sia l’adeguato tornaconto in termini di spesa pubblica qualificata. Il tentativo delle forze euroscettiche di andare al referendum per l’ingresso nell’euro è stato rimbalzato dalla stessa Bruxelles, che ha preferito lasciare la decisione nelle mani di governo e parlamento. Un quadro del genere è un terreno fertile per chi non crede nell’Ue e nella sua economia per l’integrazione politica.

La sorella minore di Mosca

D’altra parte merita chiedersi cosa succederebbe a Sofia se le si chiudessero le porte di Francoforte. Nella famiglia europea, la Bulgaria è quella che ha i legami più forti con la vicina Russia. L’alfabeto cirillico, la Chiesa ortodossa, l’avversione alla Turchia – e prima ancora all’Impero ottomano – sono pilastri di un’identità comune che però è tutt’altro che paritaria. Mosca vede in Sofia la sorella minore da tenere vicina per le sue ambizioni nei Balcani, prima, e nel Mediterraneo, poi. Per l’Europa lasciar da sola la Bulgaria vorrebbe dire abbandonarla alle mire del Cremlino. Peraltro, in condizioni del tutto sfavorevoli. Come si può mettere sullo stesso piano rublo ed euro? La crescita economica della Bulgaria risiede nel mercato europeo. Nonostante le debolezze politiche di Bruxelles. Del resto, alla moneta comune torna di tutto vantaggio avere altri 6,5 milioni di consumatori. Con la Bulgaria infatti, il numero di europei che utilizzano l’euro salirà a 358 milioni.

Il semestre di presidenza di Cipro

Se non ora, quando? Si diceva. Una domanda che si aggiusta anche al secondo importante evento per l’Europa. Sempre ieri è iniziato il semestre di presidenza di turno di Cipro. Uno dei membri più lontani dal centro nevralgico comunitario. Nicosia dista da Bruxelles 2.800 chilometri. In questi mesi di preparativi, già le quattro ore di volo necessarie per colmare questa tratta hanno rallentato lo scambio di informazioni. Ma fosse solo questo il problema! Cipro, uno dei quattro membri Ue che non è anche partner Nato, vuole scrollarsi di dosso la reputazione di ambiguità che ha con la Russia. Il programma “passaporti d’oro”, che facilitava ai russi la concessione della cittadinanza cipriota, è stato sospeso nel 2020. Poi è scoppiata la guerra con l’Ucraina. Il Paese soltanto ora sta dicendo di voler stare “di qua del muro”.

L’Europa fa comodo a Cipro, e viceversa. Dopo un 2025 guidato da Polonia e Danimarca – fondamentali nella gestione del dossier Cremlino – è necessario che l’Ue torni ad avere uno sguardo sul Mediterraneo. Precisamente di fronte a quel Medio Oriente da dove l’Ue è stata del tutto estromessa. Al tempo, alla Flotilla in rotta per Gaza fosse stato proposto l’approdo cipriota. Ovvero territorio Ue. Nicosia ha il duplice vantaggio di diventare sede di negoziati tra l’Ue e il mondo mediorientale, quanto anche terreno di dialogo informale con i tanti russi che vi abitano. Per l’Ue è un’occasione.

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).