L’Italia nuovamente condannata dalla Cedu, la Corte europea dei diritti umani. Una figuraccia senza precedenti quella certificata dai giudici di Strasburgo che hanno condannato l’Italia per “pregiudizi sulla donna” in una sentenza per violenza sessuale su una trentenne.

Il caso preso in esame dai sei giudici della Cedu, che hanno condannato l’esame con decisione unanime, è quello riguardante la sentenza della Corte d’Appello di Firenze del 2015 che assolse sette imputati accusati di uno stupro di gruppo avvenuto nella Fortezza da Basso nel 2008.

IL ‘PRESUNTO’ STUPRO – La ‘presunta’ vittima aveva 23 anni all’epoca dei fatti, i ragazzi tra i 20 e i 25: secondo quanto ricostruito nel processo italiano, la ragazza dopo aver passato la serata assieme al gruppo, che la fece ubriacare, fu accompagnata un parcheggio vicino alla Fortezza da Basso di Firenze, dove all’interno di un’auto avvenne lo stupro.

Il ‘branco’ venne denunciato e i sette vennero anche arrestati, restando un mese in carcere e circa 60 giorni ai domiciliari. In primo grado erano stati condannati a quattro anni e mezzo per violenza sessuale, salvo poi venire assolto in Appello, dove i giudici scrissero di una vicenda “incresciosa e non encomiabile per nessuno, ma penalmente non censurabile”, mentre la ‘presunta’ vittima voleva “rimuovere” quello che riteneva essere stato un suo “discutibile momento di debolezza e fragilità”.

Una vicenda che si chiuse così, dato che la procura generale di Firenze non presentò ricorso in Cassazione.

Dopo l’assoluzione la 23enne affidò ai social network, con uno scritto in cui si firmava “La ragazza della Fortezza da Basso”, le sue riflessioni amare. “Mi è stato detto, è stato scritto, che ho una condotta sregolata, una vita non lineare, una sessualità “confusa”, che sono un soggetto provocatorio, esibizionista, eccessivo, borderline…. Ebbene sì, se per essere creduta e credibile come vittima di uno stupro non bastano referti medici, psichiatrici, mille testimonianze oltre alla tua, le prove del Dna, ma conta solo il numero di persone con cui sei andata a letto prima che succedesse, o che tipo di biancheria porti, se usi i tacchi, se hai mai baciato una ragazza, se giri film o fai teatro, se hai fatto della body art, se non sei un tipo casa e chiesa e non ti periti di scendere in piazza e lottare per i tuoi diritti, se insomma sei una donna non conforme, non puoi essere creduta. Abbiamo perso tutti. Ha perso la civiltà”, lo scritto della ragazza, che oggi ottiene, almeno in parte, giustizia.

IL RICORSO ALLA CEDU – La Corte europea ha accolto così il ricorso presentato dalla vittima della violenza: i giudici di Strasburgo non erano chiamati a esprimersi sull’assoluzione dei 7 imputati, bensì sul contenuto della sentenza della Corte d’Appello di Firenze che secondo la ricorrente aveva violato la sua vita privata, discriminandola.

I sei giudici della Cedu le hanno dato ragione, riconoscendole un risarcimento per danni morali da parte dello Stato di 12 mila euro: secondo la Corte europea la sentenza italiana contiene “dei passaggi che non hanno rispettato la sua vita privata e intima”, “dei commenti ingiustificati” e un “linguaggio e argomenti che veicolano i pregiudizi sul ruolo delle donne che esistono nella società italiana”.

L’avvocato Titti Carrano, che ha rappresentato la ragazza, commenta con soddisfazione con l’Ansa la sentenza della Cedu che “ha riconosciuto che la dignità della ricorrente è stata calpestata dall’autorità giudiziaria”. La sentenza di Firenze “ha riproposto stereotipi di genere, minimizzando cosi la violenza, e ha rivittimizzato la ricorrente, usando anche un linguaggio colpevolizzante. Purtroppo, questo non è l’unico caso in cui la non credibilità della donna si basa sulla vivisezione della sua vita personale, sessuale. Questo succede spesso nei tribunali civili e penali italiani”.

Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia