Il fallito putsch dei seguaci di Donald Trump ha riportato all’attenzione l’accresciuto consenso a forze populiste che spesso hanno connotati antidemocratici. Ci sono alcuni tratti comuni tra i vari paesi; vari lavori scientifici hanno mostrato, ad esempio, come il consenso ai partiti populisti tenda a essere più alto nelle aree più esposte a perdite di occupazione dovute al commercio internazionale (si vedano, ad esempio, i lavori di Italo Colantone e Piero Stanig). Ci sono però anche tratti culturali specifici alle differenti nazioni, che vanno tenuti in conto per capire bene il fenomeno. Negli Usa l’aumento del consenso populista si è chiaramente innestato su una lunga tradizione di razzismo presente in varie zone della società americana.
Tradizioni autoritarie sono purtroppo presenti anche in Italia, ma in questo articolo voglio invece soffermarmi sulle differenze di natura economica tra Italia e Stati Uniti. Per essere proficua una analisi deve partire dai dati. E il primo, e più drammatico, dato da cui partire è il seguente: negli ultimi 20 anni prima della pandemia, dal 1999 al 2019, il reddito pro-capite USA è aumentato del 28,4%, mentre quello italiano è rimasto praticamente lo stesso, con un incremento di solo 1,9%. Quindi, ancora prima della pandemia, l’Italia partiva da un ventennio di mancata crescita. La pandemia ha peggiorato le cose, riportando il reddito medio pro-capite all’inizio degli anni ’90. La crescita Usa è stata abbastanza sostenuta, come momenti di forte rallentamento dopo gli attentati terroristici del 2001 e poi con la grande recessione del 2008-2009. Dopo la grande recessione, durante la presidenza Obama, la crescita riprese in modo spettacolare e continuò anche durante la presidenza Trump. L’Italia invece è entrata già zoppicante nella grande recessione e da allora, di fatto, non si è più ripresa.
Ma quanta parte della popolazione americana ha beneficiato di questo periodo di crescita, completamente assente in Italia? Vari commentatori hanno puntato il dito sulla disuguaglianza come motore principale del backlash populista. Ci sono tanti tipi di disuguaglianza ed è praticamente una tautologia che dietro a ogni tensione sociale ci deve essere una disuguaglianza in “qualcosa”. In questo articolo mi concentro sulla disuguaglianza dei redditi, al lordo e al netto degli interventi redistributivi legati al sistema fiscale.
Anche qui, ogni discussione seria deve partire dai dati. È vero che negli Usa tutti i guadagni dalla crescita sono andati a pochi? La risposta è articolata: sì, c’è stato un aumento della disuguaglianza e i più ricchi hanno guadagnato di più, ma il reddito è cresciuto per tutti, soprattutto se teniamo in conto gli effetti della redistribuzione governativa.
Il Congressional Budget Office, l’organismo di studio indipendente del Congresso americano, ha elaborato una interessante analisi sull’andamento del reddito medio di vari strati della popolazione tra il 1979 e il 2016. Consideriamo tre gruppi: il 20% più ricco, il 20% che sta in mezzo e il 20% più povero. Per comodità, e con una certa approssimazione, chiamiamo questi tre gruppi “i ricchi”, la “classe media” e “i poveri”. Cosa è successo a questi 3 gruppi negli ultimi 40 anni?
Guardiamo prima ai redditi lordi, prima di tasse e trasferimenti. I ricchi hanno fatto nettamente meglio degli altri, con una crescita cumulata del 99%. La classe media e i poveri hanno visto invece una crescita cumulata del 33%. L’incremento non è stato omogeneo nel tempo. Classe media e poveri hanno avuto quasi zero guadagno negli anni ’80, ma poi la crescita è stata sostenuta.
I dati sui redditi netti, ossia dopo l’intervento redistributivo dello stato, sono però diversi, soprattutto per i poveri. Risulta infatti che il reddito netto medio del 20% più povero è aumentato dell’85%, a fronte di un aumento del 101% per i ricchi e del 47% per la classe media. Il dato interessante, e che in parte spiega la disaffezione dell’elettorato americano, è che la classe media ha fatto meno bene degli estremi. Intendiamoci, i livelli di crescita del reddito netto per la classe media americana sono comunque spettacolari rispetto a quella italiana. Ma è vero che la classe media ha fatto meno bene, in termini relativi, dei più poveri e dei più ricchi.
Gli economisti discutono da vari decenni sulle ragioni dell’aumento della disuguaglianza, in parte originate da innovazioni tecnologiche che hanno favorito i lavoratori più istruiti e in parte da altri fattori legati alle scelte di politica economica, in particolare la maggiore apertura internazionale. Ma si noti che, negli Usa, c’è stato uno sforzo redistributivo notevole da parte della politica economica per aiutare i redditi più bassi. Si può sempre dire che non è stato abbastanza, ma questa è una discussione per un altro giorno. Il punto che interessa sottolineare è che non è stato un impoverimento generalizzato, o una violenta redistribuzione del reddito dai poveri ai ricchi, la causa del successo populista.
In altre parole, per gli Stati Uniti la storia del popolo in miseria che si affida al demagogo di turno semplicemente non funziona. Il supporto è venuto invece da gruppi di ceto medio, particolarmente la classe operaia degli stati del midwest, che hanno subito un notevole calo nella propria posizione relativa, e spesso anche in quella assoluta, a causa delle particolari caratteristiche avute dal progresso tecnologico (più orientato verso lavoratori a elevata educazione) e alla concorrenza dei nuovi paesi che hanno iniziato l’uscita dalla povertà, come Cina e Vietnam. Il supporto al populismo più rancido, peraltro, è stato decisamente meno esteso che in Italia. Trump non ha mai vinto il voto popolare, e solo una distribuzione molto fortunata del voto, unita alle bizzarrie del sistema elettorale USA, gli ha permesso di accedere alla presidenza. Ma non è durato molto. In quattro anni è diventato il primo presidente dopo Hoover nel 1932 (quindi in piena depressione) a perdere in soli 4 anni non solo la presidenza ma anche la Camera e il Senato per il suo partito.
Tutto questo non significa che non esistano problemi negli Usa. Per esempio, il sistema sanitario, anche dopo la riforma di Obama, non raggiunge ancora tutta la popolazione ed è assurdamente costoso e inefficiente. Diversi economisti hanno osservato l’aumento di pratiche monopolistiche e oligopolistiche che riducono il tasso di crescita, oltre a contribuire alla disuguaglianza. Tutti problemi che l’amministrazione Biden si troverà ad affrontare. Ma almeno non si parte da zero, non si parte da un paese bloccato.
E l’Italia? Per l’Italia purtroppo la storia è totalmente differente. L’Italia non è cresciuta proprio. Non è cresciuta per i ricchi, non è cresciuta per i poveri e non è cresciuta per la classe media. Questo magari ci ha aiutato a contenere l’aumento delle disuguaglianze di reddito, ma bisogna ammettere che limitare la disuguaglianza impendendo la crescita non è una grande strategia. Le pulsioni autoritarie e razziste sono diventate sempre più forti all’interno di un sistema economico che, chiaramente, non sta funzionando per nessuno. Le idee populiste in economia continuano a essere egemoniche, e di fatto hanno ormai colonizzato l’establishment sia di destra sia di sinistra (che non si può certo dire aver opposto una grande resistenza).
Quindi, qui siamo. Dopo il fallito putsch gli Usa hanno ora una nuova amministrazione e un nuovo inizio. Noi, invece, discutiamo se continuare a fare melina con il Conte bis o intraprendere l’ardito passo di fare melina con il Conte ter.
*Professore di economia, Stony Brook University, New York