Da un paio di settimane in tutte le librerie italiane, edito da Round Robin editrice, è arrivato La Congrega dei 13, primo romanzo di Cesare Damiano, già ministro del Lavoro, che sceglie per il suo battesimo letterario una strada tutt’altro che scontata: quella del noir d’ambientazione storica. Non un semplice giallo d’intrattenimento, ma un racconto che utilizza l’indagine poliziesca come strumento per restituire un luogo, una comunità e un’epoca precisa: la Cuneo del 1956, con i suoi ritmi, le sue abitudini, i suoi locali, le sue gerarchie sociali e le sue contraddizioni.

La scelta più interessante del romanzo riguarda proprio la forma letteraria adottata. Damiano costruisce una narrazione che si muove tra il noir classico e il romanzo di territorio, dove la trama investigativa è continuamente intrecciata alla descrizione della vita quotidiana della provincia piemontese del dopoguerra. Le pagine dedicate alle osterie, alle piazze, ai portici, alle botteghe artigiane e ai piccoli rituali della socialità cittadina finiscono così per assumere un peso pari a quello dell’indagine stessa. Il lettore segue il commissario Puccio Meló nella ricerca della verità, ma al tempo stesso attraversa una città che diventa protagonista al pari dei personaggi.

In questo senso il libro richiama, pur con le dovute differenze, l’esperienza narrativa di Andrea Camilleri. Come lo scrittore siciliano, Damiano utilizza infatti la lingua come strumento di costruzione del mondo narrativo. Il piemontese e l’italo-piemontese disseminati nel testo non rappresentano un semplice colore locale, ma diventano parte integrante della caratterizzazione dell’ambiente e delle relazioni tra i personaggi. L’autore stesso, attraverso una nota introduttiva, chiarisce la volontà di ricreare una lingua immaginata e plausibile del Piemonte degli anni Cinquanta, rinunciando talvolta alla correttezza ortografica per restituire il sapore della parlata quotidiana.

Naturalmente il paragone con Camilleri va maneggiato con cautela: nel caso dello scrittore siciliano la lingua diventa spesso un laboratorio stilistico autonomo, mentre Damiano la utilizza in modo più funzionale alla ricostruzione storica e ambientale. Tuttavia il risultato è efficace, perché il dialetto non ostacola la lettura ma contribuisce a rendere credibile il contesto e a dare autenticità ai dialoghi.

Al centro della vicenda c’è il commissario Puccio Meló, figura ben costruita e probabilmente destinata a sostenere ulteriori avventure narrative. Meló è un investigatore rigoroso ma umano, attento alla forma e alla sostanza, desideroso di apparire all’altezza del ruolo che ricopre e insieme profondamente inserito nella realtà che lo circonda. La sua capacità di muoversi tra l’autorità dell’ufficio e la familiarità della provincia costituisce uno degli elementi più riusciti del romanzo.

Tra i personaggi che restano maggiormente impressi spicca Elvira, la donna con cui Meló vive una relazione discreta e riservata. La sua presentazione è affidata a una descrizione elegante e cinematografica: l’abito grigio, il cappellino inclinato, il rossetto, le calze con la riga. Non è soltanto un interesse sentimentale del protagonista, ma una presenza che restituisce la sensibilità di un’epoca e aggiunge profondità emotiva al racconto.

Molto riuscita anche la figura del sarto Lauricella, personaggio secondario ma memorabile, tratteggiato con pochi dettagli significativi: la statura minuta, gli occhi chiari, la schiena incurvata dagli anni di lavoro, il laboratorio pieno di stoffe e di abiti incompiuti. In lui si concentra una parte importante della memoria materiale della città, e la sua presenza contribuisce a rafforzare quella dimensione corale che attraversa tutto il romanzo.

Il punto di forza dell’opera è probabilmente proprio questo: la capacità di trasformare un’indagine in un affresco sociale. La “Congrega” che dà il titolo al libro è il motore della trama, ma ciò che rimane nella memoria del lettore è soprattutto il mondo che le ruota attorno, fatto di professionisti, commercianti, religiosi, poliziotti e cittadini comuni.

La costruzione dell’intreccio è un punto che forse richiede una attenzione maggiore nella lettura: in alcuni passaggi tende ad accumulare personaggi, piste investigative e spiegazioni, rallentando talvolta il ritmo, ma conservando il climax narrativo di fondo. Essendo un’opera prima si comprende che l’autore preferisce l’abbondanza descrittiva alla sintesi.

Nel complesso, La Congrega dei 13 è un esordio convincente. Cesare Damiano dimostra di possedere una sincera passione narrativa e, soprattutto, uno sguardo affettuoso ma non nostalgico verso il Piemonte che racconta. Il noir diventa così un pretesto per riportare alla luce una comunità e una stagione della storia italiana, affidandosi a una lingua che ne conserva accenti, umori e memoria. Un debutto interessante, che lascia intravedere margini di crescita e che merita attenzione proprio per la sua capacità di coniugare racconto investigativo e identità territoriale

Avatar photo

Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.