Giustizia
La credibilità delle fonti sul limes media-giustizia
La qualità della democrazia si misura anche dall’affidabilità delle fonti sulle quali si fondano le inchieste giornalistiche e quelle giudiziarie. Il principio della tutela della fonte rappresenta un presidio irrinunciabile, tanto per i magistrati quanto per i giornalisti: senza la garanzia della riservatezza molte vicende di interesse pubblico non emergerebbero mai, certo. Tuttavia, la segretezza dell’identità non può sostituire il dovere della verifica.
Una fonte può rimanere anonima, ma deve essere quanto più possibile attendibile, riscontrabile e libera da interessi che possano alterare la ricostruzione dei fatti. È un tema che riguarda la qualità della giustizia e dell’informazione. Chiunque fornisca elementi destinati a orientare indagini o a dare impulso a un’inchiesta giornalistica dovrebbe essere valutato anche alla luce della propria storia personale e giudiziaria. Quando una fonte è stata coinvolta in vicende di corruzione o ha riportato condanne o patteggiamenti per reati contro la pubblica amministrazione, ad esempio, è inevitabile interrogarsi sulla solidità e sull’affidabilità del suo contributo. Non significa escluderla a priori, ma sottoporla a un livello di verifica ancora più rigoroso.
Negli ambienti romani, ad esempio, si discute del presunto rapporto privilegiato tra Paolino Iorio, ex amministratore delegato di Sogei, che ha patteggiato una pena di tre anni per gravi reati e alcuni magistrati della Capitale. Al di là della fondatezza o meno di tali indiscrezioni, la questione merita una riflessione pubblica: fino a che punto è opportuno che soggetti con un simile percorso diventino interlocutori rilevanti nell’alimentare attività investigative? È una domanda che riguarda la credibilità del sistema e la fiducia dei cittadini, non il merito delle singole inchieste. Il tema assume un peso ancora maggiore quando le vicende riguardano asset strategici dello Stato come il Polo Strategico Nazionale, RFI, Terna o il comparto della Difesa. L’apertura di un’indagine, così come la diffusione di notizie non ancora definitivamente accertate, produce inevitabilmente effetti reputazionali, economici e istituzionali. Per questo motivo la qualità delle fonti non è un dettaglio procedurale, ma un elemento essenziale per evitare che interessi personali, rivalità o strategie difensive possano trasformarsi in strumenti capaci di incidere sul funzionamento delle istituzioni o sul valore di grandi realtà industriali. Lo stesso principio vale per il giornalismo investigativo. In queste settimane si discute del rapporto tra Sigfrido Ranucci e Valter Lavitola, è un tema sul quale è legittimo chiedere trasparenza, non certo per mettere in discussione il diritto di un giornalista a confrontarsi con qualsiasi fonte, ma per comprendere quali criteri guidino la selezione delle informazioni, la loro verifica e il loro utilizzo editoriale. Se una fonte ha un passato controverso o è portatore di interessi propri, il pubblico ha il diritto di sapere che il materiale raccolto è stato sottoposto a un rigoroso processo di riscontro. La domanda di fon- do resta sempre la stessa: chi orienta la scelta di ciò che deve essere oggetto di un’indagine giudiziaria o di una grande inchiesta televisiva? Sono esclusivamente gli elementi di fatto o, talvolta, possono incidere le informazioni provenienti da soggetti che hanno interesse a colpire persone, aziende o istituzioni? Inter- rogarsi su questi aspetti non significa delegittimare magistratura e stampa, ma rafforzarne l’autorevolezza. Perché la credibilità della giustizia e dell’informazione non si misura dal numero delle fonti, bensì dalla loro affidabilità, dalla capacità di verificarle e dall’indipendenza con cui vengono valutate. Troppi sono stati processi finiti nel nulla per reati che si sono rivelati, alla fine, infondati; troppi sono stati gli imprenditori, i politici, le persone oneste finite nel tritacarne mediatico o di un giustizialismo che ha causato traumi, fallimenti e, nella peggiore delle ipotesi, suicidi per non aver retto il peso di un’onestà distrutta.
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