Lo scaffale
La disperata lucidità di un grande rifiutato
Se c’è un grande scrittore italiano dimenticato, anomalo, sfortunato, questo è Guido Morselli (1912-1973), che grazie a Dio – dopo tutta una vita in cui si vide rifiutato da tutte le case editrici – venne riscoperto da Adelphi poco dopo la sua tragica fine (si suicidò con un colpo di pistola dopo l’ennesima delusione letteraria). Ed è appunto Adelphi che ora pubblica i diari di Morselli con il bellissimo titolo “Mi sono conosciuto nel sogno” (con introduzione di Giuseppe Pontiggia e ottima postfazione di Valentina Fortichiari), frase molto “proustiana” di un autore che per il romanziere francese ebbe un’autentica venerazione e sul quale scrisse nel 1943 il suo primo saggio, “Proust o del sentimento”.
Morselli visse appartato in Lombardia, dove trascorse gran parte della sua vita, come un Montaigne novecentesco, lontano da tutti – non aveva bisogno di guadagnare – immergendosi in letture sterminate e ininterrotte, e provando a camminare prima sulla strada della saggistica, poi su quella più incerta del romanzo. Valentina Fortichiari racconta bene il susseguirsi di incredibili rifiuti dei suoi lavori da parte di persone non esattamente inesperte in fatto di letteratura come Vittorio Sereni o persino, con molta più comprensione, Italo Calvino. La scrittura di Morselli non li convinceva e nemmeno l’esito dei suoi romanzi. L’ultimo “no”, di Bompiani, alla pubblicazione del romanzo “Dissipatio H.G.“, scritto tra il 1972 e il 1973, fu l’ennesimo rifiuto, quello fatale. Un romanzo pessimista che colpì molto Marcello Mastroianni che propose al grande Andrej Tarkovskij come soggetto di un film che non si fece mai. E, solo dopo la morte, i suoi romanzi vennero tutti pubblicati e con successo. Fra questi, “Un comunista”, uscito nel 1977, che non è un romanzo politico ma una riflessione sulla fine delle illusioni.
«Tutta la nostra esperienza interiore è il gioco di due fattori: la memoria (il passato), l’angoscia (il presente)», si legge nei diari. È una visione tragica dell’esistenza, tragica nella completa consapevolezza di questa condizione. Dunque, Morselli è un pessimista disincantato: «Si dice che viviamo morendo, ma è ancora ottimistico – annota il 14 febbraio ’68 – Viviamo semimorti. Se “vita” è interesse, sensibilità, apprendimento, esperienza, una parola – ciascuno di noi in confronto alla vita nella sua pienezza, cioè in confronto alla molteplicità delle esperienze e relazioni possibili, non fruisce che di una porzioncina».
Questo “Mi sono conosciuto nel sogno” è una testimonianza dello scetticismo morselliano ottenuto attraverso una laboriosissima ricerca culturale, non come un a priori. E quindi è una miniera di riflessioni su tutto, la filosofia, la letteratura, la politica, l’ideologia. Marx, il cristianesimo, la letteratura di ogni parte, Leopardi, Rousseau: vi si incontra un mondo di idee. Il 13 gennaio 1945 annota: «Il suicidio come amore per la vita». Doveva vivere ancora molti anni, Guido Morselli, prima di compiere quell’ultimo gesto al quale aveva pensato tutta la vita.
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