Il 2 agosto del 1998 agli Champs Élysées un grande campione italiano, l’indimenticabile Marco Pantani, vinceva il Tour de France, 33 anni dopo che un altro grande campione, Felice Gimondi, nel 1965, aveva fatto sua la Grande Boucle rivelando al mondo tutto il suo talento. Il ricordo di quel 2 agosto di 25 anni fa sta in un’immagine plastica: Pantani sul podio e Gimondi che, precipitatosi a Parigi, lo abbraccia e gli alza il braccio verso il cielo in segno di trionfo.

Pantani veniva dalla stupenda vittoria ottenuta al Giro d’Italia nello stesso anno, dove aveva stroncato Pavel Tonkov sulla salita di Montecampione. Arrivato al Tour, Marco si era aggiudicato l’undicesima tappa nei Pirenei al Plateau de Beille, distanziando l’arcigno rivale tedesco Jan Ullrich ma senza riuscire a piegarlo. Sembrava quasi impossibile che lui o altri, come l’americano Bobby Julich, potessero insidiare la maglia gialla, saldamente sulle spalle di Ullrich. Lo squadrone della Deutsche Telekom pregustava il trionfo a Parigi del suo corridore, che aveva già vinto il Tour de France l’anno prima. Invece il 27 luglio sulle pendici del Col du Galibier andò in scena una delle più grandi imprese della storia del ciclismo. E fu Pantani a scriverla.

Nel commentare la tappa del Galibier in TV sui canali Rai Adriano De Zan e Davide Cassani avevano appena finito di dire che non sarebbe stato facile per Pantani battere Ullrich ma soprattutto infliggergli un distacco tale da rovesciare la corsa. Quando, improvvisamente, il “Pirata” scattò come una molla, mentre la pioggia cominciava a bagnare la strada e le nuvole basse scendevano sull’epico destino di quel pomeriggio. Preso qualche metro di vantaggio sul tedesco, Pantani quasi si fermò in surplace sulla sua bicicletta voltandosi a controllare la situazione.

Accortosi che Ullrich non riusciva a stargli a ruota, Marco ripartì come un razzo, mentre milioni di telespettatori italiani trattenevano il fiato. Pantani – letteralmente scatenato – riprese facilmente alcuni fuggitivi e raggiunse il colle sotto una pioggia battente, con le luci delle moto che fendevano la nebbia attorno a lui, tra ali di tifosi urlanti. Il campione romagnolo prese al volo una mantellina che gli era stata data da un addetto della sua squadra ma non riuscì ad infilarsela sulle prime curve insidiose della discesa e dovette fermarsi qualche secondo per indossarla.

I commentatori della RAI temettero per un attimo che Pantani fosse perfino caduto sull’asfalto bagnato. Ma non era così. Infilata la mantellina, Marco riprese a scendere forsennatamente diretto verso il Col de Lautaret e l’attacco della salita finale delle Deux Alpes, sulla quale incrementò ulteriormente il suo vantaggio. Partito quarto in classifica generale con tre minuti di ritardo su Ullrich, Pantani quel giorno concluse la tappa infliggendo quasi nove minuti di distacco al tedesco e prendendosi il Tour.

Il Galibier è un colle mitico. Il 27 luglio 1998 giorno Pantani lo scalò dal versante Nord, quello più lungo e difficile. Un versante che ti sfianca perché – lasciata la ventosa valle della Maurienne – i ciclisti devono prima affrontare il Col de Télégraphe, un “antipasto” che con la sua pendenza costante intorno all’8% e punte fino al 10% appesantisce le gambe. Poi, dopo una breve discesa fino all’abitato di Valloire, la strada ricomincia a salire con un lungo ed estenuante avvicinamento alle pendici del Galibier, prima sulla destra e poi sul versante sinistro del vallone dove scorre il torrente Valloirette. Fino ad arrivare agli ultimi quattro chilometri che, superato nuovamente il torrente, portano allo scollinamento del Col du Galibier, situato a 2.556 metri sul livello del mare. Nei pressi del punto dove Pantani andò in fuga, quel memorabile 27 luglio, nel 2011 è stata posta una stele trasparente con una base in pietra, denominata “Monument Pantani Forever”.

Ovunque sulle strade delle Alpi si possono trovare cippi o statue dedicate alla leggenda di Marco Pantani. Una delle più importanti si trova sul versante di Mazzo del Passo del Mortirolo, in Valtellina. Un’altra è posta poco prima del Colle Fauniera, nel cuneese. Vi è persino un cippo che lo ricorda poco dopo Finero, al culmine della periferica vallata che collega Cannobbio sul Lago Maggiore con la Valle Vigezzo.

Dopo il Tour 1998, all’apice del successo, nel 1999 la carriera di Pantani fu interrotta a Madonna di Campiglio da una sospensione per ematocrito alto al Giro d’Italia, che il ciclista di Cesenatico stava rivincendo in modo imperioso, dopo aver compiuto altre imprese strabilianti. Indimenticabile, in particolare, fu la rimonta di tutto il gruppo che Pantani aveva fatto nella tappa del 30 maggio – dopo essersi fermato per un salto di catena – con la strepitosa vittoria finale al traguardo del Santuario di Oropa, davanti a Jalabert, Gotti e Savoldelli, ripresi e poi staccati uno dopo l’altro.

In un’epoca in cui il doping imperava, un periodo oscuro che sarebbe culminato con l’epopea negativa di Lance Armstrong al Tour de France, anche Pantani fu coinvolto nell’uso di metodi che “ispessivano” il sangue. Ma chiunque capisca minimamente qualcosa di ciclismo sa anche che nessuno in quegli anni è stato più forte di Pantani. In un mondo libero dal doping, lui avrebbe vinto lo stesso staccando tutti, a mani basse sul manubrio, danzando sui pedali, com’era nel suo stile.

Diverse volte, nel corso di gare di gran fondo per amatori, mi è capitato di trovare la forza per affrontare gli ultimi ripidi metri di salita pensando che Pantani era passato di lì, lasciando una traccia indelebile sull’asfalto, quasi una guida, una specie di ispirazione e di incoraggiamento per chi sarebbe venuto dopo. Mi ricordo come fosse adesso che il pensiero di Pantani mi aiutò molto durante una “Marmotte”, la gran fondo francese per eccellenza, proprio sulle pendenze finali del Galibier e su quelle dell’Alpe d’Huez, ma anche in altre circostanze, come sul Gavia e poi sul ripido Mortirolo in una Gran Fondo “Pantani”, una splendida gara dedicata proprio a lui. E, ancora, sul Colle Fauniera, durante una estenuante Gran Fondo Fausto Coppi corsa sotto un sole rovente. Sono certo che anche a tanti altri amanti della bicicletta è successo di provare la stessa sensazione scalando qualche montagna, cioè di rivolgere la memoria alle gesta di Pantani e di ricavare da quel pensiero riserve supplementari di energia ed entusiasmo.

Pantani ha lasciato sulle strade d’Europa record di scalata ancora oggi imbattuti, come i tempi di salita all’Alpe d’Huez. Le sue imprese al Giro d’Italia e al Tour de France sono entrate negli annali del ciclismo. Così come i suoi infortuni e le sue rinascite; e, purtroppo, anche il suo destino sfortunato, il tunnel della droga e la sua drammatica fine. Migliaia di tifosi ed appassionati visitano regolarmente la sua tomba, specie in occasione della “Nove Colli”. In anni in cui la sigla RAI del Giro d’Italia era la bellissima “In fuga” di Lucio Dalla, anche il mondo della musica rimase affascinato dalla figura del “Pirata”. E, in effetti, Marco Pantani è probabilmente il ciclista a cui sono state dedicate più canzoni in assoluto. Basti ricordare, tra le tante, “E mi alzo sui pedali” degli Stadio, “In fuga” di Francesco Baccini, “Prendi in mano i tuoi anni” dei Litfiba, “Le rose di Pantani” di Claudio Lolli o “L’ultima salita” dei Nomadi.

Nel 2003 ebbi occasione di vedere da vicino proprio quella che sarebbe stata l’ultima salita di Pantani, nella tappa Canelli-Cascata del Toce del Giro d’Italia. Eravamo arrivati già dal mattino in una ventina della nostra squadra di ciclismo all’ultimo tornante prima dell’arrivo. Dopo ore di attesa, mangiando al sacco, assiepati ai bordi della strada tra i pini, cominciammo a sintonizzare le nostre radioline per seguire gli ultimi chilometri della corsa in attesa del passaggio dei corridori. Nei pressi della frazione Chiesa improvvisamente il “Pirata” scattò, accendendo gli entusiasmi dei tifosi e dei telecronisti Auro Bulbarelli e Davide Cassani. Ma Pantani era ormai in declino e completamente svuotato di energie. Nel giro di un minuto fu ripreso dagli altri corridori e la tappa andò a Gilberto Simoni, che quell’anno vinse la corsa rosa. Vedemmo il “Pirata” passare sconsolato davanti a noi, quasi ingobbito: fu tutto molto triste.

Scendendo in bici dalla Cascata del Toce fino a Domodossola dove avevo lasciato l’auto, mi misi gli auricolari per ascoltare una cassetta dove avevo registrato la sigla del Giro d’Italia del 1996, cantata proprio da Marco Pantani, quell’anno appiedato da un infortunio. Piuttosto che ricordare il Pantani di quella ultima triste salita in val Formazza, preferii ritornare con la memoria al Pantani felice e sorridente di quel vecchio video musicale della RAI, quando il “Pirata” era ancora pieno di sogni, di entusiasmo e di quella enorme forza che poi lo avrebbe portato a vincere nello stesso anno il Giro d’Italia e il magico Tour de France del 1998.