Una lezione di diplomazia e geopolitica di chi in diplomazia ha trascorso una vita: l’ambasciatore Sergio Romano. Nella sua lunga e prestigiosa carriera diplomatica, Romano è stato, tra l’altro, ambasciatore presso la Nato e ambasciatore a Mosca (1985-1989), nell’allora Unione Sovietica.

La Nato si espande nel Nord Europa. Ambasciatore Romano, è la conseguenza inevitabile della guerra in Ucraina o c’è dell’altro?
Io credo che i Paesi che desiderano fare parte della Nato sono Paesi che, in buona parte, erano satelliti dell’Unione Sovietica. E questi Paesi cercano un protettore che in qualche modo assicuri la loro stabilità e la loro sicurezza. E ritengono di trovare un tal protettore negli Stati Uniti. Per avere la protezione degli Stati Uniti bisogna entrare nella Nato. Perché la Nato è la “casa” degli Stati Uniti. I Paesi che stanno bussando alla porta della Nato lo fanno per ragioni comprensibili, certamente, ma anche per ragioni che comprensibili lo sono meno. Perché questi Paesi davvero non si stanno rendendo conto dell’importanza e delle ricadute che potrebbe avere per loro lo scommettere più sulla Nato americana piuttosto che sull’Unione Europea. D’altro canto, è una vecchia consuetudine, per così dire, ricercare la loro super sicurezza al di là dell’Atlantico. Ma non sempre una vecchia consuetudine è anche una buona consuetudine.

Un esercito comune europeo è ancora un tema all’ordine del giorno, oppure la “super Nato” l’ha fatto sparire dall’agenda europea?
Queste cose si fanno a mente fredda. Misure di questo genere hanno bisogno di tempi più lunghi e meno traumatizzati di quelli che stiamo vivendo. Io credo e continuo a pensare che questo sia importante. Del resto ricordo che quando Macron divenne presidente della Francia la prima volta, uno dei suoi primi interventi fu diretto proprio alla creazione di quello che lui chiamava la “Legione militare” europea. Io penso che Macron continui ad avere le stesse convinzioni. Forse ha abbandonato il tema perché altri temi erano diventati più caldi nella sua gerarchia delle priorità, tuttavia Macron aveva affermato qualche cosa di molto giusto e tra l’altro la sua idea non era stata accolta male. Forse non entusiasticamente da quei Paesi che continuano a scommettere sugli Stati Uniti. Vede, i Paesi che hanno sofferto nella loro storia un rapporto servile con l’Unione Sovietica, danno l’impressione di non poter essere protetti se non da un’altra grande potenza, per l’appunto gli Stati Uniti.

Il presidente francese ha più volte ribadito che la pace in Ucraina non può essere ricercata umiliando la Russia. Liberare l’Ucraina o liberarsi di Putin, qual è la vera posta in palio?
Io sono personalmente convinto che Putin sia diventato il grande ostacolo alla soluzione del problema…

Perché?
Ma perché ne va di mezzo la sua personalità e l’immagine che lascerà di sé nella Storia. Quando ha dichiarato guerra all’Ucraina, Putin ha fatto una scommessa molto importante. Forse non poteva immaginare che gli ucraini sarebbero stati così eroicamente resistenti, ma comunque sapeva perfettamente che l’operazione non sarebbe stata priva di difficoltà. Eppure ha fatto quella scommessa. È un personaggio che non solo ha da molto tempo identificato se stesso con il ritorno della Russia al prestigio e all’autorità di un tempo. Non solo si è identificato con la crociata del ritorno della Russia ai suoi poteri, ma in qualche modo ha fatto una sorta di all-in sull’Ucraina. Stiamo facendo una guerra perché la persona che l’ha dichiarata non può perderla.

Un suo bel libro del 2018, ha come titolo Atlante delle crisi globali. Dalla guerra fredda ai conflitti moderni: conoscere il passato per capire il presente. Cosa ci aiuterebbe a capire il passato?
Vede, siamo così prigionieri del presente che non riusciamo nemmeno a uscirne. Questo non è il momento in cui le prediche storiche vengono ascoltate.

Un mondo che vive in un eterno presente che futuro può progettare?
Nessuno. Siamo prigionieri dell’attualità. Prigionieri di ciò che accade di giorno in giorno, di ora in ora. Guardi per esempio quello che è accaduto improvvisamente con la vicenda di Bucha. Bucha è una cittadina ucraina, a un certo punto c’erano i russi poi i russi se ne sono andati e gli altri sono tornati, in buona parte, a casa loro e hanno trovato che i russi ne avevano fatto un macello. Che senso ha tutto questo? Giovava ai russi trattare Bucha in quel modo? Siamo arrivati a una situazione in cui la soddisfazione di problemi personali, psicologici, è diventata più importante di qualsiasi altra riflessione, politica, militare, strategica. È spaventoso!

Ci siamo molto concentrati sulla guerra in Ucraina, giustamente, dimenticandoci però che in altre parti del mondo si combattono, con tanto di tragedie umanitarie conseguenti, guerre colpevolmente ignorate. Non c’è anche questo relativismo etico dietro la diffidenza di una parte non secondaria del mondo nei confronti del sostegno occidentale all’Ucraina?
Penso che lei abbia ragione. Ma questo non fa che confermare quanto siamo ormai schiavi di una non ragione. Schiavi dei sentimenti, degli umori, delle ambizioni, degli odi reciproci. Non c’è dubbio che il rapporto storico tra russi e ucraini sia pieno di episodi in cui i due Paesi sono ostili l’uno all’altro. E come sempre accade in queste circostanze, si accumula progressivamente un capitale di conti da regolare. E questo finisce per governare la politica. A Bucha perché li hanno ammazzati in quel modo? Non era guerra, quella. Era la chiusura di vecchi conti. Qui non stiamo più parlando di guerra. Una guerra, bene o male, ha una sua razionalità. È fatta da gente che sa cosa si può fare e ciò che non si può fare, e quali sono le cose che possono più danneggiare che giovare. Qui invece stiamo parlando di un brutale regolamento di vecchi conti.

Ambasciatore Romano, ma in un mondo in cui si vive in una dimensione da Far West globale esiste ancora un “arrivano i nostri”?
Io sono profondamente convinto, e con questo magari pecco di speranza e di ottimismo, che ritorneremo al buonsenso, alla razionalità. E ci renderemo conto che la guerra non può essere interminabile. Bisognerà pure, a un certo punto, con concessioni reciproche, arrivare a una fine delle ostilità. Ci arriveremo, non c’è dubbio. Ma siccome in politica ciò che conta è sapere quello che accade domani, per regolarsi sul domani, ebbene, io quel “domani” non saprei quando verrà.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.