Due indizi di come stanno andando realmente le cose: un austero e stimato generale russo in pensione racconta in un programma popolare televisivo russo come la Russia stia perdendo la guerra sul piano militare “incassando come unico risultato certo l’avversione unanime del mondo”. L’altro segnale viene dalla derubricazione del titolo “criminali nazisti” riferito ai militari del famoso battaglione Azov che da un giorno all’altro diventano nel linguaggio ufficiale del Cremlino “forze combattenti ucraine”. Due capisaldi vengono giù in modo evidente, cercando di fare il minor rumore possibile. Entrambe le notizie sono molto ben visibili su tutti i network televisivi mondiali. Il primo fatto è stato pubblicato sul canale You-Tube del britannico Guardian e si vede il consueto show televisivo arci-putiniano i cui conduttori possono gridare fra gli applausi di un pubblico rispettosamente attonito.

Il vecchio generale russo dice: “Questa guerra la stiamo perdendo perché i nostri soldati non possono essere rimpiazzati e le nostre armi sono vecchie rispetto a quelle occidentali. Inoltre, gli ucraini sono dei combattenti che si battono per la loro patria e per la loro vita dando prova di una disciplina e un coraggio che i nostri soldati non possono avere. Per rifare una delle navi affondate occorrono due anni. Per una leva di nuovi soldati in grado di combattere contro le armi che hanno gli ucraini, occorrono non meno di tre mesi, per motivare lo spirito necessario per vincere non abbiamo nulla. Credetemi, questa guerra sbagliata è anche una guerra persa”. Le parole che ho usato sono quelle rimaste nella mia mente dopo averlo visto sottotitolato in inglese che chiunque può vedere. C’è stato un timido tentativo di interrompere il signore che raccontava ai russi come stanno davvero le cose e lo faceva in modo pacato, addolorato e citando dati incontrovertibili, il primo dei quali è il fatto che proprio le armi fornite dagli occidentali all’esercito ucraino stanno facendo la differenza. Infine, ma non ultimo elemento, questo intervento televisivo pubblico è stato autorizzato o quanto meno non impedito.

È stata la prima volta che il pubblico russo ha sentito parlare dell’autoisolamento in cui si è cacciata la Russia per intraprendere la prima guerra fra eserciti, nel disonore di comportamenti abominevoli e terroristici contro i civili che non hanno confronto dopo la Seconda guerra mondiale, perpetrati da truppe non preparate ma terrorizzate, spedite al fronte dopo una leva frettolosa e totalmente priva di motivazione. Andare dove? A morire e uccidere chi e per chi? Tutti i soldati russi catturati e intervistati davanti alle telecamere raccontano la stessa storia: credevamo di partecipare a esercitazione e ci siano trovati in una guerra contro soldati meglio armati di noi, comandati da ottimi ufficiali e che sanno per che cosa combattono. Le armi, dunque, fanno davvero la differenza che permette ormai di considerare realistica, o almeno possibile, l’unica soluzione onesta che è il ritorno alla casella numero uno, prima che tutto cominciasse: l’invasore non deve trarre alcun vantaggio dal suo atto di banditismo internazionale e non deve essere premiato in alcun modo. Gli ucraini non devono “vincere” altro che la loro propria patria invasa da un esercito straniero. Ricordiamo i primi giorni di questa guerra di un genere dimenticato, quando si diceva che gli ucraini avrebbero fatto meglio ad arrendersi ed evitare inutili eroismi e spargimenti di sangue insensati dal momento che sarebbe stato impensabile – semplicemente impensabile – un esito diverso di una guerra fra la superpotenza russa e l’Ucraina.

L’invio massiccio di armi ai soldati ucraini da parte dei Paesi occidentali è cominciato quando si è visto che l’offensiva russa si era infranta contro Kiev (ricordiamo tutti la colonna di minacciosi carri russi lunga 65 cagliostri a pochi chilometri di Kiev che si è imputridita fra diserzioni e le fiamme). La notizia del giorni è stata la dall’emersione dei soldati feriti e sanguinanti dalle viscere della terra sotto l’acciaieria di Mariupol trattati dai russi come soldati del Paese che loro hanno invaso e che meritano – è stato pubblicamente confermato dal Cremlino che si è così felicemente contraddetto nel giro di due giorni – di essere definiti non più nazisti, ma forze armate combattenti – che saranno trattate come tali nel rispetto delle convenzioni internazionali. Contemporaneamente si sono diradate le allusioni all’uso di armi nucleari che è stato il cavallo di battaglia propagandistico della comunicazione del governo russo. Ed è un fatto notevole in questo senso che l’ingresso nella Nato di Finlandia e di Svezia (malgrado le proteste di Erdogan che cerca compensazioni per l’ammissione formale) non abbiano provocato – dopo un primo momento di rabbia che si è espresso in voli di caccia sulla frontiere finnico russa) minacce reali. Anzi.

Un Putin dall’aria ragionevole si è espresso così: “Se Finlandia e Svezia entrano nella Nato, sono affari loro. Ma se sul loro suolo saranno creati dispositivi di lancio della Nato, prenderemo le nostre contromisure”. Come si dice oggi, è stato il “minimo sindacale”. Dunque, sia sul piano comunicativo, che militare le notizie sono quelle che tutti possono vedere e valutare senza intossicazioni. Comunque, buone notizie: il rischio di una rinascita del nazismo sotto le caverne di una acciaieria è stato scongiurato. Si trattava soltanto di un pugno di soldati che hanno combattuto fino all’ultimo e che poi si sono arresi dopo aver avuto la garanzia del trattamento secondo le norme internazionali.

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.