Non è né malvagio né pazzo. È russo, ammalato di quella sindrome russa che rende (per quanto si può generalizzare) i russi diversi dagli altri. Per loro scelta. Prendiamo proprio il tenente colonnello Vladimir Putin: viene da una scuola che non comprende soltanto lo spionaggio – il Kgb prima e poi l’Fsb – e io ne ebbi in anticipo una descrizione dal “mio agente Sasha” (su cui scrissi un libro dopo la sua morte) ovvero Alexander Litvinenko: quando Sasha andò a bussare alla porta di Putin, suo superiore diretto lamentando che gli era stati chiesto di far parte di una squadra di assassini per ammazzare il magnate Boris Berezovsky, Putin si mostrò annoiato e tagliente: «Che cosa credete di fare qui nel Fsb, chiese. Avete degli ordini, eseguiteli. Non esistono, omicidi, ma esecuzioni di ordini ed eliminazione dei nemici della società».

In seguito, Sir Robert Owen, procuratore speciale di Sua maestà britannica emetterà una sentenza di colpevolezza nei confronti di Putin nell’omicidio dello stesso Litvinenko, morto a Londra nel giorno in cui diventò cittadino britannico col nome di Edward Carter. Tony Blair non la prese bene: «Oggi – annunciò in televisione – un cittadino britannico su suolo britannico è stato ucciso con un’arma nucleare usata da una potenza straniera su suolo britannico». L’arma era un isotopo radioattivo del polonio, la sostanza scoperta da Madame Curie e così chiamata in suo onore perché era polacca. Io fui interrogato per due giorni da Scotland Yard con scrupolo meticoloso che non avrei mai immaginato, ma la notizia fu ignorata in Italia insieme al confronto aereo nei cieli d’Europa fra gli Harrier britannici e vecchi rugginosi Tupolev che Putin fece decollare carico di vecchie bombe atomiche arrugginite.

Tutto il mondo ne parlò ma non in Italia. Putin è un esemplare perfetto di russo incomprensibile perché la caratteristica che costituisce la sindrome è una divisione di personalità: metà occidentale ed europea, e americana. E metà asiatica. Putin ha cercato di affidare lo sporco lavoro di far ammazzare donne e bambini, torturare vecchi e scannare civili ai tagliagole ceceni e a quelli siriani, essendo Siria e Cecenia due territori in cui le tecniche russe si sono fatte apprezzare nel mondo e che non hanno l’eguale in alcuna guerra successiva al 1945: distruggere prima di tutto ospedali e strutture civili, terrorizzare donne e bambini e azzerare così il morale di una nazione. Ma Putin non era così, anche se apprezzava questo genere di comportamenti. Ha conosciuto l’Europa attraverso la Germania, perché coprì a lungo un incarico delicatissimo nella stazione di Dresda, Germania comunista, dove la stazione del Kgb sovietico coordinava sia la Stasi tedesca (Le vite degli altri) che i movimenti terroristici e gruppi nazionalisti armati fra cui l’Ira irlandese, l’Eta basca, Action Directe francese, e rivoluzionari che avevano la loro sede in Ungheria, come il celebre Ilich Ramirez Sanchez, detto Carlos lo Sciacallo il quale, ormai vecchio e stanco, sta scontando due ergastoli a Parigi.

Con Carlos hanno lavorato molti esponenti delle Brigate Rosse, come comunicò formalmente alla Commissione parlamentare Mitrokhin il Procuratore generale di Budapest nel corso di una missione diplomatica. Putin imparò il tedesco in modo accurato e anche letterario. Eletto presidente della Federazione Russa dopo un silenzioso conclave degli alti dirigenti del Kgb (ormai diventato Fsb e Svr) stupì il parlamento tedesco, il Bundestag, con un discorso molto colto in lingua tedesca pronunciato con elegante civetteria e in quel discorso Vladimir Putin si dichiarò cittadino europeo, figlio dell’Europa che aveva dato al mondo oltre a Schiller, Kant e Goethe, anche Tolstoj, Dostoevskij, Puskin e tutta la grande letteratura russa europea. Disse con una convinzione che colpì molto i deputati tedeschi, di essere sicuro che il posto della nuova Russia fosse in Europa e cercò per molto tempo di sviluppare una linea politica – e militare – che era la stessa già accuratamente elaborata in Urss da Yuri Andropov (capo del Kgb e poi Segretario generale del Pcus) e in Europa da De Gaulle, il quale voleva sbattere gli americani fuori dall’Europa che sarebbe stata “dall’Atlantico agli Urali”.

Questa è l’idea fissa, anche se oscillante, della politica russa: catturare l’Europa occidentale capace di produrre progresso tecnologico e organizzazione, unendosi alla Russia che avrebbe provveduto ad assicurare sicurezza con una forza armata di dimensioni planetarie e l’energia fossile e i minerali. Il mio amico recentemente scomparso, Vladimir Bukovskij, scrisse uno scintillante libro intitolato Eurss per spiegare nei minimi dettagli storici il programma di una Unione che fosse insieme sia europea che sovietica o comunque russa. La divisione della personalità di Putin arriverà più tardi, quando la Russia scopre l’Occidente, ma senza mai capire quale ne fosse il motore propulsivo: quello della libera concorrenza delle idee, delle merci, dei modelli, delle cattedre, della produzione industriale ed intellettuale.

Ciò accadde quando sul corpo ormai dissolto della vecchia Unione Sovietica si avventarono gli oligarchi che avevano riciclato il tesoro russo, grandi avventurieri della finanza come Soros, in quella fase convulsa e anche divertente in cui l’Urss era in svendita nei mercatini delle strade di Mosca. Putin fu affascinato dall’Occidente opulento, ma non digerì mai gli Stati Uniti, con una reazione psicologica che lo accomuna sia a Mussolini e che a Hitler. I dittatori fascista e nazista avevano una simpatia cinematografica per gli Stati Uniti, Hitler si faceva proiettare quasi tutte le sere Biancaneve nella versione di Walt Disney, e Mussolini inviava incomprensibili comizi in inglese agli americani chiamando Roosevelt “un fascista americano”, ma ne prese subito le distanze: se guardiamo i footage in televisione vediamo un fasto da Cenerentola di Walt Disney, ori e stucchi, soldatini in costume, parate e manifestazioni militari e patriottiche, sempre sovrabbondanti di canti, inni, sinfonie tristi e piroettanti, turbini di nostalgia e di disprezzo per l’Occidente declassato al rango di un modello decadente, debole.

Il patriottismo russo, e anche sovietico è una cosa serissima e non si capirebbe Putin se non si capisse prima che in quasi ogni russo esiste un conflitto violento fra l’Occidente inteso come seduzione materiale del lusso e degli yacht e la madre Russia che invece è un sentimento unificante e spirituale. Putin è rimasto sconcertato e anzi furioso quando ha dovuto constatare che gli ucraini, che aveva bollato come “inesistenti” avevano invece sviluppato un simmetrico amor di patria, oggetto sconosciuto alle nostre latitudini. Putin non è un pazzo, ma è l’espressione di un processo mentale russo in cui c’entrano pochissimo l’economia e la geopolitica tradizionale. Putin ha sempre detto (io sono un suo follower sul canale YouTube a lui dedicato) che non vuole rifare l’Unione Sovietica, ma l’impero. E lo dice anche il presidente cinese Xi, che rivendica il suo impero cinese che affonda nella storia le sue radici da cinquemila anni e il turco Erdogan che sta ricostituendo l’impero Ottomano. Noi occidentali non abbiamo capito nulla di tutto ciò e seguitiamo a osservare il mondo attraverso le lenti a noi care del nazionalismo, mentre Putin, Xi ed Erdogan appartengono a un mondo nemico della razionalità.

Per quanto suoni ridicolo, e lo sia, siamo tornati agli imperi e a Star Wars. Putin segue ciò che il suo zeitgeist gli ordina e personalmente è vero che gli piaceva Trump perché – disse – ha l’aria di uno sulla cui testa sta bene un cappello da cowboy. Putin ha cominciato a perseguire il suo disegno imperiale dalla sua prima invasione: quella della Georgia per la quale io, personalmente e da solo, feci inutilmente fuoco e fiamme, mentre la tendenza era quella di dire lasciate perdere, sono affari interni e diatribe di confini. Non è così e adesso finalmente tutti cominciano ad accorgersene, ma si rifugiano nelle categorie psichiatriche e shakespeariane del principe pallido e crudele, fuori di testa. Non è così. Putin rappresenta la negazione estrema della democrazia e lo dice come lo dice Xi, il quale dichiara che l’umanità vuole armonia e non democrazia. Putin è pronto a morire e a uccidere per un disegno che considera immanente, divino, coincidente col destino e molto più vicino al mikado giapponese che alle nostre democrazie. Putin è un russo pronto a spararsi senza esitazione, ma che preferisce sparare ad ogni oppositore, rivendica un buon trenta per cento dell’intero pianeta in nome del supremo destino di un Paese che ha dieci fusi orari fra Kaliningrad e le isole Curili davanti al Giappone.

A lui non importa un fico secco dei pacifisti e se li mangerebbe come aperitivo perché considera noi europei una banda di codardi che non hanno voluto spendere nemmeno – lo ha detto un suo collaboratore in televisione – per comperarsi una pistola ad acqua. Infatti, chi è che gli tiene testa? Un popolo come quello ucraino che ha scelto l’Occidente ma che mantiene una linea fermissima e se necessario suicida sui valori, fino a dividersi in due, le donne e i bambini fuori e gli uomini dentro a combattere fino all’ultimo. Noi europei giudichiamo e quando non ci tornano i conti usiamo le categorie psichiatriche. Putin non è un pazzo e avrà sicuramente delle distorsioni mentali non da poco, ma si tratta di distorsioni che fanno parte di una cultura che accetta e infligge la morte senza batter ciglio, un temperamento che somiglia a quello degli spagnoli che inventarono l’uso di chiedere di poter fumare prima di essere fucilati, non per passione per la nicotina, ma per dimostrare arrotolando la cartina col tabacco, di non tremare. Una tradizione che colpì molto Stalin, il quale decise di non usare più i plotoni d’esecuzione per non consentire esibizioni di tale temerarietà, ma di uccidere con un colpo alla nuca, di spalle, o con massacri perpetrati da belve come quelle che Putin ha scagliato contro Grozny, Aleppo, Mariupol e Dio sa in quanti altri disgraziati posti di quel pezzo di mondo su cui comanda e impera.

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.