Potrebbe risultare interessante un viaggio nella mente di coloro che, da posizioni “comuniste”, meglio, “antagoniste”, meglio ancora, “internazionaliste”, trovano ragioni di comprensibile legittimità a ciò che Putin definisce “operazione speciale”, ossia l’aggressione all’Ucraina. Dove, anche in presenza alla strage di Bucha, seppure nella sua evidenza fotografica criminale, si accenna con puntigliosità etico-politica, presunto pensiero complesso, come da recente comunicato Anpi, al bisogno di “appurare cosa davvero è avvenuto” (sic). Una subcultura, citando un vocativo da attivo di sezione, che “viene da lontano e va lontano”, e che qui proveremo a ricostruire visivamente, sequenza frastagliata di riferimenti e suggestioni iconiche, e magari perfino sonore: manifesti, volantini, slogan, titoli, canzoni, memorabilia e altri materiali ancora di un’agit-prop, sì, residuale e tuttavia pronta nuovamente a mostrare la propria postura ideologica nelle recenti giornate di guerra. Attenta talvolta a legittimare i crimini in nome di una ragione politica superiore, teleologica, riferita all’approdo finale.

Un dispositivo mentale, si sappia, di segno leninista: l’Uomo, la Guida, giunge a bordo del suo treno blindato per pronunciare poche esatte parole quasi testamentarie: “Tutto il potere ai soviet!”. Lo stesso “soviet” che agli occhi di un piccino insieme politico persistente, al di là d’ogni distinguo, sembra essersi comunque reificato in Putin, dunque in piena continuità edipica. C’è modo di veder scorrere, varie ed eventuali, l’intera cartella dei manifesti realizzati da Editori Riuniti per il 50º anniversario della rivoluzione d’ottobre, le guardie rosse all’assalto del Palazzo d’Inverno su tutto, per poi, ritrovare il viso della fedayn Leila Khaled accostata al kalashnikov, e, restando in tema, un primo slogan in grado di suggerire la quadreria rivoluzionaria per intero, “Ira-fedayn-tupamaros-vietcong!”, poi il volto di Ho Chi Minh accompagnato dall’immagine della ragazzina vietnamita che tiene in ostaggio il pilota Usa abbattuto insieme al suo B-52: Davide e Golia. Nell’elenco non mancherà “La cantata rossa per Tall El Zaatar” e forse anche “Stalingrado” degli Stormy Six, e ancora paccottiglia sovietica, dove nulla esclude che possa d’improvviso riapparire anche il profilo di Stalin, il Supermaschio delle pulsioni “internazionaliste”, altrettanto lo scatto del soldato sovietico che pianta la bandiera con falce e martello in cima al Reichstag.

Sempre in funzione anti-Usa, tornano, su muri, cortei o cartelli, “Yankee go home” e “No alla Nato”, e il volto totemico di Angela Davis, militante comunista, allieva di Marcuse a Berkeley, non mentre “muore lentamente sul muro”, come viene citata da Francesco De Gregori in una canzone, semmai intatta come paradigma anticapitalistico; va detto comunque che perfino il Quartetto Cetra le renderà omaggio con un brano. Facendo caso alle pagine social del Collettivo Stella Rossa Nordest ritrovo le foto ritoccate delle “eroiche” cecchine sovietiche nei giorni dell’assedio di Stalingrado, e il volto della cosmonauta Valentina Tereskova, e neppure manca, appunto, la già menzionata fedayn. Sul profilo Facebook dei Carc, Comitati di appoggio alla Resistenza per il Comunismo, c’è modo di apprendere infatti che “Putin lotta contro l’imperialismo” (sic).

Una mensola di citazioni mai tramontate, omaggio a una morgue, a un qualcosa di storicamente fallimentare per illiberalità, dove neppure la riflessione sul giacobinismo (nel senso che si possa affermare la libertà con metodi estranei alla libertà stessa) potrà mai salvare dalla percezione di una tossicità ideologica mortuaria. Un fortino che riterremmo scaduto, se non fosse invece il domicilio di una condizione mentale, forse propria di chi ha altrettanto creduto che il partito armato, se vittorioso sul “cuore dello Stato”, avrebbe garantito all’Italia giustizia sociale. Riemergono anche, virtualmente, i volti di Ulrike Meinhof e l’idea stessa che il messaggio delle Brigate Rosse avesse un valore di palingenesi. Retoriche perfino le immagini dedicate alla morte di Edy Ongaro,Bozambo”, con la sua bustina segnata dal fregio sovietico; passioni tristi, che già Hans Magnus Enzensberger, nei versi di “Mausoleum” aveva accompagnato nel retrobottega della storia. Vero che nulla si crea e nulla si distrugge, compresa perfino la possibilità che Putin appaia ad alcuni come la nuova Angela Davis.

Fulvio Abbate è nato nel 1956 e vive a Roma. Scrittore, tra i suoi romanzi “Zero maggio a Palermo” (1990), “Oggi è un secolo” (1992), “Dopo l’estate” (1995), “Teledurruti” (2002), “Quando è la rivoluzione” (2008), “Intanto anche dicembre è passato” (2013), "La peste nuova" (2020). E ancora, tra l'altro, ha pubblicato, “Il ministro anarchico” (2004), “Sul conformismo di sinistra” (2005), “Roma vista controvento” (2015), “LOve. Discorso generale sull'amore” (2018), "Quando c'era Pasolini" (2022). Nel 2013 ha ricevuto il Premio della satira politica di Forte dei Marmi. Teledurruti è il suo canale su YouTube. Il suo profilo Twitter @fulvioabbate