Dicono che si sia aperto un «fronte interno». Cioè ci sarebbe un fronte “italiano” della guerra di Ucraina. Su questo fronte, da una parte c’è il tricolore dall’altra i pacifisti. I pacifisti stanno con Putin. Sono, cioè, traditori? Si, la parola giusta è quella: disfattisti e traditori. Per fortuna, se non mi sbaglio, la pena di morte è stata cancellata anche dai codici militari, qualche anno fa. Non li fucileranno. Non ci fucileranno. Guardate che un po’ sto scherzando, ma mica tanto. Quel titolo – fronte interno – che è apparso sulla prima pagina del più importante giornale italiano e che presentava un articolo di uno dei più prestigiosi giornalisti italiani, non era molto ambiguo. Era netto. La parola «fronte», quando si discute di guerra, non lascia spazio a metafore: sul fronte da una parte ci sono gli amici, dall’altra i nemici. Da sconfiggere, da annientare. Si parlava di fronte interno ai tempi della grande guerra. Allora fu inventata la parola “panciafichisti”.

Si diceva “panciafichisti”, invece che pacifisti, per indicare la debosciaggine di questi figuri alleati col nemico. Vili e infidi. Era una parola che piaceva molto a Mussolini. Il giornale al quale mi riferisco è nientemeno che il Corriere. E il giornalista è Antonio Polito. Che è anche mio amico da anni innumerevoli, e che io stimo molto, e che è sempre stato un tipo tagliente ma misurato. Per questo ho fatto un salto sulla sedia. Potevo aspettarmi un tono di questo genere dal ventre profondo del populismo italiano, non da parte dell’espressione più seria e colta della borghesia. Se una forma di linciaggio, sebbene lieve e poco dolorosa, viene da quei settori, i più avanzati, della vita pubblica, non si può stare allegri.

Su questo giornale abbiamo recentemente – con un molto suggestivo articolo del magistrato Alberto Cisterna – accennato al dovere della resa da parte degli ucraini. E dunque dell’apertura di una seria trattativa. Nella convinzione che una resa condizionata, e una trattativa nella quale gli ucraini non siano lasciati soli ma appoggiati dalle grandi potenze (Europa, Usa e anche Cina) sia la soluzione migliore e la meno sanguinosa. Su questo giornale scrivono personalità con le idee più diverse. Un po’ su tutto, ma specialmente sulla guerra. Noi siamo convinti che esista una base comune di giudizio, che è molto semplice: ci troviamo di fronte a una guerra di aggressione, che viola le convenzioni internazionali e il buonsenso, questa guerra deve essere fermata al più presto e con il numero più basso possibile di vittime. Poi ci si divide sul come. Esiste una schieramento pacifista – seppure decisamente minoritario, e anche diviso al suo interno – che ritiene o per ragioni di realpolitik o per una idealità non negoziabile, che la scelta non violenta sia la più forte e l’unica possibile, perché l’unica alternativa alla nonviolenza è la guerra. Ma la guerra vera, la guerra mondiale. Poi c’è un altro schieramento, molto più vasto, che al contrario pensa che il problema essenziale sia dare sostegno e forza all’esercito ucraino per resistere il più possibile ai russi, e per infliggere ai russi perdite ingenti.

Io sono convinto che queste due posizioni siano entrambe legittime. Molti nostri collaboratori e una parte della redazione – io stesso – sono sulla prima posizione. Altrettanti sulla seconda. Quel che mi pare pericolosissimo è la ricerca della criminalizzazione di chi dissente. L’uso di un linguaggio d’altri tempi, l’insolenza. Tutto qui. Non mi scandalizza neppure la militarizzazione di alcuni grandi giornali, dove ormai nessuna voce di dissenso è ammessa. Succede. Era così anche tanti anni fa, al tempo delle Brigate rosse e della lotta armata in Italia. L’unica eccezione, in questi giorni, è stato l’articolo di Donatella Di Cesare sulla Stampa. Un articolo molto bello, che la Stampa giustamente ha pubblicato. Anche se – lo scrivo sorridendo – con un titolo un po’ particolare: “Pace, Putin e Occidente: il mio diverso parere”. Un titolo che serve, direi, a delegittimare l’articolo. Non si fa cenno al merito delle argomentazioni della Di Cesare, solo al fatto che il suo non è un parere. E’ un “diverso” parere.
Nel 1956 un giovane intellettuale comunista, Fabrizio Onofri, redattore di Rinascita, portò al direttore un articolo nel quale condannava l’invasione russa dell’Ungheria. Il direttore portò l’articolo a Togliatti, e chiese indicazioni. Togliatti fece una smorfia gli disse di pubblicare l’articolo. Poi gli dettò il titolo. Il titolo era questo: “Un inammissibile attacco alla linea del Pci…”. Uscì così in edicola. Fantastico. Ma quello era Togliatti, Giannini, era Togliatti!

Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.