John Lennon si stava godendo una lunga luna di miele con Yoko Ono. Erano due ragazzi. John non aveva ancora 30 anni. Era accusato di avere fatto un guaio sciogliendo i Beatles per amore. Un giornalista americano lo incrociò, una sera di settembre del 1969, e gli chiese a bruciapelo: “Ora cosa pensate di fare, o di dire, tu e Yoko?”. Lui sorrise e rispose lui a bruciapelo: “ All we are saying is give peace a chance”. L’unica cosa che abbiamo da dire è questa: diamo una possibilità alla pace”.

John poi ripensò a quella frase e ne fece una cantilena. Anzi una canzone bellissima. E famosissima. Che diventò l’inno dei pacifisti. Fece anche da colonna sonora a un film cult della mia generazione di baby boomers: “fragole e sangue”. Fu ripetuta milioni di volte da centinaia di artisti, e da milioni e milioni di manifestanti. Nei giorni scorsi è risuonata in decine di radio europee. Oggi l’abbiamo stampata sotto la testata del nostro giornale. Con una certa emozione, con una certa paura. Siamo convinti di questo: non c’è altra via. Bisogna che la protesta contro l’invasione russa dilaghi in tutti i paesi del mondo. Si sollevi dalle strade, dalle Chiese, dai partiti, dai giornali, dalle Tv, anche dalle discoteche. Ma deve essere un urlo pacifico, come quello di John Lennon, senza effetti collaterali. Quali sono gli effetti collaterali? Il fondamentalismo. La ricerca spasmodica del nemico. Del mostro. La fobia, la paura che si fa odio, odio odio.

In questi giorni il Cio ha deciso di cacciare dalla para olimpiadi gli atleti russi. Ecco, questo è un effetto collaterale. Di odio, di caccia allo straniero. Ha un sapore di legge razziale. Davvero qualcuno pensa che gli atleti russi disabili debbano essere puniti da noi occidentali puri e sani e atletici? È una infamia, cari amici: è una infamia. Give peace a chance. Speriamo che le manifestazioni pacifiste che si svolgeranno oggi in Italia siano come le immaginava John lennon. E come le realizzavano Luther King, e Gandhi, e il nostro Capitini. Leviamoci dalla testa che la pace la si fa coi bazooka. I bazooka sanno fare una sola cosa: uccidere. Cerchiamo di non farci trascinare della follia putiniana. Non contrasteremo mai Putin diventando dei Putin un po’ più buoni.

Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.